Vecchie e nuove economie. insieme per creare “valore e valori”

Nuovo intervento di Ivan De Masi a un mese esatto dalla sua prima analisi

Secondo il Rapporto Svimez 2007, la provincia di Lecce si trova al 99/mo posto tra le 103 province italiane, solo Foggia, Agrigento, Enna e Crotone stanno peggio dei salentini. Oggi serve un cambio di mentalità, un nuovo e più possente “guizzo” che riparta dai nostri “cervelli”, dalla nostra creatività

Tra le cose che ho imparato nella mia giovane carriera di imprenditore ce n’è una che tengo sempre presente: quando si parla di economia e si vogliono portare in discussione argomenti seri bisogna documentarsi e supportare con dati oggettivi le proprie idee e le proprie riflessioni. Spesso mi è accaduto che, proprio questo processo di acquisizione dati, mi abbia indotto a modificare la mia posizione iniziale, presa magari sull’onda emotiva di una notizia rilevante. Nel mettermi al computer per questo secondo articolo, che dedicherò a tematiche legate allo sviluppo – e non si può parlare di sviluppo senza formazione e capitale umano, che hanno come obbiettivo finale la qualità della vita della persona – mi è venuta in mente una massima di Albert Einstein che più o meno diceva che non si può pensare di risolvere i problemi con la stessa mentalità con cui sono stati creati. Nel mio intervento del 5 novembre scorso scrivevo che la crisi economica globale che sta percorrendo il mondo intero, rende simili i problemi di ogni società. Oggi, evocando l’aforisma del grande teorico della relatività, aggiungo che questi problemi andrebbero affrontati con modalità tecniche precise, come l’analisi, le comparazioni, la valutazione degli strumenti, il contesto generale modulato su quello locale. Se si giudica soltanto da un punto di osservazione distaccato, se non addirittura puramente teorico, questa crisi sembrerà uno scoglio insuperabile; ma se, nel nostro piccolo, segmentiamo il problema in tanti piccoli problemi da sviscerare e capire uno per volta, sarà più facile venirne a capo. Faccio un esempio ravvicinato, per motivi di metodo. Secondo il Rapporto Svimez 2007, la provincia di Lecce si trova al 99/mo posto tra le 103 province italiane, solo Foggia, Agrigento, Enna e Crotone stanno peggio dei salentini; il nostro pil è di 15.601 euro: fatta base 100 l’Italia, la percentuale è di poco sopra al 60; infine Lecce è scesa di una posizione rispetto al 98/mo posto del 2006. Leggi i dati così e ti viene lo sconforto, però se vai dentro ai parametri finali disaggregati e analizzi tutte le componenti che determinano un Pil territoriale, forse scopri fatti e situazioni che non t’aspettavi, nel bene e nel male. Nel bene, che ci sono aziende, scuole di formazione, consorzi e politiche di enti locali che già viaggiano a livelli lombardi e che hanno potenzialità irlandesi; nel male che abbiamo ancora una burocrazia borbonica e, quel che è peggio, infrastrutture vergognose, quasi da terzo mondo. Secondo gli indicatori elaborati dall’Istituto Tagliacarne, all’inizio degli anni Novanta la Puglia era caratterizzata da un ritardo infrastrutturale generalizzato, con la sola eccezione dei porti e relativi bacini di utenza; ebbene, a distanza di 14 anni da quel rilevamento, il ritardo è aumentato per strade, aeroporti e relative strutture nonché per reti telefoniche e telematiche. Quanto incide sul Pil salentino il ticket che Scarlino, per citare un’azienda agroalimentare del Salento che oggi si colloca ai primi posti in Italia nel suo segmento produttivo, è costretto a pagare ai suoi competitori del nord per i mille chilometri di distanza che deve percorrere con queste infrastrutture? Secondo la Banca d’Italia, la redditività del capitale investito delle imprese pugliesi è in media diminuita dall’8,8% nel quadriennio 1995-98 al 4,1% in quello 2003-06. Buona parte della responsabilità di questo calo è, a mio avviso, estranea alla capacità e al coraggio degli industriali pugliesi. E allora, senza perderci d’animo, cerchiamo di migliorare quello che dipende da noi, a cominciare dal fare massa critica verso i politici che devono risolvere il macroproblema infrastrutturale. La parola lobby non deve fare paura quando ha per obiettivo interessi generali. Questo ragionamento introduce uno dei temi che, in ambito economico, mi sta più a cuore e sottintende la vocazione principale della mia formazione aziendale: l’innovazione. Nel mio caso, come sanno tutti, si tratta di innovazione a 360 gradi, dai sistemi informatici alle fonti rinnovabili, passando per l’architettura sostenibile e la salvaguardia del mare. L’innovazione è una premessa ormai indispensabile per avere successo nell’era globalizzata in cui viviamo. Si prenda il tessile abbigliamento calzaturiero, croce e delizia della nostra area casaranese. Ebbene, il calzificio Megatex di Melissano ha fatto registrare nell’ultimo triennio fatturati in crescita tra il 5 e il 7%, quasi esclusivamente in virtù di tre nuovi brevetti (calza antibatterica, ad alto isolamento termico ed antisudore) tutti e tre frutto di ricerca interna realizzata grazie all’intelligenza e alla lungimiranza di Enzo Benisi, in sinergia con la Facoltà di Ingegneria dei materiali dell’Università di Lecce. Automazione dei processi produttivi e formazione mirata alle funzioni di controllo di qualità sono state alla base di un percorso che in 20 anni ha portato Megatex ai vertici in Europa. E potrei continuare con gli esempi in svariati settori produttivi e dei servizi. Qui abbiamo, grazie a madre natura, talenti straordinari, giovani che hanno una gran voglia di misurarsi con il mercato dell’intelligenza e della preparazione a cui però vengono date poche opportunità e si vedono costretti ad emigrare. È necessario che le imprese salentine si attrezzino sempre meglio, in chiave innovazione, per progettare, produrre e distribuire prodotti ad alto valore aggiunto, puntando sui fattori della qualità, tecnologia, design e dei nuovi materiali. Un ruolo importante e spesso sottovalutato in questi processi di trasformazione, lo riveste proprio la formazione professionale. Ed ha ragione Franco Surano che, a conclusione di un recente convegno su “Innovazione e formazione delle risorse umane nel sistema Moda”, organizzato dalla scuola di formazione della Cisl al Cisi di Casarano, ammoniva che “servirebbero anche corsi di formazione per gli imprenditori, perché si è ormai compreso quanti danni ha creato investire in strumenti finanziari speculativi……. si torni a riservare le risorse alla crescita e all’innovazione degli impianti produttivi e dei servizi”. Un altro elemento di ritardo, per chiosare Surano, è rappresentato ancora dalla figura “faccio tutto io” dell’imprenditore di prima generazione. In molte delle nostre aziende è il titolare che si fa carico di ogni funzione manageriale, come se delegare pezzi di responsabilità della filiera aziendale ad altri, fosse un rischio e non una necessità funzionale. Nei comparti industriali tradizionali la redditività del capitale investito, che negli anni Novanta aveva raggiunto livelli elevati, ha mostrato un netto rallentamento negli ultimi quattro. Secondo Bankitalia, in presenza di un calo della redditività, le imprese operanti nei settori tradizionali hanno ridotto la quota di valore aggiunto reinvestita, pari alla somma degli ammortamenti, degli accantonamenti e degli utili non distribuiti, dal 28 al 9%. Mentre il peso del costo del lavoro sul valore aggiunto è invece cresciuto dal 50 al 72%. Al contrario, settore della meccanica la redditività del capitale investito, che in una prima fase si collocava su livelli più contenuti, è aumentata attestandosi in media al 5,2% nell’ultimo quadriennio. Sapete perché? Perché in questo comparto è stata immessa una massiccia dose di innovazione, mentre il Tac è rimasto sostanzialmente fermo, quasi shoccato dalla violenta emersione di competitori orientali. La pressione competitiva che le imprese hanno dovuto fronteggiare è divenuta più intensa, alimentata dall’entrata nei mercati internazionali di produttori provenienti dalle economie emergenti, favoriti dai minori costi del lavoro, in particolare nei settori a basso valore aggiunto. Nel 2005 l’incidenza della spesa in ricerca e sviluppo sul prodotto in Italia è stata pari all’1,1% (0,8% nel Mezzogiorno), simile a quella di dieci anni prima e significativamente inferiore alla media della UE che è dell’1,8%. In particolare, non è italiana nessuna delle 21 regioni europee che hanno raggiunto l’incidenza del 3 per cento, prevista dagli obiettivi di Lisbona per il 2010. Secondo un sondaggio della Banca d’Italia presso un campione di circa 4.000 imprese con almeno 20 addetti, la principale modalità di innovazione tecnologica consiste nell’acquisizione di software o macchinari innovativi dall’esterno, che negli ultimi tre anni ha riguardato circa il 53% delle aziende. L’utilizzo di forme di innovazione è più diffuso tra le grandi imprese e nelle regioni del Nord. Allora? Ancora una volta ci mettiamo a piangere e ad invocare miracoli dall’alto? Ma neache per sogno! Io sono nato in una città che ha fatto della somma tra intelligenza imprenditoriale e innovazione la sua forza motrice per oltre 50 anni nell’ultimo secolo. Luigi Capozza, tra i primi e più grandi imprenditori salentini, fece delle innovazioni il fattore critico del suo successo, mettendole allo stesso tempo al servizio dell’intera popolazione, casaranese e salentina, sia creando posti di lavoro, quindi benessere, sia offrendo nuovi servizi. Era un visionario (caratteristica che accomuna tanti nostri imprenditori), anticipava il futuro: come abbiamo appreso in un articolo pubblicato sul Tacco d’Italia di qualche tempo fa, a firma di un giovanissimo studioso casaranese, Marco Sarcinella, Capozza aprì uno stabilimento per la produzione dell’alcool e del cremor tartaro, considerato il più importante del Salento, produceva ghiaccio, costruì un mulino, fondò la prima squadra di calcio casaranese, addirittura, notizia sconosciuta anche ai nostri concittadini, introdusse l’energia elettrica nel paese, producendola e mettendola a disposizione gratuitamente della cittadinanza. Sapete come produceva l’energia? La ricavava dalla combustione degli scarti che si faceva portare da tutto il paese! 150 anni fa Casarano produceva energia rinnovabile, unica nel panorama del Sud Italia! Una tradizione che abbiamo dimenticato. L’energia serviva per le sue fabbriche, è vero, ma proprio da questa attenzione Casarano trasse enormi benefici. E ancora intelligenza e innovazione hanno aiutato Antonio Filigrana ad inventarsi un laboratorio, poi un capannone, poi una fabbrica infine un piccolo impero che ha trainato decine di altri casaranesi coraggiosi a realizzare, dietro di lui, un vero e proprio distretto calzaturiero, con benefici ingenti sull’indotto. La prima fabbrica della Filanto ha permesso la crescita della società casaranese. Ha fatto sì che crescesse la domanda di formazione scolastica per le nuove generazioni, ma ha anche creato una nuova classe di lavoratori, un preziosissimo fattore umano sul quale fare sicuro affidamento, tanto da essere tra i motivi più convincenti che ci ha fatto decidere di investire in un processo di riconversione. I tetti di 24 mila metri quadrati di capannoni, simbolo melanconico di un’era industriale quasi esausta, si trasformeranno in una centrale fovoltaica. All’interno del perimetro dello stabilimento si assembleranno pannelli fotovoltaici e si produrrà energia da olii vegetali. Grazie a questa riconversione, cosa ben più importante di tutte, si riassorbiranno centinaia di persone, come certificato dall’impegno ufficiale stilato in Prefettura a Lecce. Non sembri presuntuoso, ma nella nostra remota Casarano abbiamo posto le basi per dare risposta concreta ad uno dei punti di forza della campagna elettorale di Barack Obama in America. Quando a Denver il leader dei Democratici annunciava che avrebbe trasformato le vecchie fabbriche abbandonate, in aziende vive per la produzione di pannelli solari, aereogeneratori e bioconbustibile di nuova generazione, quasi non credevo a ciò che stavo sentendo…… Mi piace pensare che questo nostro impegno si innesti nel solco di una mentalità tutta casaranese. A mio avviso agli inizi del secolo scorso e via via nei decenni successivi è sorto un miracolo di vivacità imprenditoriale che ha dato sfogo e fatto emergere la vera caratteristica dei casaranesi, portando ad avere tanti altri piccoli imprenditori e persone con la voglia di impegnarsi, dare qualcosa, lasciare un segno. Perché, e l’ho appreso negli anni dai racconti sentiti in famiglia e dai discorsi che mi piaceva ascoltare dalle persone di una certa età, la vera grande caratteristica della classe imprenditoriale casaranese, il “guizzo” che l’ha distinta e ha fatto grande l’intero Salento, è stata proprio questa capacità di innovare: faceva innovazione tecnologica chi modificava con un fai da te il macchinario per rispondere ad una determinata esigenza produttiva; faceva innovazione nello stile chi viaggiava e ricercava modelli e materiali per le calzature; faceva innovazione di processo chi modificava la manovia per renderla più veloce e produttiva. Ciascuno, nel suo piccolissimo, è stato un innovatore e tutti insieme, hanno creato il “miracolo” del settore Tac. Questo ci ha fatto grandi. In Italia, in Europa, nel mondo Questa è l’inconfutabile storia recente della nostra comunità! Oggi non basta più. Oggi serve un cambio di mentalità, un nuovo e più possente “guizzo”, che guarda caso riparte dai nostri “cervelli”, dalla nostra creatività. Su quale capitale dovremo investire fino al 2020? E che cosa dovremo capitalizzare per rafforzarci, allo stesso tempo riposizionandoci non nel Salento, non solo nel nostro tessuto produttivo, ma nel contesto globale? La chiave di valorizzazione che si cerca da più parti nel mondo è quella del “capitale umano”. E’ questo il nostro più grande tesoro. Su questo si giocherà la partita più grande e più rischiosa, su questo gli altri misureranno la nostra vittoria o sconfitta. Il nostro migliore capitale, la persona, ci sta sfuggendo dalle mani. Dobbiamo riprenderlo. Come? E qui mi collego alla riflessione principale dell’articolo precedente quando indicavo nella cultura un’”infrastruttura” solidissima su cui contare per crescere. Io immagino un nuovo Umanesimo, la nostra città come il luogo in cui sia la persona l’obiettivo primario di ogni scelta; immagino piccoli nuclei universitari decentrati in cui i giovani studino, vivano e facciano sport come succede nelle nazioni più avanzate della nostra; immagino strumenti finanziari anche molto modesti che, come quelli messi in campo dalla giunta Vendola, aiutino i primi passi per realizzare un progetto pensato da una donna, altrimenti “condannata” a non far a; immagino una burocrazia amica che non si metta di traverso perché, lo dico con rispetto ma lo dico, a volte sono proprio i burocrati a scoraggiare, ben oltre il groviglio di norme che gestiscono. La formazione al primo posto, dunque, che sia agevolata e nutrita dalla storica vocazione del territorio a crescere e, come dimostrato dalla nostra storia, ad anticipare tendenze. La costituzione a Casarano di un “Polo tecnologico” che proprio in questi giorni sta dando conto dei suoi primi risultati, ci parla di questa stretta interconnessione tra le imprese e i saperi, tra gli imprenditori e l’Università e i centri di ricerca, aprendo uno scenario di forte sinergia con scuole di formazione manageriale d’eccellenza. Dobbiamo favorire la creazione di luoghi, non solo fisici, dove sia agevole comunicare, accrescendo la conoscenza. Così si sviluppa il capitale umano. Oggi ci troviamo di fronte ad un salto di mentalità che sfocia in una vera e propria cultura diffusa; ieri al bar, gli uomini parlavano di calcio e di donne, oggi parlano di rapporti fra le forze politiche, di affitti, di terreni, di problemi e di soluzioni. A volte anche a sproposito, ma che importa (chi, poi, ha il diritto di stabilire che cosa va detto e che cosa no), si sta riconvertendo ancora una volta il territorio, perché ci sono delle nuove idee che circolano. Gli immobiliaristi che in passato vendevano solo appartamenti oggi stipulano le prime opzioni e i primi contratti di affitto di terreni per realizzare un impianto solare, eolico, fotovoltaico o addirittura per riconvertire vecchie coltivazioni. Ciò vuol dire che perfino la più conservatrice delle categorie produttive, l’agricoltura, guarda con gli occhi della modernità ai processi odierni. La gente legge i giornali, naviga in internet, segue i dibattiti in televisione, si aggiorna, viaggia, compara e si arrabbia pure quando si domanda perché noi dobbiamo restare indietro. L’impatto economico del comparto culturale sulla vita di un territorio, di cui ho parlato a lungo un mese fa, insieme all’innovazione al cambio di passo, costituiscono un’opportunità primaria che solo i miopi non vedono e che solo i cinici trasformano in conflitti……o addirittura in conflitto d’interessi!!! Concludo con un piccolo ricordo personale, collegabile al salto culturale già effettuato. Il mio papà fumava, ed era normale che lo facesse davanti a Paride e me, bambini, nessuno obiettava a, neppure quando gettava per strada il pacchetto di sigarette accartocciato, dopo essersi acceso l’ultima. Nessuno di voi, oggi, si sogna di avvolgere nel fumo un bambino e se gettate per strada il pacchetto vuoto davanti ad un bambino, siate certi che sarà proprio quel bambino a rimproverarvi, perché la scuola e la famiglia lo stanno formando a questi princìpi. Culturalmente sta cambiando questo territorio, la nuova generazione ha lo stesso dna dei padri, chiede solo opportunità per dimostrarlo. Nell’articolo del 5 novembre ho espresso concetti semplici e chiari, con una certa idealità di cui non mi vergogno. Non ho paura di esternare i miei sogni anche se ribadisco di non rinunciare alla concretezza. In quell’articolo ho detto pure che non farò differenze fra me stesso e il personaggio percepito all’esterno, così da confondere chi mi ascolta. Per esempio: si può trasformare questa grande e straordinaria zona del Salento, con epicentro Casarano, in una nuova terra promessa della ricerca e dell’innovazione? Secondo me si può. Ma, più in generale, dobbiamo avere il coraggio di tirar fuori quello che abbiamo ereditato, orgoglio della terra che ci fa apparire a volte arroganti, ma anche l’umiltà di averla lavorata per secoli, la solidarietà innata ma anche l’individualismo creativo, la capacità di adattarci ad ogni difficoltà ma anche la consapevolezza di meritare di più perché non ci sentiamo secondi a nessuno. Infine, quel pizzico di vantaggio generazionale che mi permette di essere ancora più ottimista poiché credo in una modalità che, probabilmente, i nostri padri non apprezzavano: lavorare insieme, fare gruppo, aiutarsi per un obiettivo comune. Secondo me si può! Vi dò appuntamento al prossimo 5 gennaio e colgo l’occasione per augurare a tutti Buon Natale e Felice 2009.

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