Seclì. Tracce di Pcb nei pozzi artesiani

 

Superata la soglia di rischio, sequestrati i pozzi. Controlli anche nelle zone limitrofe

Tracce di policlorobifenili sono state trovate in tre pozzi artesiani nella zona industriale di Seclì. Per questo motivo, ieri mattina, i carabinieri del Nucleo ecologico di Lecce e della Compagnia di Gallipoli li hanno messi sotto sequestro. Allarme molto alto visto che la concentrazione di Pcb ha superato la soglia di rischio. L’inchiesta per l’ipotesi di reato di avvelenamento delle acque è momentaneamente contro ignoti, anche se già i primi nomi di persone e aziende sospette ci sono. La cosa più importante da fare adesso, è impedire l’uso di quell’acqua, dall’irrigazione all’abbeveraggio di animali. Resta da capire come è possibile che la sostanza sia arrivata così in profondità, addirittura in tre punti diversi della zona distanti tra loro. Si guarda con interesse alle produzioni industriali dato che la miscela di questa sostanza è stata usata in un’ampia gamma di applicazioni: fluidi per scambio termico, lubrificanti, vernici, pesticidi, adesivi, sigillanti e molto altro. Il problema sarà quindi risalire a chi ne abbia fatto uso, per poi sbarazzarsene in modo inappropriato, senza seguire l’iter di smaltimento per i rifiuti pericolosi. Per ora le indagini proseguono, con il controllo a tappeto di tutti pozzi della zona, comprendendo anche quelli di altri comuni nel caso le tracce della sostanza non si dovessero perdere. Il ritrovamento di Pcb nelle acque di falda profonda è un caso eclatante. Per la prima volta dal 1999, quando iniziarono le indagini sul traffico illecito di rifiuti pericolosi, in particolare sul traffico di policlorurobifenile (PCB, appunto), viene certificata la presenza di questa sostanza altamente cancerogena nella vena acquifera. Il ritrovamento a distanza di dieci anni potrebbe provare quello che la sostituta procuratrice Elsa Valeria Mignone e il tecnico della Procura, Mauro Sanna, hanno sempre affermato: si tratta di una molecola piuttosto resistente all’eliminazione che, non degradandosi, si accumula nell’ambiente. Inoltre il comportamento del PCB nella “percolazione”, cioè nel processo di assorbimento nel terreno, non è facilmente calcolabile: è possibile che l’irrimediabile contaminazione della falda si possa verificare dopo 20 anni dallo sversamento della sostanza nell’ambiente. Il traffico illegale di PCB è una delle attività criminose che fa schizzare la Puglia al terzo posto nella classifica di Legambiente sulle Ecomafie.

//Il processo
Il primo ritrovamento di fusti di PCB è avvenuto nel 1999 ad opera della Guardia di Finanza di Casarano ed ha dato vita ad un processo penale che si è concluso nel gennaio del 2007 con una sentenza di condanna di primo grado. La società Sea Marconi Envirotech srl., di Graziella Gardini, con sede in Seclì, con la complicità del “mediatore” Gianfranco Grecolini, titolare della Studio Tecnico scientifico con sede in Casarano e dei trasportatori locali Rocco e Gianluigi Rosafio di Taurisano (Gialuigi Rosafio è genero del boss della Scu “Pippi Calamita”, oggi all’ergastolo), versarono rifiuti altamente pericolosi in una serie di depositi incontrollati: nelle località Sperri di Acquarica del Capo, Carcara Burgesi e Burgesi di Ugento, Burgesi Porcari di Presicce e nella discarica gestita dalla Monteco in Ugento, destinata ad accogliere solo rifiuti solidi urbani. Tranne la discarica di rifiuti solidi urbani denominata Burgesi, all’epoca del ritrovamento di proprietà dei Montinaro e oggi di titolarità pubblica, quei siti sono discariche utilizzate per un certo periodo dalla Pubblica amministrazione con ordinanza contingibile ed urgente, poi prorogata indefinitamente. “Tali proroghe – spiega la sostituta procuratrice Mignone in un’intervista rilasciata al Tacco d’Italia – sono provvedimenti illegittimi poiché una discarica con ordinanza contingibile ed urgente può esistere solo per un breve periodo di tempo per ragioni dettate da assoluta necessità. Ma le Pubbliche amministrazioni le utilizzano per lunghi periodi e poi le abbandonano, non curandosene e non procedendo al ripristino dello stato dei luoghi. Che, dunque, possono diventare, ed in effetti in molti casi lo sono diventati, oggetto di scarichi illeciti di rifiuti pericolosi”. Dal dibattimento processuale si apprende che l’impianto della Sea Marconi di Seclì, operava inizialmente senza le dovute autorizzazioni, ma che tali autorizzazione furono poi rilasciate dalla Provincia di Lecce. La Sea Marconi trattava gli olii esausti contenuti nei trasformatori elettrici dell’Enel dimessi e, almeno in teoria, avrebbe dovuto, attraverso un processo di dealogenazione chimica, liberarli dalle molecole di PCB (policloruribifenili), ossia eliminando il contaminante in cloro. Inoltre non appare certo che tali rifiuti provengano solo dall’azienda di Seclì, poiché con un’azienda del settentrione, ossia la Sea Marconi technologies di Collegno la Sea Marconi di Seclì aveva stretti rapporti di collaborazione e di interscambio. Non solo, i legali rappresentanti delle due aziende Gardini Graziella e Tumiatti Vander sono coniugi. Il processo si è concluso nel 2005 (giudice Silvio Piccinno) con la condanna il primo grado Di Rocco e Gianluigi Rosafio, rispettivamente padre e figlio, a due anni e sei mesi di reclusione; otto per mesi per il direttore della discarica Burgesi, Michele Grecolini; un anno per i coniugi titolari della Sea Marconi.

// Le indagini
Le indagini hanno preso avvio dal rinvenimento presso tre diversi siti, non molto distanti gli uni dagli altri, tra Ugento, Acquarica del Capo e Presicce, di numerosi fusti blu dalla capacità di due quintali” La Guardia di Finanza di Casarano rinvenne una smisurata quantità di rifiuti all’interno di uno scavo abbandonato, con i misteriosi fusti metallici che contenevano una sostanza oleosa maleodorante di colore scuro, in parte riversata sul terreno. Dai fusti proveniva un odore particolarmente intenso e penetrante. Su alcuni fusti sono state rinvenute anche delle etichette e fogli intestati alla “Terna – gruppo Enel”, nonché alla Sea Marconi Technologies di Collegno, società sorella di Sea Marconi Envirotech di Seclì. I fusti contenevano i rifiuti del processo di dealogenazione attuato dalla Sea Marconi: assorbenti, materiale filtrante, oli isolanti termoconduttori non rigenerabili.

// I danni del Pcb
In una indagine condotta negli Usa, il PCB è ai primi posti tra i prodotti cancerogeni. La percolazione della molecola di PCB nel terreno è possibile. Ad oggi sono state trovate sino ad una profondità di circa otto metri rispetto al piano di campagna. All’epoca del ritrovamento furono analizzati i pozzi d’acqua limitrofi alle zone dove si era verificato l’abbandono dei rifiuti pericolosi, con l’obiettivo di valutare l’infiltrazione degli strati profondi e della falda acquifera. Gli esami hanno dato un esito negativo. Ma, diceva la magistrata Mignone e il tecnico della Procura durante il processo, non si può escludere che l’inquinante, già presente nel suolo, possa in futuro percolare in falda e contaminarla. Probabilmente è quello che è poi successo.

// Burgesi e il pcb
Il ritrovamento di fusti di pcb all’interno di Burgesi vede ben due tappe distinte di un giallo ancora irrisolto. La prima: i fusti vengono ritrovati all’interno della discarica e sia i trasportatori, i Rosafio di Taurisano, sia gli amministratori, Greco e Grecolini, vengono condannati in primo grado. Dal dibattimento emerge un particolare interessante: i camion di Rosafio entrano in discarica con le ruote “basse” ed escono con le ruote “alte”. Sarebbe la prova del loro coinvolgimento nel traffico illecito di rifiuti pericolosi. La seconda: la recente autodenuncia di Bruno Colitti, l’imprenditore di Ugento che ha riferito ai magistrati di una non corretta esecuzione dei lavori di bonifica del sito. In pratica alcuni fusti di PCB sarebbero ancora sì, nel sottosuolo di Burgesi.

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