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Il destino di un canto di lavoro. Dalle risaie al mondo.

Sta per “Italian Traditional Partisan Song”. Pare che da noi dia ancora fastidio a molti, ma all’estero è tra le nostre canzoni più popolari, tra Verdi Puccini “O sole mio” e “L’italiano” di Toto Cutugno. L’hanno cantata durante la Rivoluzione dei garofani e nella più recente campagna elettorale di Ségolène Royal. Prima o poi la farà pure Carla Bruni , e senza dover chiedere il divorzio. Su youtube c’è solo l’imbarazzo della scelta: la trovate con accento spagnolo (“tu me devi sepelir”), russo dell’Armata Rossa (“O biella ciao”) e financo nella lingua dell’invasor; al chitarrino, al violino, al flautino, alla fisarmonica, riarrangiata per coro da stadio e perfino in versione ska dal vivo a Fukuoka, Giappone! I Modena City Ramblers le hanno dato un tocco gaelico, probabile influenza di Luca “Gabibbo” Giacometti, vissuto in Irlanda, ma non disdegnano la chiave balcanica, con Goran Bregovic . Milva e Giovanna Marini ci ricordano che era un canto di lavoro delle mondine. Il testo originale descriveva un’alba, come nella poesia amorosa sull’angoscia dell’amante che al sorgere del sole deve lasciare l’amata. Ma senza amore e col tormento della risaia e le sue zanzare.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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