Gabriele Bastianutti. Alcuni racconti

Alla ricerca di un senso, dietro la dualità contrapposta delle situazioni narrate

Dai suoi scritti emerge un back-ground individuale insieme all’identità di un immaginario collettivo. Alcune pagine richiamano una quotidianità che ha il sapore d’altri tempi

Con il loro andamento, a volte lirico e musicale, alcuni racconti, scritti nel corso degli anni da Gabriele Bastianutti, sembrerebbero adatti alla declamazione. Al di là connotazione semantico-visiva (sono occasionalmente dovuti al voler abbinare ai dipinti di Massimo De Luca dei testi che ne accompagnassero le immagini) dai suoi scritti emerge un back-ground individuale che costituisce l’identità di un immaginario collettivo. Prosa densa, a volte più ricercata negli effetti fono-simbolici, sostenuta nel tono dialogico, secondo un ritmo cadenzato. Brevi inserti caratterizzati da una forte intensità corale si alternano a pagine con spunti drammatici o mitologico-ancestrali, in una narrazione quasi sospesa. Insieme ad ambientazioni metafisiche ed oniriche, di “straniamento” (“E l’anima …”, ecc.), non manca il passato-presente del Salento, nella sua quotidianità e nelle pieghe dello spaccato sociale: acute riflessioni critiche evidenziano una dimensione contrapposta ai falsi valori dei nostri giorni (Oniro) o sull’aldilà (Siamo solo maschere, ecc. Ecco alcuni esempi. // oniro Uomo che grida alla luna; Massimo De Luca I pesci si rincorrono disegnando diafane scie; silenziose processioni in abissi profani. Percorsi paralleli sfiorano comuni pensieri che da versi opposti tracciano uguali traiettorie: inesorabile destino di volontà metafisiche. Un istante celebrerà l’incontro e forse anche allora eviteranno di sfiorarsi nell’illusione di aver percorso tragitti diversi. Ma la profondità è un’alchimia che sa celare, è un negro vino capace di inebriare, un assioma euclideo indimostrabile e necessario. Nel perpetuo circolo della loro esistenza, i pesci vivono in un immenso specchio che mai restituirà l’immagine dei loro corpi fluttuanti, dei loro armoniosi volteggi, di quegli occhi increduli e curiosi. Ma anche i pesci amano. Come il viandante che anela la dimora, sognano pietre di cristallo conosciute, profumi di alghe, vagheggiando il sapore del cielo. La linea dell’orizzonte non è forse un’allucinazione, una semplice sfumatura che separa due tonalità diverse di un unico colore? Ed allora, perché non poter nuotare nell’aria o volare nelle acque del mare? E’ solo questione di coraggio, di credere che sogno e realtà, indaco e celeste non siano altro che forme di rarefazione diverse, passaggi di stato di un’eguale materia. Non è forse l’intero universo, un algebrico quadro dipinto con quel magico colore che conosce il mistero delle sfumature? Oniro può apparire il pesce più grande ma è solo quello che desidera maggiormente assaporare il profumo dell’aria e, per questo suo anelito, pone in gioco la sua stessa vita. Non ha compagni, anche se la solitudine non sarà mai assoluta. Dalle onde del mare che oggi sente come un carezzevole vento, segue i compagni nei loro tragitti sempre uguali, scoprendo da lassù come il sole renda lucenti quei colori che l’abisso oscurava, per paura di svelarne il metafisico splendore. Oniro è il pesce che soffre della propria contentezza e che gioisce della propria diversità: è quell’ameba che per casualità del destino si fece uomo e che oggi vorrebbe diventare l’angelo di se stesso. // sorella Penelope; Massimo De Luca Correre e fuggire, fermarsi e poi sperare che l’ultimo fiume di scorie non inondi i nostri sogni. Vorrei tenere caldo il letto su cui dovrai dormire: calpesterò l’erba, strapperò le pietre e spero potrai riposare. Non piangere, sorella, quando dovrai sacrificare il tuo migliore amico, non disperarti per le parole che non riesci a pronunciare. Ma se è necessario, piangi sulla mia spalla, le tue lacrime leniranno le mie ferite: possibile, che non ti sia accorta di essere preda dei famelici levrieri? Povera donna, le tue frecce sono piume e tu hai paura che facciano del male! Mi domandi dei tuoi figli: quale scoglio li avrà accolti e di quali erbe si saranno nutriti… Che dirti? Li hanno visti in compagnia dei miei fanciulli mentre danzavano ed invocavano la pioggia. Sperano che gocce d’acqua cancellino la sporcizia dei volti ed intonino il melodico tintinnio della primavera. Com’è facile proseguire per alcuni e com’è triste vivere per altri! Non abbiamo amici e nemmeno fratelli, nonostante l’abitudine di incontrarsi nei templi: siamo soli come solo la follia sa rendere soli, come solo la disperazione dell’essere a sa forgiare nelle sue fucine tecnologiche. Non siamo stelle dell’universo, né granelli di sabbia, siamo esseri che precipitano nell’abisso e nel tragitto si nutrono dell’idea che, cadendo sugli altri, possano avere salva la vita. Nostra nonna ha pianto le sue tre figlie perse nell’arco di una breve stagione, ha conosciuto l’oblio nel suo quotidiano cercare in quelle lapidi marmoree voci ultraterrene che non potevano rispondere. Ha conosciuto la forza della fede e la disperazione del vuoto, ha vissuto i campi di sterminio ed i suoi malvagi architetti; oggi avrebbe difficoltà a scaldarsi con le ceneri di un focolare computerizzato. Mi domandi se è nuova arte quella che colora il cielo con le torbide scie di aerei impazziti e già sai che non posso ascoltare le note del tuo flauto. Perché ci torturiamo, perché apocalittiche visioni ci derubano il sorriso? E’ l’amore che si china su se stesso o l’intolleranza camuffata da bisogno che bussa alle nostre porte? Vorrei costruire uno stradivari, saper selezionare il miglior legno e saziarmi della sua arte. Ho gli spartiti del silenzio, non avrò bisogno di corde, né di orchestra. Sorella, sorella, non correre contro il vento, rovinerai i tuoi capelli stanchi. Sorella, non sono il tuo assassino, aspettami, sono solo la tua vecchia ombra che ti insegue quando il sole ha il coraggio di guardarti Fratelli “Il passato c’insegue e le stelle ne sono la luce. Parlami con le tue parole ed io riuscirò ad ascoltarti. Percepisco la tua voce che soffia su queste nuvole nere e già sento la pioggia vicina. – Fratello. Sangue. Lame – Fratello. Ho scrutato in lontananza per incontrarti, ma ho intravisto solo ombre fugaci. Ti ho ricordato fratello, quand’eri bambino, ma non sono riuscito a distinguerti. Indossavamo gli stessi vestiti e cantavamo le stesse canzoni, nostra madre era la sola a non confondere i nostri nomi. Se avesse potuto non avrebbe cambiato neanche quelli. Scrivevi sempre “noi”, e le nostre braccia erano quattro, come gli occhi, come le gambe per rincorrere e sfuggire; anche i pensieri erano doppi come l’eco della vita. Nostra madre ci amava allo stesso modo, con lo stesso numero di carezze e di baci, nello sforzo di renderci ancora più simili di quanto non lo avesse già fatto il destino. Nutriva la speranza che ci fossimo amati … per sempre. Confondemmo la pioggia con il pianto e il bastone con la forza. Alla sua morte ci sentimmo liberi di odiarci. Non riesco a non pensarti ed è anche per questo che vorrei dimenticarti.” Non l’avrebbe mai scritta quella lettera Alonso. Come sempre d’altronde, come ogni saluto che termina con un gesto che cade nel vuoto. Prese la sua canna da pesca e si recò lontano dai rumori striduli di una memoria invadente. Il bambino gettò dieci pietre nel fiume, una sola manciata disegnò un circolo di cerchi in quello scorrere monotono e lento della natura. Il tonfo fu ampliato dal silenzio della valle paludosa. Era il suono del precipizio, la voce assoluta della caduta. Alonso volse il suo sguardo di rimprovero, ma il bambino si era dileguato nel giardino di un canneto dagli alti fusti color dell’oro. La carcassa di un animale morto attraversò il piccolo fiume, imperscrutabile segno di un silenzio riconquistato e di un’inquietudine sommessa. Rigida e austera la spoglia di una vita solcava la transitorietà del tempo. La seguiva la scia impercettibile di un’ombra spenta che si contemplava nell’acqua. Alonso si sentì chiamare come tante altre volte gli era successo nell’ultimo periodo. Un refolo di vento sussurrava il tono caldo di una voce conosciuta e desiderata. Rimase immobile per paura che quella sensazione svanisse e scrutò il vuoto che lo circondava. Ascoltò e i suoi pensieri accolsero percezioni riposte e nebulose paure: – Fratello, devo partire! – Di nuovo? – Si, un’ultima volta. – No, è ancora presto. Abbiamo troppe parole sospese, troppi gesti incompiuti. Adesso no! Ti prego adesso no. – Sapevi che sarebbe successo, siamo vecchi ormai, ed io sono stanco di lottare. Dieci anni sono molti, avrebbero sfinito anche te. Ho combattuto inutilmente contro cellule impazzite che si sono inerpicate sul mio cervello minandone l’arbitrio. Ora consegno a te la lanterna del ricordo e la soffusa penombra di una memoria seppellita. Ti lascio, ma prometto che verrò a trovarti e questa volta porterò nostra madre. E’ da qualche tempo che è lontana dai tuoi sogni, non è vero? Accarezzerà la nostra barba bianca e non dovremo più vivere lontani per non essere confusi. Ma ormai è tempo del saluto che oggi si colora del ricordo. – No fratello, prendi la mia mano… è stata sempre tua… Ti prego, fratello ruba la mia forza e fai partire me… Fratello, la tua mano, fratello sto tremando. Una lacrima tagliente come il vetro e rumorosa come il tonfo di pietre gettate in un fiume che nasconde il suo letto, scivolò tra le crepe del vecchio Alonso che si era illuso di non saper piangere. Un singhiozzo abbracciò la carcassa e una nuova oscurità attraversò il buio dello stordimento e del presagio.

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