Il prezzo delle dimissioni

Riflessioni sparse sul senso delle dimissioni in Italia e in Salento

Il dimissionario è, in genere, colui che, resosi conto di non avere a portata di mano gli strumenti necessari per completare il suo incarico, fa pubblica ammenda e abbandona la carica, non senza una certa dose di imbarazzo. Ma in Salento, forse, la situazione non è questa

di Sergio De Cataldis C’è una radice etica molto profonda nel concetto di dimissione, svilita negli ultimi anni da un abuso di questa pratica come mezzo rapido e sicuro per balzare con movenze feline da una condizione di difficoltà ad una nuova, miracolosa verginità. Nell’accezione classica del termine, il dimissionario è colui che, resosi conto di non avere a portata di mano gli strumenti necessari per completare il suo incarico, o semplicemente di non essere in grado di farlo, fa pubblica ammenda e abbandona la carica, non senza una certa dose di imbarazzo. In Giappone c’era chi faceva harakiri per molto meno, ma noi siamo gente sensibile e di sangue inutilmente versato ne abbiamo piene le scatole. Tuttavia il fallimento non dovrebbe far piacere a nessuno, così ci si aspetterebbe quantomeno un lungo periodo di volontario isolamento da parte del dimissionario di turno. La realtà però, ci offre un panorama decisamente diverso. Seguiamo gli eventi. Il ministro Scajola si dimette dopo i commenti sull’inopportuna insistenza di Marco Biagi e dopo qualche mese rientra dalla finestra direttamente sulla poltrona di un altro ministero. Magia. Il Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, sfiduciato dal governo e dalla comunità internazionale in seguito a compromettenti intercettazioni, ci mette alcuni mesi a farsi “persuadere” sull’opportunità di lasciare il passo. Nel frattempo i giornali stranieri decidono di inserire le notizie di economia sull’Italia nella pagina delle vignette, proprio accanto al cruciverba. Per ultimo arriva Roberto Calderoli, ministro delle Riforme Istituzionali con delega alle t-shirt, che ci si mette proprio d’impegno, e in pochi giorni riesce a fare più danni nelle relazioni diplomatiche tra l’Italia e il mondo arabo di quanti ne possa fare un pachiderma in una cristalleria. Anche qui le dimissioni alla fine giungono, ma con il piglio di chi dice:”Non siete voi che mi cacciate, sono io che me ne vado!”. Chissà, tra un po’ magari lo ritroveremo alla Farnesina. Veniamo alla situazione salentina. Anche in questo caso ci sono state delle dimissioni, annunciate e poi smentite, infine arrivate ma in fondo non proprio certe, pronte ad esplodere con cariche a idrogeno o fragorose come un colpo di tosse. In ogni caso, dimissioni. Parliamo, ovviamente, di quelle del sindaco di Lecce, Adriana Poli Bortone, che continuano a tenere in bilico cittadini e consiglio comunale, ma a differenza di quelle menzionate in precedenza, non derivano da un caso eclatante o da gaffes irrimediabili, ma solo da logiche di partito. AN ha bisogno del contributo dei suoi esponenti più noti per le politiche di aprile, la sindaco non si sarebbe potuta comunque ricandidare al Comune per “eccesso di mandati” e quindi tanto vale… Varrà anche tanto, ma come la mettiamo con i datori di lavoro? Se io, chi legge o chiunque altro va dal suo capo e si dimette, con i tempi che corrono dopo cinque minuti ci si trova già alla porta con in mano gli effetti personali e una fila di candidati pronti a ricoprire il posto vacante. Per la politica invece i giochi sono sempre aperti. I sindaci si candidano in Parlamento, i parlamentari si candidano in Europa e poi tornano a fare i sindaci, in un tourbillon molto bipartisan di lettere di dimissioni con ricchi premi e cotillon. Chi ci va di mezzo sono quelli che si augurerebbero di essere governati da chi hanno eletto, votato magari sulla base di un programma che ha bisogno del tempo di un mandato per essere attuato. In tanti, insomma, in questa giungla di dimissioni restano invischiati, con il rischio che i prossimi a dimettersi siano gli elettori, e che la politica si avviti in una spirale in cui elettori ed eletti siano sempre gli stessi, e si finisca per votarsi addosso.

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