Abruzzo: “Ecco la strada per una stampa libera”

I giornalisti italiani da ta

L’intervento di Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine dei giornalisti di Lombardia, al seminario su “Diritti, Legalità e Mass Media” organizzato per oggi dall’Università di Lecce

Ripeto qui a Lecce, quello che vado sostenendo da tempo: serve una legge di un solo articolo che abolisca i segreti istruttori in vigore, i quali sono inutili perché vengono sistematicamente violati da una pluralità di soggetti pubblici. La nuova legge dovrebbe dire che è vietato pubblicare soltanto quegli atti processuali sui quali il giudice abbia deciso di apporre il vincolo temporaneo di segretezza. La nuova legge dovrebbe dire anche che i cronisti giudiziari, come mediatori intellettuali fra i fatti e la pubblica opinione, hanno il diritto di estrarre copia degli atti processuali depositati in cancelleria al termine della varie fasi istruttorie. L'abolizione del segreto istruttorio cancellerebbe le corsie preferenziali alle informazioni nella fase delle indagini istruttorie. E’ legittimo, in via di principio, pubblicare le intercettazioni che consentono di far luce sui retroscena delle scalate bancarie e societarie, ma va assicurato il diritto preventivo di difesa ai protagonisti delle intercettazioni. Il rispetto del diritto di difesa significa soprattutto rispetto della dignità delle persone, che sono estranee alle inchieste penali, ma anche di chi vi è coinvolto sul presupposto che un’informazione di garanzia non è una condanna e che la presunzione di innocenza è un valore costituzionale. Dietro le scalate bancarie e societarie (e oggi dietro calciopoli) si nascondono lotte di potere che possono sconvolgere gli equilibri politici ed economici del Paese. E’ giusto che i cittadini sappiano. I giornalisti hanno il dovere e l’obbligo di accertare i fatti e di non pubblicare notizie del diavolo, ma soprattutto di non combattere guerre per conto terzi. I cronisti, comunque, non sono custodi del segreto istruttorio: questo compito spetta ad altri soggetti (pubblici). Diversi magistrati covano una vecchia visione, che non tiene conto soprattutto del dettato costituzionale, che sancisce il diritto dei cittadini a partecipare alla vita politica, economica e sociale della Nazione. Si partecipa se si è informati. Altrimenti perdura il vizio di trattare i cittadini come sudditi. Va affermato il principio secondo il quale il giornalista, che riceva una notizia coperta da segreto, può pubblicarla senza incorrere nel reato previsto dall’articolo 326 del Cp. E’ palese la differenza con il reato di corruzione, che colpisce sia il corrotto sia il corruttore. L’articolo 326, invece, punisce solo chi (pubblico ufficiale) viola il segreto e non chi (giornalista) riceve l’informazione e la fa circolare. Ferma restando, ad ogni modo, la prerogativa del giornalista di non rivelare l’identità delle proprie fonti. Il giornalista, che svela le sue fonti, rischia il procedimento disciplinare al quale non può, comunque, sfuggire per l’evidente violazione deontologica. Una lettura ragionevole dell’articolo 326 del Cp evita l’incriminazione (assurda) del giornalista per concorso nel reato (con il pubblico ufficiale…..loquace) e le perquisizioni, arma ormai spuntata dopo le sentenze “Goodwin” e “Roemen” della Corte di Strasburgo. Il brano su riportato è solo la prima parte, introduttiva, dell'intervento di Franco Abruzzo al seminario di Lecce. È possibile scaricare l'intervento integrale in pdf.

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