Acque termali nel paese assetato e i mille rivoli della rabbia

Per morire di legalità

In un paesino di undicimila anime, con il reddito pro capite tra i più bassi della provincia, la dispersione scolastica e il tasso di disoccupazione tra i più alti, dove si coagulano interessi tra i più succulenti, sparsi sul più lungo e il più bello (ancora per poco) litorale della costa salentina, la rabbia di vedersi sfuggire di mano l’unica occasione, anche piccolissima, del proprio riscatto economico, a causa di un intervento, vero o presunto del “Masaniello di Ugento”, può aver fatto tracimare la regia di un semplice avvertimento rusticano nella sceneggiatura improvvisata del più infame degli assassini

A passare ai raggi X, come abbiamo fatto noi del Tacco, i verbali sgangherati dei Consigli comunali di Ugento dal 2006 ad oggi, le delibere di Consiglio e di Giunta e le determine dirigenziali dal 2002 ad oggi, si rimane interdetti. Interdetti e indignati. Perché, a concentrarsi solo sugli interventi di Peppino Basile, contestato, irriso, accusato di non “saper fare la politica” e di “non conoscere le leggi” vengono fuori passaggi “schifosi”, come li definiva lui. Amava definirsi un uomo del popolo e invitava il sindaco a gestire la cosa pubblica come un padre che pensa al bene della propria famiglia. Ma tra quegli affari di famiglia, ce n’era più d’uno che a Peppino non andava giù: l’eccessivo ricorso ad incarichi esterni, motivati troppo spesso con la mancanza di risorse umane interne al Comune (e per cui Peppino si chiedeva: “Ma allora, questi nostri dipendenti comunali, che cosa sanno fare”)?; i troppi debiti fuori bilancio: 300mila euro di parcelle di avvocati sia per cause perse, sia per cause vinte (per cui Peppino si chiedeva: “Ma scusate, se ho vinto la causa, le spese legali non sono a carico di chi l’ha persa”?). Chiedeva sempre scusa, perché “non sono un uomo di legge”, ma “vado per logica”. Stigmatizzava le eccessive cause per risarcimento danni, soprattutto provocate dalle buche delle strade: memorabile quella intentata contro il Comune da un cittadino per il danneggiamento della sua Porche a causa di un cane randagio che gli aveva attraversato la strada. Duemila euro di risarcimento danni, “ma il cane- diceva Peppino – dov’è? Non c’era sul ciglio della strada, quindi non è morto, eppure ha fatto un danno da duemila euro. Cos’era, un orso”?). Puntava il dito contro le spese folli del Comune: 41mila euro per due Punto; 4.500 euro di “spese di rappresentanza” (“scusate, ma chi è il rappresentante del Comune? E che cosa rappresenta”?). Li prendeva in giro, Peppino. Si scagliava contro e scherniva “il sistema”. Le manovre per “sistemare gli amici degli amici”. Era contro il parco eolico, denunciava le eccessive concessioni demaniali date a privati per la realizzazione di stabilimenti balneari, che non lasciavano un fazzoletto di spiaggia libera per stendere l’asciugamano; la cementificazione del parco regionale e l’incoerenza del fare il parco lottizzandone i terreni vicini destinandoli a insediamenti turistici; i contributi a pioggia dati alle 45 associazioni (dato record in provincia di Lecce), per un totale di 33mila 400 euro, per i quali aveva richiesto il dettaglio delle attribuzioni. Denunciava il traffico e il furto d’acqua potabile, perché a Ugento, paese assetato, c’era chi, dopo la chiusura dei pozzi, si era allacciato direttamente alla rete idrica per risolvere con un fai da te il problema, facendone anche un business. Non c’era Consiglio poi, in cui non lamentasse la scarsa illuminazione, amplificazione e gli scarsi posti a sedere dell’aula consiliare, ottimi deterrenti per la partecipazione dei cittadini: “Per cambiare le cose, dobbiamo iniziare da una parte. Iniziamo da questo e le persone cominceranno ad interessarsi di più”. Voleva gettare luce sulle ombre, Peppino. Ultimamente aveva cominciato ad interessarsi della pineta comunale in zona parco, data in concessione ai villaggi turistici e per la cui concessione, secondo Basile, da troppi anni stranamente il Comune non percepiva il canone. Solo dal 1999 al 2002, apprendiamo studiando le delibere di Giunta, il debito del Victor village nei confronti del Comune ammontava a 62mila euro (non sappiamo se sia stato saldato). Anche la pineta comunale attrezzata, nelle ultime settimane, era nel suo mirino: gestita dalla cooperativa “Impegno popolare”, 3.100 euro di canone annuo per erogare servizi, di cui molti a pagamento. Nata per dare lavoro ad ex tossicodipendenti, secondo Basile ultimamente i suoi vertici erano occupati da persone vicine ad esponenti della Giunta di Ugento. Su tutte queste vicende della vita amministrativa comunale Peppino stava raccogliendo documenti ed elementi. Come anche sulla richiesta di un permesso a costruire, pare accordata, in zona “Casale”, nel parco naturale regionale. E poi gli interessi pesanti, che ultimamente dalla zona “Fontanelle”, lì l’albergo Orex, 1600 posti letto in pieno parco regionale, è ormai concluso e in parte sequestrato) si sono spostati verso Lido marini e torre Mozza, dove imponenti complessi turistici si stanno espandendo nel parco naturale. Proprio a Torre Mozza, leggiamo tra le migliaia di delibere di Giunta, nel 2002 erano state scoperte sorgenti dalle proprietà curative. Acque termali. Acque termali nel territorio di Ugento, paese assetato, dove si raziona l’acqua anche per lavare i bambini. Potenzialmente una bomba dal punto di vista dello sfruttamento turistico di quei luoghi. Tanto che il Comune aveva dato incarico per la redazione di un piano dello sfruttamento delle acque termali a due tecnici, uno dei quali, oggi, ha forti interessi nei nuovi complessi turistici tra Lido Marini e Torre Mozza. Come dire: se di terme si stava per parlare, c’era chi aveva già pensato agli stabilimenti termali per tempo. “Fra poco farò scoppiare una bomba”: l’aveva confidato Peppino ad un amico di cui si fidava, 15 giorni prima della sua morte. In un paesino di undicimila anime, con il reddito pro capite tra i più bassi della provincia, la dispersione scolastica e il tasso di disoccupazione tra i più alti, dove si coagulano interessi tra i più succulenti, sparsi sul più lungo e il più bello (ancora per poco) litorale della costa salentina, la rabbia di vedersi sfuggire di mano l’unica occasione, anche piccolissima, del proprio riscatto economico, a causa di un intervento, vero o presunto del “Masaniello di Ugento”, può aver fatto tracimare la regia di un semplice avvertimento rusticano nella sceneggiatura improvvisata del più infame degli assassini. In questo scenario fatto di povertà e ignoranza, nei mille rivoli degli interessi dei singoli, la cui somma, “il sistema”, come lo definiva Peppino, faceva coincidere con l’interesse di tutti, va ricercata la spiegazione dell’omicidio di Basile. Nel “sistema” ben oleato in cui l’accordo tacito è farsi i fatti propri senza mettere il naso in quelli degli altri, Peppino è stato il bastone che ha bloccato l’ingranaggio. Troppe volte. E quando non si voleva fare il “favore”, la colpa era di Peppino che lo impediva. A andare ad Ugento per respirare gli umori delle persone, non si ricava a. Non funzionano neanche le chiacchiere tra donne dal parrucchiere. Ecco, si respira questo: omertà. Nessuno vuole parlare. Silenzio. Solo un modo hanno avuto gli ugentini per testimoniare tutto quello che non possono dire: esserci, al funerale. Esserci, nell’anonimato, nella folla. Essere numero, accanto a Peppino. E lui quello, voleva. Essere uno del popolo.

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