Natale a colori

Come vivono il Natale gli immigrati in Salento. Tra purciddhuzzi e cousscous

Gli immigrati salentini non festeggiano il Natale, ma colgono l’occasione per far festa. Molti, una volta in Italia, abbandonano la propria religione per quella cattolica.

Le luci, le vetrine dei negozi. L’albero addobbato, il bue e l’asinello. Bei nastrini colorati. Ricchi piatti da consumare in compagnia. Il nostro Natale profumato lo conosciamo a memoria. Ma del Natale dei tanti stranieri che abitano i nostri paesi spesso sappiamo poco. Non ci chiediamo neppure se lo festeggiano il Natale, il “nostro” Natale, gli immigrati in Salento, a volte letteralmente aggrediti dalle rumorose tradizioni della terra in cui arrivano e costretti, per il solo fatto di non essere a casa, a subire rituali che non appartengono alla loro cultura. Certo, nel giorno di Natale, prima di dare inizio al gran pranzo, dedichiamo loro un pensiero e, tra i buoni propositi natalizi, ci auguriamo frettolosamente che vivano bene la festa, che trovino la meritata serenità e, amen, via con gli antipasti. In effetti, iniziative per l’inserimento degli immigrati non mancano: da 15 anni la Provincia festeggia a Palazzo dei Celestini, il “Capodanno dei popoli e della pace” per stranieri e gente del posto. E l’anno scorso, Banca Popolare Pugliese per presentare i prodotti bancari “Everywhere”, rivolti agli immigrati, ha organizzato un mercatino di Natale nel convento dei Teatini con danze e prodotti tipici delle varie culture. Ma forse non basta. E’ vero, gli stranieri non pretendono più di quello che hanno e dicono che la gente salentina è accogliente; ma se anche chi è qui da molti anni si sente ospite e mantiene quel timoroso rispetto per i “padroni di casa”, cui spetterebbero gli “onori di casa”, forse è perché questi non si sprecano poi tanto per facilitarne l’inserimento nel tessuto sociale. E’ il caso di rifletterci. Almeno a Natale. Abbiamo incontrato alcuni di loro in giro per Lecce e per i paesi del Salento. Molti ci hanno raccontano di essersi inseriti bene nel tessuto sociale delle città che li hanno accolti al loro arrivo, ma non ci hanno nascosto la nostalgia di casa e la voglia di tornare dai propri cari, almeno per Natale. Una famiglia albanese di Casarano ci ha colpiti molto: ha abbandonato del tutto la propria religione d’origine per abbracciare quella cattolica. Ed ora si prepara a ricevere i sacramenti. La loro scelta è un’espressione di quella libertà di culto che in Albania non hanno mai potuto praticare. Quanto alle tradizioni a tavola, il pranzo natalizio per tutti gli immigrati in Salento è un mix originale di cucina tradizionale e cucina salentina. Di cui molti apprezzano, come ci hanno confidato, purciddhuzzi e panettone. Ma da Albeetar Fadl, consigliere aggiunto del Comune di Lecce, giunge un rimprovero alle istituzioni: “Parliamo di integrazione – afferma – ma cosa abbiamo fatto? Gli immigrati non hanno gli stessi diritti degli italiani: non possono votare, quindi vivranno in una società costruita da altri; non hanno diritto ali incentivi alle famiglie con figli. Non basta accettare l’altro perché ti serve; bisogna coinvolgerlo per camminare insieme. Il Salento può essere un laboratorio di studio del fenomeno migratorio. Ma le istituzioni locali hanno fatto pochissimo. La Provincia non ha una figura di riferimento, come un assessore all’immigrazione. La politica deve gettare le basi alla società multietnica. La figura del consigliere aggiunto, eletto dagli immigrati, non ha valore, è un modo per non affrontare il problema. L’Oriente – conclude Fadl – è più abituato alla multietnicità”. Il resto del reportage, con foto e dichiarazione degli immigrati salentini, è sul Tacco d’Italia di dicembre.

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