E' morto il prof. Bernard Hickey

Il ricordo commosso del giornalista leccese Sergio De Cataldis

Per vent'anni ha insegnato all’interno dell’Università di Lecce, nella facoltà di Lingue e Letterature Straniere. Di tracce ne ha lasciate molte, a cominciare da oltre settemila volumi donati alla “sua” Università

Quando una persona come Bernard Hickey, che per tutti è sempre stato solo il professor Iki, va via, la prima sensazione di chi resta è che da quel momento si diventa tutti un po’ più poveri. Io che ho avuto la fortuna di conoscerlo so che non sarà facile ritrovare in altre persone quella genuina passione per la cultura, per i giovani e per la vita che il professor Iki trasmetteva al primo sguardo. Dai suoi piccoli occhi azzurri luccicava l’entusiasmo di un ragazzino, di uno che non aveva mai smesso di sognare e di far sognare, di raccontare storie di cui spesso non ricordava nemmeno la fine, ma che ti accompagnavano dolcemente nel mondo delicato e profondo di un gentleman di altri tempi, che aveva attraversato la storia dell’ultimo secolo e voleva lasciare traccia di questo suo passaggio. Di tracce ne ha lasciate molte, a cominciare dalla biblioteca di oltre settemila volumi donata alla “sua” Università di Lecce, ma ancora di più sono quelle che ha lasciato nelle menti dei ragazzi che ha conosciuto e aiutato in tutti questi anni. Da quando è arrivata la notizia della sua scomparsa ho ricevuto molti messaggi in cui ritornava sempre la stessa frase: “Ci mancherà molto”. Nei vent’anni in cui era stato a Lecce non era ancora riuscito a imparare perfettamente l’italiano, ma aveva capito una cosa ben più importante: che il segreto per restare giovane era non pensare “da vecchio”, non lasciarsi andare al cinismo e all’utilitarismo che accompagnano la cosiddetta maturità, nutrire interesse per le cose e per le persone, aiutare e supportare i suoi ragazzi nella loro quotidiana lotta contro l’omologazione, l’appiattimento, la mediocrità. Tra una pinta di Guinness e l’altra ti parlava di poesia, dell’Australia, delle belle donne che aveva incontrato, di Joyce, della necessità di combattere per raggiungere i propri obiettivi, di “non farsi fregare da quei bastardi”. Ma soprattutto ti prendeva sempre sul serio, anche se nel suo modo sornione, e questo dava in chi lo frequentava un coraggio ed una sicurezza sorprendenti. Se l’opinione degli studenti contasse qualcosa all’interno dell’Università, la facoltà di Lingue e Letterature Straniere dovrebbe essergli dedicata, ma ho paura che questo difficilmente accadrà. Quello che accadrà sicuramente, invece, è che tutti i ragazzi che lo hanno conosciuto, pensando a lui, ritroveranno un po’ della fiducia e del coraggio che ogni giorno amava spargere per il mondo. E per uno come lui, ne sono certo, questo vale molto più di una targa. Grazie mille, professor Iki

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