Niurumaru:l’anima della campagna

Associazione di chi crede nella cultura come dialogo tra amici che rispettano l’uomo e l’ambiente

A Magliano, frazione di Carmiano, Niurumaru per ritrovare la campagna e salvare la bellezza dei piccoli borghi, l’anima del Salento e delle tradizioni contadine

Tre giornate nella campagna “per conoscere il bene ed il male, luoghi e gente, storie, cibo e vini”. E per adottare una strada, una di quelle “strittule” che costeggiano campi, vigneti, frutteti, antichi casini, ripulirla dai rifiuti, salvaguardala dall’incuria, tornare a viverla. Con questo “invito al viaggio” si apre alle 15 di venerdì prossimo a Magliano, frazione di Carmiano che conta circa tremila abitanti, “Campagna mia compagna” (programma in allegato), organizzata dall’associazione culturale e politica “Niurumaru”. Una tre giorni ricchissima di appuntamenti, iniziative, incontri, giochi, cucina, prose e poesie, con un obiettivo preciso: “far vivere ai cittadini i modi tradizionali della campagna perché se li godano, ma anche perché ci aiutino a salvaguardali e valorizzarli”. E nelle intenzioni dei soci dell’associazione, ad iniziare dal presidente Davide Mancina, l’occasione per “inaugurare un modello nuovo, di gusto antico, per proporre la tipicità, i valori della campagna”. Provando a salvare Magliano da una trasformazione urbanistica che rischia di snaturarne la bellezza ed il senso. Secondo Mancina, proprio Magliano è divenuto negli ultimi tempi, e sempre più selvaggiamente, emblema del modo in cui nonostante le molte retoriche sulla salvaguardia dell’ambiente e dei manufatti architettonici storici, parti importanti del territorio salentino sono “abbandonati, senza alcun controllo pubblico, e soprattutto senza alcuna sensibilità da parte delle pubbliche amministrazioni al problema. La campagna è abbandonata a sé stessa, spazzatura dei rifiuti del quotidiano e della volgarità delle costruzioni, dai muri in cemento alle abitazioni e fabbriche. Proprio quando, nel frattempo, se ancora bella, può essere interessata da nuovi mercati, da nuove economie, da un’idea di futuro non invasiva né traumatica ma sostenibile”. Obiettivo politico dell’iniziativa è proprio accendere l’attenzione sulla trasformazione in atto di un borgo che rischia di smarrire l’intima essenza, il genius loci, la bellezza. Non ancora una sagra, dunque, vogliono essere questi tre giorni, anzi quanto di più lontano si possa immaginare, né tantomeno un week end semplicemente “spettacolarizzato”. “Quel borgo”, racconta Mancina, “fino alla prima metà del ‘900 era tra i luoghi di villeggiatura preferiti dai benestanti della borghesia cittadina, che lì trascorrevano con le famiglie estati lunghissime. Le loro proprietà offrivano tutto il desiderabile: distese di vigne per il vino, curate spalliere di uva da tavola, maestosi olivi, giardini d’aranci, fichi, peri, meli, albicocche, susine, melograni, orti curatissimi, frutti della macchia mediterranea, querce vallonee e verdure selvatiche. E poi animali da cortile, cacciagione, altre preziosità locali. Un’ attenzione alla campagna che era parte integrante di una cultura che quel ceto sociale esercitava nelle più varie forme. A contatto con questa società privilegiata il mondo contadino arricchiva il suo sapere e la consapevolezza dei propri valori. La pulizia della vita e lo “spuddrimare”, la vendemmia, la monda degli ulivi, il portare le ulive al frantoio ed i pani ed i fichi al forno, ma anche i canti della lirica durante il lavoro e nelle notti d’estate, nelle corti, la recitazione dei classici alternati a “cunti” e canti popolari erano riti quasi sacri, puntuali scadenze di vita. I signori sono andati via, e per qualche decennio la tradizione della vita in campagna ha resistito, custodita nelle case del borgo antico, nelle “strittule” di campagna, nelle botteghe e nelle cucine. Ha resistito soprattutto la strutturazione della campagna. Con i suoi percorsi, le sue tipologie costruttive, le sue colture e la sua cultura”. Su tutto questo vuole provare a riflettere concretamente l’iniziativa promossa da “Niurumaru”. Non solo con discorsi, piuttosto lungo una tessitura di azioni concrete: la pulizia dai rifiuti di una strada, l’antica arte dei palloni aerostatici, letture di poesie e di prose, una passeggiata in campagna alla luce della luna, della poesia e dei vini, l’invito rivolto ai bambini a vendemmiare e poi a stompare esattamente come un tempo. Per sottolineare come “quanto è custodito nella memoria e quanto ancora fisicamente rimane è patrimonio culturale. Un patrimonio culturale con alto valore economico e sociale, a patto di saperlo riconoscere e gestire correttamente”. Il che significa anche sollecitare il comune di Carmiano a sancire una volta per tutte e definitivamente il valore urbanistico e storico del centro storico della frazione di Magliano, dell’antico borgo segnato da corti, case a schiera, edifici signorili. Da architetto qual è, oltre che profondo conoscitore del territorio salentino, Davide Mancina suggerisce anche la strada: classificare il centro di Magliano come “zona A”, ovvero zona di cui vanno riconosciuti e protetti i caratteri. Invitando a recuperare il rapporto con la campagna e la bellezza di un luogo che rischia di trasformarsi irreversibilmente senza alcuna pianificazione intelligente e coerente. “Campagna mia compagna” di fatto pone con forza una questione non più rinviabile, alla piccola frazione di Magliano ed all’intero Salento.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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