Quale futuro per gli emigranti senza fango sotto le scarpe

Testimonianza di “ritornati” in Salento, alle prese con le fatiche quotidiane legate alla loro scelta

La scelta più ovvia è emigrare o rimanere nel nord Italia, una scelta forzata, non voluta. Fondiamo un movimento: i ritornati! Quelli che sono stati fuori e vogliono portare la loro esperienza a casa. Quelli che vogliono cambiare la mentalità del meridione. Giovani, volenterosi, onesti. Siamo un casino di persone della nostra generazione

Il “caso” è scoppiato in Salento nel febbraio scorso e a rileggere quei giornali sembra già preistoria: tutto morto e sepolto e la vita va avanti. Dichiarazioni, convegni, proposte, rimbalzi mediatici, i politici pronti a parlare di “emergenza”: circa 35mila giovani con un’istruzione medio-alta negli ultimi tre anni hanno lasciato la loro terra d’origine, la Puglia, per lavorare al nord o all’estero. Emigranti. Colti, preparati, le valige non sono di cartone, ma sono emigranti. Sul Taccoditalia.net, il quotidiano on line curato dalla redazione del Tacco d’Italia, la lettera di un giovane e brillante ingegnere aerospaziale leccese con lavoro prestigioso ad Amburgo ha squarciato il velo di Maya: “Vogliamo ritornare ma è il sistema-Salento che non ci vuole”, questo il senso del suo intervento. Sono seguiti, sempre più numerosi, gli interventi dei tanti “cervelli fuori”: esperienze di studio e lavoro all’estero; tentativo di ritorno; scontro con un sistema socio-politico-economico dalle maglie strette, che si allargano solo per far passare chi è già parte della “rete”, della catena; decisione di ritornare al nord o all’estero. Il dibattito ha tirato fuori con la semplicità del linguaggio colloquiale, tipico del web, questioni scabrose con cui chi ha scelto di vivere e lavorare qui si è scontrato e continua a scontrarsi: il sistema-Salento non è meritocratico, (pubbliche amministrazioni e Università inglobano quasi esclusivamente figli di); al curriculum si preferisce la segnalazione, possibilmente politica; i servizi per chi si affaccia al mondo del lavoro e per chi mette su famiglia sono quasi inesistenti; le retribuzioni mai all’altezza della mansione; il lavoro nero all’ordine del giorno. Sono parole dettate da esperienze personali, amare, dei “cervelli” che hanno partecipato al forum del Tacco. Abbiamo pensato perciò che fosse giusto metterle a confronto con le posizioni dei massimi rappresentanti istituzionali, a cui abbiamo chiesto che cosa abbiano fatto fino ad oggi e che cosa abbiano in mente di fare per impedire che il Salento perda la sua linfa vitale e anzi per favorirne il rientro. Rientrare a settembre, nelle grandi città del nord, all’estero, è toccato a molti ragazzi della mia generazione. Salire sul treno Lecce-Scahaffausen (fermate a Bologna e Milano): una liberazione (addio, io vado verso il progresso) e un’agonia. Una vittoria e una sconfitta. Una stretta al cuore e un moto di superiorità un po’ meschina, dettata dalla condivisione della cuccetta e del destino, ma fino ad un certo punto, di chi più di trent’anni fa ha portato oltralpe le scarpe grosse lasciando qui il portafoglio. Fino ad un certo punto perché si, ci sentivamo emigranti, ma colti. Senza fango sotto le unghie. E invece no. L’abbiamo capito dopo. Anche noi, come chi beveva vino rosso e mangiava pollo nello scompartimento (e ce lo offriva, in alternativa alla nostra bibita e panino), come loro, emigranti. Cacciati, non voluti, non trattenuti. Oggi come allora, ma con la laurea appesa al muro. Le riflessioni sul web hanno illustrato un bivio: tornare senza paracadute, per motivazioni puramente personali (lu sule lu mare lu ientu, la lentezza e il caffè al porto) o tornare con un’opportunità di lavoro e una retribuzione all’altezza degli studi, delle competenze e dell’esperienza acquisite. Praticamente impossibile. Riflessioni pervase da un senso di impotenza e frustrazione, ma anche da voglia di riscatto e un moto di rabbia: perché ogniqualvolta il singolo è lasciato da solo nelle sue scelte esistenziali, e le sue decisioni sono dettate da necessità, non da una reale valutazione di più opportunità, offertegli dal contesto in cui vive, non si può che registrare il fallimento del ruolo dello Stato. E’ nata la proposta di un movimento dei “ritornati”. Contarsi per pesare la propria forza. Il Tacco può fare da megafono. Quello che non manca agli emigranti è la forza di volontà, di vincere e di emergere e la fiducia nelle proprie capacità. Il gruppo di giovani redattori, giornalisti, professionisti che si sta coagulando attorno a questa piccola realtà editoriale è per la maggior parte frutto di quest’esperienza. Quindi, andiamo avanti.

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