Il Carnevale: dal Medioevo ad oggi

Da Venezia a Gallipoli, la parola d’ordine è divertirsi

In tutta Italia sono tantissime le tradizioni carnascialesche che richiamano, in modo più o meno evidente, le origini medievali della festa, in cui era concesso dire e fare ciò che nel resto dell’anno era proibito. E qualcuno, per il Salento, ipotizza un collegamento tra Carnevale e tarantismo

E' ufficialmente tempo di Carnevale. Nel Medioevo, si tenevano grandi feste alle quali partecipavano grandi e piccoli, uomini e donne, tutti indossando delle maschere. In effetti, anche oggi, non è Carnevale senza le maschere, che sfilano in coloratissimi cortei. La maggior parte delle nostre maschere risale proprio all’età medievale. Quando venivano allestite delle sceneggiate in cui veniva fatto morire il Re Carnevale, il quale rappresentava il sovrano di un immaginario Paese della cuccagna, dove tutti potevano bere e mangiare a sazietà. In Italia, il Carnevale più antico e prestigioso è quello di Venezia, ma il Carnevale di Viareggio, che si è imposto in tempi più recenti, è il più imponente in assoluto. In Puglia, il Carnevale più antico è quello di Putignano, che quest’anno festeggia il seicentododicesimo anno di vita, ed è anche il più lungo perché i festeggiamenti cominciano il 26 dicembre con la cosiddetta “Festa delle Propaggini”, in concomitanza con la ricorrenza di Santo Stefano, patrono della cittadina. Per venire al Salento, anche in provincia di Lecce sono moltissime le città che festeggiano alla grande il Carnevale. Fra le manifestazioni più importanti, occorre ricordare Gallipoli, Casarano, Corsano, Andrano e il Carnevale della Grecia salentina. La maschera tradizionale del Carnevale leccese è quella de “lu Paulinu”. Paolino, nel Salento, è “lu Carnavalu”, cioè il Carnevale, che è poi il marito di “Quaremma”: quando Paolino muore, si dà inizio alla Quaremma, cioè alla Quaresima. Secondo la ricostruzione di Piero Fumarola, sociologo dell’Università di Lecce, esiste un rapporto tra “Paulinu” e San Paolo. Infatti, il Salento è l’unico luogo in cui esistono tutte e due queste tradizioni. Nel 1997, Fumarola, insieme allo studioso George Lapassade, organizzò a Lecce una serie di seminari sul Carnevale e sul rapporto con la musica salentina, dando vita a quella forma di sperimentazione molto originale che è la tecno-pizzica. Esiste un collegamento, secondo lo studioso, tra il carnevale salentino e il tarantismo. Il Paolino, il piccolo Paolo, farebbe cioè pensare alla caricatura di San Paolo. L’idea della morte e del funerale del Paolino è una tradizione esclusivamente salentina e sarebbe allora da collegare con il tarantismo, cioè con la sofferenza delle donne che ballavano una danza erotica e scomposta, come un’orgia simbolica, che è poi quanto succede durante l’euforia del Carnevale. Antichissima è la tradizione del Carnevale di Gallipoli. Come spiega Elio Pindinelli, su un “Almanacco gallipolino” degli anni ‘90, questa tradizione affonda le sue radici in un passato pagano, come testimonia il rito propiziatorio del fuoco con il quale i gallipolini iniziano il Carnevale il 17 gennaio, bruciando all’aperto, nelle pubbliche piazze, enormi cataste di gramaglie d’ulivo. Questo è il rito delle “focareddhe” che, in seguito, sono state dedicate al patrono cristiano del fuoco, Sant’Antonio Abate. Si dà inizio alle danze e, al suono dei tamburelli, si balla la pizzica con grande trasporto, in una continua osmosi tra paganesimo e cristianesimo. La maschera tradizionale del carnevale gallipolino è “lu Titoru”, Teodoro. Narra la leggenda che il giovane soldato Teodoro, trattenuto lontano dalla sua terra, desiderasse ardentemente tornare in patria almeno per il Carnevale, nel periodo, cioè, in cui tutti potevano godere dell’abbondanza del cibo e divertirsi, prima dell’avvento della Quaresima. Anche la madre di Teodoro, la “Caremma”, che era in pena per il figlio, pregava perché Dio potesse concedergli qualche giorno di proroga del Carnevale, e le sue suppliche furono ascoltate. Si allungò la festa di due giorni (“li giurni de la vecchia”) e Teodoro potè arrivare a Gallipoli in tempo per godere della festa. Era un martedì e Teodoro, per recuperare il tempo perduto, si diede a gozzovigliare e mangiò talmente tanto, quintali di salsicce e polpette di maiale, da rimanerne strozzato. Così, in quel tragico martedì grasso, moriva Teodoro e con lui moriva anche il Carnevale, fra le urla di dolore che accompagnavano la sua bara. Per questo, sfilava in processione per le strade della città un carro con un pupo di paglia che raffigurava lu Titoru, fra i pianti delle prefiche (”le chiagimorti”) e i frizzi e lazzi del popolo, fino a mezzanotte quando, il suono delle campane, segnava la fine della crapula, cioè del divertimento grasso e volgare. Tutti si mettevano in ginocchio e manifestavano la propria compunzione e cominciava così, dal mercoledì delle ceneri, la penitenza che si protraeva per quaranta lunghi giorni, i giorni della Quaresima. Per le strade del borgo antico, le maschere, a gruppi, scorrazzavano per le strade invase dalla gente, fra gli applausi, i coriandoli, i confetti e l’euforia generale. Con l’inizio del Novecento, il Carnevale gallipolino si spostò nel borgo nuovo, ma sempre “lu carru te lu Titoru” era protagonista assoluto delle sfilate. Cominciava, intanto, a fare la sua timida comparsa qualche carro allegorico, sull’esempio di altri e più rinomati Carnevali nazionali. Fu dopo la seconda guerra mondiale che la tradizione dei carri allegorici prese piede a Gallipoli, ed ogni anno di più si allestivano enormi carri colorati, realizzati dalle sapienti mani degli artigiani locali. Gli imprenditori gallipolini capirono di potere sfruttare meglio dal punto di vista turistico l’attrazione del Carnevale ed allora Gallipoli si è imposta sempre di più in questo contesto, tanto che il suo Carnevale oggi ha un tale successo da non avere rivali nella provincia di Lecce, con una massiccia affluenza di gente da ogni dove. Dopo il mercoledì delle Ceneri, il giovedì si festeggia la “Pentolaccia”, che dà la possibilità di consumare gli ultimi strascichi del Carnevale ormai concluso. Si tratta di una grossa pentola, una pignatta, nella quale sono contenuti confetti e dolciumi di ogni tipo che i bambini devono rompere, per potere venire in possesso del prezioso contenuto. Soprattutto in passato, questa tradizione era molto sentita: i bambini, bendati, dovevano colpire, con un bastone, questa grossa pentola che gli altri amichetti si divertivano anche a spostare in continuazione, per prolungare il più possibile la durata del gioco. Sono, questi, gli ultimi momenti di divertimento, prima della penitenza quaresimale, che inizia con le 40 ore, che si tengono, subito dopo la Pentolaccia, nelle chiese del paese.

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