Intervista a Valeria Mignone: rifiuti speciali, affari sommersi

Intervista a Valeria Mignone: rifiuti speciali, affari sommersi

1999: iniziano le indagini. Gennaio 2007: la condanna in primo grado dei trafficanti

Nel 2007, intervistata dal Tacco, il sostituto procuratore Valeria Mignone racconta le indagini e la condanna in primo grado dei responsabili del traffico di fusti di olii inerti contenenti PCB (policloruribifenili) nel basso Salento

Riportiamo di seguito l’intervista di Giuseppe Finguerra ad Elsa Valeria Mignone, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia, pubblicata sul Tacco d’Italia n.38, luglio 2007 (in versione originale, in allegato). A seguire, l’intervista a Mignone a cura di Ada Martella, pubblicata sul quotidiano “Il Paese nuovo”, il 17 aprile 2005. Il reportage sulle coste salentine ha fotografato l’incuria e il disprezzo con cui cittadini e amministratori trattano l’ambente. E’ questa pratica che prepara il terreno al traffico illecito di rifiuti in Salento. Abbiamo sentito Elsa Valeria Mignone, sostituto procuratore DDA presso la procura di Lecce, che ci ha raccontato i dettagli di una serie di indagini da lei portate avanti e che si sono concluse con l’accertamento del crimine e la condanna in primo grado dei responsabili del traffico sommerso di rifiuti pericolosi.

Esiste il problema del traffico illecito di rifiuti nella Provincia di Lecce?
“Rispetto alle altre province pugliesi, nonché ad altri contesti regionali del meridione, la provincia di Lecce è interessata da una casistica limitata di reati legati al traffico illecito di rifiuti. Tuttavia, la limitatezza del fenomeno non è indice di marginalità o di assenza di tale tipologia di crimine, tutt’altro. Il traffico illecito di rifiuti semplicemente rimane sommerso, per una serie di motivazioni. Innanzitutto, vi è una generale disattenzione verso le problematiche dell’ambiente. Faccio un esempio: il deposito incontrollato di rifiuti. È una pratica diffusissima da noi. I depositi incontrollati di inerti, elettrodomestici e quant’altro, rappresentano il terreno ideale per l’abbandono di rifiuti ben più pericolosi per la salute e per l’ambiente. Un caso eclatante si è verificato alla fine nel 1999 ed ha dato vita ad un processo penale che si è concluso nel gennaio del 2007 con una sentenza di condanna di primo grado. La società Sea Marconi Envirotech srl., di Gardini Graziella, con sede in Seclì, con la complicità del “mediatore” Gianfranco Grecolini, titolare della Studio Tecnico scientifico con sede in Casarano e dei trasportatori locali Rocco e Gianluigi Rosafio di Taurisano, hanno versato rifiuti altamente pericolosi in una serie di depositi incontrollati: nelle località Sperri di Acquarica del Capo, Carcara Burgesi e Burgesi di Ugento, Burgesi Porcari di Presicce e nella discarica gestita dalla Monteco in Ugento, destinata ad accogliere solo rifiuti solidi urbani. Quei siti sono discariche utilizzate per un certo periodo dalla Pubblica amministrazione con ordinanza contingibile ed urgente, poi prorogata indefinitamente. Tali proroghe sono provvedimenti illegittimi poiché una discarica con ordinanza contingibile ed urgente può esistere solo per un breve periodo di tempo per ragioni dettate da assoluta necessità. Ma le Pubbliche amministrazioni le utilizzano per lunghi periodi e poi le abbandonano, non curandosene e non procedendo al ripristino dello stato dei luoghi. Che, dunque, possono diventare, ed in effetti in molti casi lo sono diventati, oggetto di discarichi illeciti di rifiuti pericolosi. Ma a noi non è dato saperlo, perché è difficile notare se in un sito che è sempre stato utilizzato come discarica, da un momento all’altro vengano riversati o sotterrati anche rifiuti di diverso tipo, ovvero pericolosi”.

Quale tipo di rifiuti trattava l’impianto della Sea Marconi?
“L’impianto della Sea Marconi di Seclì, che operava inizialmente senza le dovute autorizzazioni, trattava gli olii esausti contenuti nei trasformatori elettrici dell’Enel dimessi e, almeno in teoria, avrebbe dovuto, attraverso un processo di dealogenazione chimica, liberarli dalle molecole di PCB (policloruribifenili), ossia eliminando il contaminante in cloro”.

Ha così smaltito illecitamente policlorurobifenile?
“Vi è una sorta di connivenza delle amministrazioni che non controllano, e quasi si disinteressano del problema. La gestione dei rifiuti è, infatti, un problema e nel momento in cui esso è apparentemente risolto nessuno va a guardare da vicino che cosa succede. Si registra, inoltre, una scarsa attenzione da parte degli enti preposti alle autorizzazioni”.

Come sono possibili queste pratiche?
“La nostra legislazione è sempre stata molto contraddittoria e poco chiara su questo tema. Si parte dalla definizione stessa di rifiuto. Secondo le direttive comunitarie, infatti, ‘è rifiuto ciò di cui il detentore si disfi, indipendentemente dal fatto che possa essere reimpiegato in un altro ciclo di produzione oppure destinato alla innocuatizzazione definitiva’. I nostri parlamentari, invece, negli anni, hanno licenziato una serie di provvedimenti per tentare di elaborare una nozione definitiva di rifiuto; i tentativi sono partiti subito dopo il decreto Ronchi con il Governo D’Alema e sono proseguiti con il Governo Berlusconi; non hanno dunque avuto colore politico. Però, Berlusconi, con una disposizione normativa che è stata definita interpretazione autentica della nozione di rifiuto, ha mutato quella che era la nozione precedente di rifiuto. Secondo questa nuova definizione, se un determinato materiale può essere riutilizzato, non è più un rifiuto. Ciò va contro i dettami della comunità europea, tant’è vero che più volte la nostra nazione è stata sanzionata dalla Corte di giustizia europea”.

Chi stabilisce se un rifiuto sia pericoloso o meno?
“La legge prevede che la caratterizzazione di un rifiuto, ovvero la sua analisi e la sua catalogazione come pericoloso o meno, venga realizzata da un chimico. Non prevede, tuttavia, che sia il chimico a recarsi di persona nella struttura e a fare il prelievo del rifiuto durante il ciclo di produzione. E’ invece lo stesso produttore a portare il rifiuto dal chimico perché questi lo analizzi. Così ha fatto la Sea Marconi”.

La Sea Marconi è stata l’unica azienda a smaltire illecitamente rifiuti pericolosi?
“Non appare certo che tali rifiuti provengano solo dall’azienda di Seclì, potendosi anche verificare che quei rifiuti provenissero da un’azienda del settentrione, ossia la Sea Marconi technologies di Collegno. Infatti, tra le due aziende risultano stretti rapporti di collaborazione e di interscambio. Non solo, i legali rappresentanti delle due aziende Gardini Graziella e Tumiatti Vander sono coniugi”.

Come sono iniziate le indagini? “Le indagini hanno preso avvio dal rinvenimento presso tre diversi siti, non molto distanti gli uni dagli altri, tra Ugento, Acquarica del Capo e Presicce, di numerosi fusti blu dalla capacità di due quintali” La Guardia di Finanza di Casarano rinvenne una smisurata quantità di rifiuti all’interno di uno scavo abbandonato, con i misteriosi fusti metallici che contenevano una sostanza oleosa maleodorante di colore scuro, in parte riversata sul terreno. Dai fusti proveniva un odore particolarmente intenso e penetrante. Su alcuni fusti sono state rinvenute anche delle etichette e fogli intestati alla “Terna – gruppo Enel”, nonché alla Sea Marconi Technologies di Collegno, società sorella di Sea Marconi Envirotech di Seclì. I fusti contenevano i rifiuti del processo di dealogenazione attuato dalla Sea Marconi: assorbenti, materiale filtrante, oli isolanti termoconduttori non rigenerabili. Tali rifiuti rimangono estremamente pericolosi, in quanto continuano a contenere PCB in quantità elevata, con molecole piuttosto resistenti all’eliminazione che, non degradandosi, si accumulano nell’ambiente. Inoltre, sono state riscontrate quantità significative di diossina ed altri sottoprodotti e sostanze, di cui non è ancora stata studiata la nocività”.

Che cosa vide quando si recò nei luoghi contaminati?
“Ricordo che quando mi sono recata ad Acquarica per fare un sopralluogo di un’ora, ignara di cosa mi aspettasse, sono stata colta da malore e da un intenso prurito. Ho immediatamente avvertito il mio perito chimico, il quale mi ha intimato di allontanarmi immediatamente, poiché ero sprovvista di una adeguata protezione. In una indagine condotta negli Usa, il PCB è ai primi posti tra i prodotti cancerogeni. Il verbale di un ispettore dell’Asl Le/2 redatto in località Burgesi di Ugento descrive che “alcuni fusti erano ancora chiusi, altri invece si erano svuotati sul terreno ed avevano dato origine alla formazione di un ristagno. Si vedeva dall’alto un rigagnolo di sostanza oleosa. I risultati (delle analisi) confermarono poi che si trattava di oli minerali contenenti policlorobifenile”. La percolazione della molecola di PCB nel terreno è possibile. Ad oggi sono state trovate sino ad una profondità di circa otto metri rispetto al piano di campagna. In seguito, sono stati analizzati i pozzi d’acqua limitrofi alle zone dove si era verificato l’abbandono dei rifiuti pericolosi, con l’obiettivo di valutare l’infiltrazione degli strati profondi e della falda acquifera.. Gli esami hanno dato un esito negativo. Ma, non si può escludere che l’inquinante, già presente nel suolo, possa in futuro percolare in falda e contaminarla. I costi per un primo intervento di messa in sicurezza sono stati di 5 miliardi circa di lire. Tuttavia, tali somme non sono state sufficienti alla messa in sicurezza totale dei luoghi contaminati. In realtà i danni all’ambiente ed alla salute dei cittadini sono ad oggi incalcolabili, poiché solo fra alcuni decenni potremo constatare gli effetti nocivi del PCB disperso”.

(Dal quotidiano “Il Paese nuovo”, 17 aprile 2005) di Ada Martella

I “colletti bianchi” dei rifiuti, difficile scovarli
“Per assurdo, in Campania è più facile punire i reati ambientali perchè c’è la camorra, e si può applicare il 53 bis. Mentre da noi, sono tutti colletti bianchi: riesci a contestare l’aggravante dell’avvalersi delle modalità mafiose, ma non a provare l’associazione a delinquere di stampo mafioso. Dopo dodici anni mi sento sconfitta”. Sono le amare parole del magistrato Valeria Mignone, che per dodici anni ha seguito tutte le indagini sugli abusi ambientali in Salento. Il reato ambientale, quando può essere circoscritto come tale, deve essere legato all’attività di una organizzazione malavitosa, ma non necessariamente mafiosa. In Puglia c’è anche la complicità degli enti pubblici, attraverso l’omissione di controllo e una serie di autorizzazioni ai limiti della legalità, perchè giocati sui cavilli di una legge in materia ambientale con le maglie troppo larghe. Questo è il potere dei colletti bianchi, un mondo sommerso, molto stratificato, che raramente si riesce a fa venire fuori. E’ quello che accaduto con le ultime vicissitudini legate alla Sanità pugliese.

Magistrato Mignone, gli strumenti legislativi a disposizione sono insufficienti?
“Assolutamente insufficienti. A livello europeo i reati contro l’ambiente sono dei crimini, per i quali è previsto il mandato d’arresto europeo. In Italia sono contravvenzioni, tranne per il 53 bis. Ma non è detto che rimarrà a lungo. La legislazione europea ci sanziona di continuo, perchè per il nostro modo di intendere il rifiuto non è conforme alle direttive comunitarie. Il decreto Ronchi era stato emanato in attuazione con le direttive comunitarie, ma poi sono state apportate delle modifiche che vanno in contrasto di nuovo con le direttive”.

Qual è l’importanza della legge 53 bis?
“E’ la prima volta nell’ambito dei rifiuti, della tutela dell’ambiente, che riusciamo ad avere un reato configurabile come delitto e non come contravvenzione, con quello che ne consegue a livello di indagini. Significa: possibilità di intercettazioni telefoniche, possibilità di richiesta di custodia cautelare. Anche per quello che riguarda il tempo per le indagini. Con le contravvenzioni c’è una prescrizione di tre anni, quindi abbiamo un tempo ristrettissimo per il rinvio a giudizio, quindi scarsa possibilità di indagini approfondite. Con il 53 bis, invece, il tempo delle indagini si allunga. E’uno strumento investigativo e di repressione valido”.

Per chi guadagna fior di miliardi con il trasporto illecito, una contravvenzione può essere appena un solletico.
“Esatto. Dirò di più. La Cassazione, investita su un provvedimento cautelare, (si trattava di una richiesta di sequestro preventivo dei mezzi usati per il traffico illecito), ha stabilito un principio importantissimo: se sussiste il fumus per il 53 bis, è legittimo il sequestro di tutti i beni dell’azienda”.

In questo modo si toglie forza a chi organizzava il traffico illecito.
“Certo, gli si creano maggiori difficoltà, molto più che con la custodia cautelare”.

Che cosa ha significato questa legge in Salento?
“In Salento non abbiamo, come in Campania, grossi legami tra quelli che si occupano di traffici illeciti dei rifiuti e criminalità organizzata locale. Nei casi da me seguiti, ciò che abbiamo contestato sono le modalità mafiose. Per affermare il monopolio nella gestione illecita dei rifiuti, i soggetti indagati si avvalevano di modalità mafiose: prevaricazioni, minacce, incendi di camion concorrenziali”.

Mi faccia un esempio concreto. C’è un Comune che dà in appalto…
“Nel caso nostro non c’era il Comune che dava in appalto. C’era un soggetto che aveva acquisito il monopolio per il trasporto dei reflui sia da insediamenti civili, sia da insediamenti produttivi. La collusione non era con l’amministrazione, ma con gli impianti di depurazione. Lui riusciva con la corruzione a scaricare in maniera illecita. Faccio un esempio: riusciva a scaricare in un impianto, dove potevano essere scaricati solo reflui provenienti da insediamenti civili, lui scaricava reflui di insediamenti industriali”.

E la commistione tra gli enti pubblici e chi gestisce illecitamente i rifiuti?
“Bisogna fare un discorso a monte. Il 53 bis non deve essere per sua natura collegato alla mafia. E’ semplicemente un traffico illecito dei rifiuti che poi può essere gestito anche dalla criminalità organizzata. Nel mio caso non era gestito dalla criminalità organizzata, perchè questo fenomeno in Puglia non è venuto alla luce, a differenza di quello che avviene in Campania dove le discariche sono gestite dalla camorra”.

C’è stato o c’è il pericolo che le amministrazioni abbiano a che fare con ditte che, pur non essendo mafiose, usino dei mezzi mafiosi?
“Al momento indagini del genere non ci sono. Indubbiamente ci sono stati appalti non trasparenti”.

La sensazione è che la gestione delle discariche, anche quelle ufficiali, sia fuori dalla legalità. Che ci sia un traffico parallelo economico.
“Certo, C’è una illegalità diffusa, ma non sono collegati alla mafia, non puoi chiamarlo 53 bis. La discarica di Ugento ha preso il policlorurobifenile (il Pcb compare tra i dieci veleni più nocivi al mondo) con un codice errato, come se fosse un rifiuto assimilabile ai solidi urbani, e in realtà è un rifiuto molto pericoloso. Ma essendo quest’indagine precedente all’entrata in vigore del 53 bis, non ho potuto incardinare questo reato. Queste cose sono all’ordine del giorno: c’è un’assoluta illegalità diffusa nella gestione delle discariche e un assoluto omesso controllo da parte di tutti gli enti preposti al controllo, siano essi Provincia o Comune. Adesso uscirà la sentenza per questo caso del Pcb. Sentenza per la quale non mi sono potuta appellare al 53 bis”.

A questi signori non accadrà a? “Sostanzialmente si, ma se verranno condannati, per contravvenzione e non per delitto, dovranno risarcire il danno ai Comuni che si sono costituti parte civile, ed è una somma enorme (5 miliardi di danno)”.

Sembra ci sia un’assoluta leggerezza nella gestione delle discariche. Una omissione di controllo. O controlla la magistratura su ciò che entra in discarica, ma non è questo il suo compito, o non controlla nessuno.
“E’ così. Faccio l’esempio di una ditta di Melendugno (su cui è in corso un’indagine): quando sono andata con il mio tecnico (che ho dovuto chiamare da Roma perchè per gli enti locali di controllo andava sempre tutto bene), abbiamo scoperto, e poi sequestrato, che hanno smaltito una sostanza che si chiama caprolattame, che era il rifiuto della Enichem. Rifiuto che è andato in giro per l’Italia per vent’anni, da quando è stata chiusa la Enichem, che nessuno ha voluto e che il Salento si è trovato a smaltire illegalmente. Tutto questo avviene con la complicità degli enti che autorizzano, ma questo io non potrò mai dimostrarlo. E’ difficile dimostrarlo a livello giudiziario”.

Quali enti?
“La Provincia aveva dato l’autorizzazione alla ditta di Melendugno a smaltire una serie di codici a-specifici, (indicati nel catalogo europeo come una sorta di contenitore in bianco), in questi codici a-specifici loro hanno fatto rientrare il caprolattame. Questo significa che per me sarà una battaglia dimostrare che quella autorizzazione provinciale era illegittima. Il codice a-specifico non si poteva estendere alla ricezione di questo rifiuto che, ripeto, non si sa come smaltire, non c’è un modo corretto per farlo (per questo è andato in giro per 20 anni per l’Italia)”.

Invece qui, giocando sulle etichette, hanno autorizzato lo smaltimento di un rifiuto altamente pericoloso. In tutti questi 12 anni di lavoro sull’ambiente, la responsabilità delle amministrazioni, non viene mai galla?
“Il caso sempre della discarica di Ugento, dove sono stati scaricati illegalmente i bidoni di Pcb della ditta torinese Sea Marconi. Ora c’è un braccio di ferro con la Provincia, che a suo tempo aveva rilasciato l’autorizzazione alla ditta. Io sostengo che la Sea Marconi è un impianto di trattamento rifiuti, la Provincia e la Regione non hanno ritenuto di fare la valutazione di impatto ambientale, quando hanno rilasciato l’autorizzazione, perchè dicono che la Sea Marconi non tratta rifiuti”.

Quindi, secondo questo cavillo il pcb non è un rifiuto?
“Il Pcb contenuto nei trasformatori dell’Enel siccome viene dealogenato, viene innocuizzato (ma in realtà non è così), non è più un rifiuto”.

Qui entra in ballo il concetto di rifiuto secondo la nuova normativa italiana che contravviene a tutte le direttive comunitarie (governo Berlusconi): con il processo di purificazione, la dealogenazione, un rifiuto come il Pcb non è più un rifiuto e non è più trattato come tale. “Io sto sostenendo che la Sea Marconi tratta rifiuti, quindi quello è un impianto con autorizzazione illegittima. Ho mandato sia alla Regione sia alla Provincia la richiesta perchè revochino l’autorizzazione e questi, con un bella faccia tosta, mi hanno risposto che loro sono nel giusto”.

E’ incredibile: una ditta che tratta un potente veleno è autorizzata ad installarsi qui. La mafia, non si riesce a chiamarla in altro modo, si infiltra, ruba i 300 bidoni alla Sea Marconi, li scarica illegalmente e le due massime autorità amministrative non fanno una piega.
“Si ma io non riesco dimostrare che è mafia. Posso dire che tutti i nostri pozzi con cui irrorano le campagne sono tutti inquinati, la nostra falda è tutta inquinata”.

Una gestione dei rifiuti che scappa di mano alle amministrazioni? “Apparentemente si, ma in realtà c’è sempre qualcuno che sa. Non controllano, non seguono con correttezza l’affidamento della gestione rifiuti. Tutto questo è al confine con l’illecito, alcune volte riusciamo ad individuarlo come comportamento illecito, altre volte no. Abbiamo un limite grosso nelle indagini, perchè in questo tipo di reato di abuso in atto d’ufficio (reato amministrativo), ora non è consentita l’intercettazione (in passato si). Per noi è diventata una probatio diabolica, con tutte le riforme sulla giustizia che sono state fatte”.

Non se ne esce?
“Per questo, mi ritengo una persona sconfitta”.

Anarchia pura.
“Si. Non c’è controllo. E c’è una volontà di agevolare l’imprenditoria, qualunque essa sia, a discapito della tutela della comunità. Io, per avere un accertamento, sono costretta a chiamare tecnici esterni, perchè la Usl non fa i controlli.”

Qualche giorno fa il vicesindaco di Nardò assicurava che la falda non è inquinata, che i controlli ci sono tutti.
“La discarica di Nardò è una bomba sia per la discarica Castellino, che per la vecchia. All’inizio del mio lavoro in Procura, mi interessai della faccenda e mandai tutti gli atti al tribunale, che rinviò a giudizio il sindaco per abuso di atti d’ufficio”.

E poi, non è successo a? La discarica è continuata a crescere?
“Noi arriviamo troppo tardi. Quando riusciamo ad accertare, arriviamo al limite della prescrizione. C’è un sostanziale deresponsabilizzazione degli amministratori, perchè in un modo o nell’altro la fanno franca. Ci vuole una crescita culturale, e profondamente politica. La provincia rilascia tutti i tipi di autorizzazione, e in più si presta a fare in modo che l’accertamento della magistratura sia più difficile, autorizzando il trattamento con codici di questo genere, codici generici, a-specifici”.

Giocando con le etichette?
“Si, giocando con le etichette”.

C’è un’infiltrazione politica?
“C’è infiltrazione politica, ma non mafiosa. Non abbiamo le prove che sia mafiosa. La Coper Salento, in zona di Maglie, che immette di tutto e di più è stata in un certo senso “perseguitata” dalla magistratura: l’abbiamo sequestrata, li abbiamo fatti condannare, ma è sempre aperta e continua a funzionare. Una battaglia persa”.

Tutte queste indagini, con prove provate, e tutte le discariche funzionano.
“C’è un braccio di ferro; se chiudo quelle discariche non sappiamo dove andare a buttare i rifiuti”.

Una “fantastica” anarchia del rifiuto.
“E’ così. C’era uno che, anziché trasportare rifiuti di pozzi neri, trasportava rifiuti di carne macellate scaricate in impianti di depuratori, depuratore che sversava tutto al mare. Se non cresce la coscienza sociale, e soprattutto politica, è una battaglia persa. Da noi ci sono colletti bianchi, anche per quanto riguarda i reati ambientali”. I colletti bianchi hanno potere lì dove l’autorità dello Stato non c’è. Il colletto bianco può esistere dove lo Stato manca. Come la mafia. Il colletto bianco è più pericoloso del mafioso. E’ solo un caso che esca fuori con le indagini, è tutto un fenomeno sommerso che non si riesce a farlo venire fuori. Per questo il magistrato Mignone si sente sconfitta.

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