Crepuscolari alpini

I cinquantenni visti da Paolo Conte

Le canzoni, come la poesia, hanno la facoltà della concentrazione, riescono a cantare la magia delle piccole cose. Anche la magia dell’assenza di magia, del vuoto, del fatto privo di trascendenza. Paolo Conte è piemontese, terra di maestri crepuscolari. In “Per ogni cinquantennio” canta la magia sui generis delle rimpatriate tra maschi di mezz’età, la cui semiologia del nodo di cravatta rivela se sono scapoli o ammogliati, con o senza amante. Ogni anno ci si ritrova nello stesso locale (il Mocambo?), tutti o quasi tutti, perché qualcuno nel frattempo è morto. Non manca l’avvocato che tiene il discorso sulla classe di ferro e raccoglie applausi. Poi i cori a squarciagola, quando il tasso di sangue nell’alcol si indovina già basso. Ma a una certa età la colite non dà tregua: “E poi c’è sempre uno che si apparta, si mette a scorreggiar tranquillamente…” Così dal Piemonte passiamo all’altro versante alpino, dalle parti di Céline, dove i peti assurgono al linguaggio segreto dell’amore coniugale quando, dopo una sfuriata, il padre, appartandosi in fondo al cortile: “Mollava una solenne scorreggia. Era la distensione. Anche lei mollava una scorreggetta, alla simpatia, e scappava tutta gàllera in fondo alla cucina”.

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