Crepuscolari sforbiciati

Le sarte secondo Giacosa e Puccini

Chi sono? Sono un poeta, ricco solo di lessico e chimere. E io ricamatrice, i fiori che faccio non hanno odore. Rodolfo e Mimì, nella “Bohème”, si riconoscono subito nella loro inanità e si amano. Alla fine del XIX secolo, fatta l’Italia, l’artista non serviva più neanche come trombettiere, e quelli praticano due forme d’arte accomunate, su scala diversa, dall’inutilità. La donna non sa creare, ma solo riprodurre dei falsi di natura. L’uomo non sa produrre né riprodurre, come già fanno capitalisti e finanzieri, sangue della nazione nuova. Giuseppe Giacosa, che in “Come le foglie” descrive l’influenza dei mercati finanziari sulla vita della nuova borghesia italiana, se ne intende. Ma Puccini non gli permette di scherzare coi suoi personaggi. Il librettista sembra autocompiacersi nella sua minuziosaggine: “A tela o a seta/ricamo in casa e fuori,/in bianco ed a colori./Lavoro d’ago,/son tranquilla e lieta/ed è mio svago…” fa dire a Mimì. Troppe rime che sanno già di ironia gozzaniana. Puccini sforbicia. Mimì sarà una sarta, ma non una sartina. La scena che ne vien fuori la conoscono tutti. Qui e qui , per gli amanti dei buoni cantanti in regie di pessimo gusto.

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