Stralune, la malia delle parole

Un lavoro dedicato, come lo stesso Antonio Errico spiega, “a tutti quelli che scrivono quattro parole sopra un foglio”

L’ultimo romanzo di Antonio Errico (Manni, 2009) sorprende ancora una volta per la creativa musicalità del linguaggio, per la suggestiva originalità espressiva, per il fascino di un racconto struggente in cui la trama è da ricostruire. “Dedico questo lavoro a tutti quelli che scrivono quattro parole sopra un foglio” dice l’autore, appassionando sempre più all’avventura del segno scritto e al mondo della letteratura. Come nei precedenti libri di Antonio Errico (già recensiti dal Tacco), anche in quest’ultimo romanzo intitolato “Stralune”, i tempi del racconto slittano e si rimescolano sullo sfondo di una storia che vive di ricordanze e di smemoranze. Pagina dopo pagina si arriva così allo sprofondo di un inconfondibile universo ossimorico, fatto di paesaggi dell’anima e di autentici luoghi fisici, salentini. Nello strabilio di contrasti e passioni stralunate, di notti di sconsiglio e di sragione, le commoventi situazioni della controra, nella loro continua contrapposizione, preludono alla calmezza della parola appagante che, come sempre nelle sue scritture, diventa sfioro di vento . Il lettore rimane così catturato dalla trascoloranza di ciò che può avverarsi una volta soltanto, quando “la chiaria dissipa l’ombra”, ed il ritorno è un incantamento da dimenticare. Tutti i testi di Antonio Errico sono infatti connotati dall’ambivalenza di una duplice realtà che, contraddicendosi, si ana e ci sfugge, a partire dai primi racconti del ritorno, i “Nostoi”, pubblicati in “Favolerie” ( 1996). Una situazione metaforico-esistenziale che, ruotando intorno alla contrapposizione del “doppio”, prende particolare risalto con “La caccia”, il racconto pubblicato nella stessa raccolta, per essere poi rivissuta nella tensione narrativa de “L’ultima caccia di Federico Re” (2004), fino al conflitto interiore del disertore che ritorna nella notte: “Stralune”. Ritorna in esergo la citazione di alcuni versi di Giorgio Caproni che fanno da “pendant”: Se non dovessi tornare,/ sappiate che non sono mai/ partito./ il mio viaggiare/ è stato tutto un restare/ qua, dove non fui mai. Il richiamo al poeta livornese costituisce quasi un filo conduttore delle pagine introduttive a tutti i suoi scritti, pur se lontano dalla materia narrativa e dallo stile che connotano la produzione letteraria del narratore meridionale. Quelle di Antonio Errico sono pagine di un poema di intensa liricità, che affascinano soprattutto per il forte senso di malinconia e di nostalgia che le pervade.

Sostieni il Tacco d’Italia!

Abbiamo bisogno dei nostri lettori per continuare a pubblicare le inchieste.

Le inchieste giornalistiche costano.
Occorre molto tempo per indagare, per crearsi una rete di fonti autorevoli, per verificare documenti e testimonianze, per scrivere e riscrivere gli articoli.
E quando si pubblica, si perdono inserzionisti invece che acquistarne e, troppo spesso, ci si deve difendere da querele temerarie e intimidazioni di ogni genere.
Per questo, cara lettrice, caro lettore, mi rivolgo a te e ti chiedo di sostenere il Tacco d’Italia!
Vogliamo continuare a offrire un’informazione indipendente che, ora più che mai, è necessaria come l’ossigeno. In questo periodo di crisi globale abbiamo infatti deciso di non retrocedere e di non sospendere la nostra attività di indagine, continuando a svolgere un servizio pubblico sicuramente scomodo ma necessario per il bene comune.

Grazie
Marilù Mastrogiovanni

SOSTIENICI ADESSO CON PAYPAL

------

O TRAMITE L'IBAN

IT43I0526204000CC0021181120

------

Oppure aderisci al nostro crowdfunding

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Info sull'autore

Avatar

Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!