Starter, l’arte riparte

Un “motorino d’avviamento” di pratiche artistiche legate al territorio

Un architetto, un’attrice e tre artisti formano il gruppo “ Starter”, alla scoperta di luoghi dimenticati

Lo “starter”, nei motori, è un dispositivo d’avviamento. Così vuole “riavviare”, il gruppo “starter”, scoprire e riscoprire, luoghi della memoria o dell’ooblio, storie e situazioni dimenticate attraverso pratiche creative (poetiche, sonore e visive). Nato nel 2005, ne fanno parte un architetto (Giorgio D’Ambrosio), un’attrice (Silvia Lodi) e tre artisti: Xlavio (Fernando Schiavano), Ingrid Simon, Antonio De Luca. Insieme, hanno trovato il modo per sfuggire all’autoreferenzialità, maturando esperienze operative su campo. Provenienti da contesti espressivi diversi, hanno alle spalle interessi ed esperienze comuni: attività di performance e di installazioni, esplorazioni di linguaggi poetici e multimediali , produzioni di video e partecipazioni a meeting artistici. L’occasione per collaborare, unendo le individuali energie e la propria originalità creativa, è inizialmente sorta con il progetto europeo“ Egnatia-un percorso di memorie disperse(www.osservatorionomade.net). Il giardino Egnatia è stato allestito all’interno dell’ecomuseo di Cursi, come luogo di incontro e di scambio culturale. Sono stati realizzati due filmati:la leggenda di Costantino e Doruntina, un racconto a più voci dalle forti tinte emotive, e Drin bianco Drin nero. Nella prima ricerca-video, svolta nel Salento nel corso di un anno, Margarita Franja, di origine albanese, e Rena Tilkeridu di origine greca, attive a Casarano (Cooperativa Mediatori Linguistici), riferendosi al loro vissuto, interpretano un testo leggendario che ha avuto esiti teatrali e musicali nella loro cultura di provenienza. In “Drin bianco Drin nero” si passa a riflettere sul problema dell’identità etnica del Kossovo e sulla drammaticità di quella situazione, attraverso le scritte lasciate nel 1992 da alcuni profughi sulle pareti di una masseria abbandonata tra Ceglie Massapica e Martina Franca. È una flautista proveniente dall’Albania a tradurre messaggi in terra rossa, e a spiegare il testo di una canzone sul “nemico”che ha impedito l’unità nazionale, semantizzata appunto attraverso i due rami del fiume Drin. Così Ira Panduku, redattrice di un quotidiano a Martina Franca, interpretando questa volta un canto kossovaro, ci riporta a storie dimenticate. La ricerca antropologico- artistica condotta da Starter ha visto il gruppo consolidarsi, nell’interesse per spazi “della dimenticanza e dell’emarginazione” a Matera (“Fondazione Southeritage”). Nella città dei sassi, in occasioni di un intervento di arte pubblica (in Luogo, arte e linguaggi nel territorio urbano) hanno voluto richiamare l’attenzione sulla realtà sotterranea della piazza e sulle immense cisterne (Palombaro piccolo e grande) che, attraverso un intelligente sistema di raccolta in condotte, convogliavano l’acqua necessaria. Per evocarle, hanno perciò pensato alla creazione di un palombaro, una figura con la vecchia muta, installata in piazza, documentando attraverso un video le fasi di lavorazione e le vive reazioni dei passanti. Veniamo al loro ultimo giardino d’ascolto che li ha visti impegnati nella rivisitazione di un luogo isolato e dimenticato (antico cimitero e poi lazzaretto), adiacente alla chiesa paleocristiana di Casaranello.Sempre nell’ottica della valorizzazione di spazi ai margini, nella consapevolezza delle trasformazioni urbanistiche che sono sotto i nostri occhi. È quello che Gilles Clement, il “giardiniere filosofo” francese,alle cui idee si ispirano, definisce il terzo passaggio (Manifesto del terzo paesaggio, ed. Quodlibet,2005). Proprio per salvaguardare dimensioni storico-antropologico-asistenziali che l’uomo d’oggi rischia di perdere definitivamente,il gruppo intende come osservatorio e laboratorio nomade sensibilizzare l’opinione pubblica sulle potenzialità e sulle risorse stratificate nel tempo e spesso sconosciute del nostro habitat, attraverso “non luoghi da rivivere”. Dal giardino Egnazia al giardino di Casaranello, metafore di crocevia est-ovest. Dopo aver svolto una ricerca sulle testimonianze dirette e indirette che ricordano la storia del giardino, un hortus conclusus rimosso e abbandonato e dopo averne documentato, attraverso una dettagliata indagine fotografica, l’aspetto odierno “non sono mancate le sorprese storico culturali e botaniche” ci dicono. “Attraverso vari frammenti di memoria: la voce di persone anziane, quella di uno studioso locale e di un paesaggista e di chi ha abitato il luogo, abbiamo composto dei video e un’installazione (Cicerone). La notevole varietà di rose e di piante (dalla parietaria alla rosa di Damasco), quasi un tesoro incredibilmente nascosto (latenze), -raccontanogli artisti- ci ha fatto pensare alla riproduzione delle immagini sui piccoli ventagli delle feste popolari salentine, insieme a brevi citazioni di Clement . Fra terra e cielo, le installazioni luminose e sonore spostano la nostra attenzione dal giardino al cielo stellato e alle costellazioni. Agli splendidi mosaici della cupola rinvia infatto lo stellarium, in una simbiosi tra spazio esterno e sacralità dell’ambiente chiuso, luogo della memoria.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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