Matti per la vela

Diario di bordo di due giorni in barca con l’equipaggio di “Vela 2005”

Angelo Miggiano: “La lotta all’emarginazione è vinta sulla barca ma, a terra, si ripresenteranno i problemi di sempre”. Francesco Tornesello: “Bisogna essere matti per aver diritto ad un uso sano del territorio?” Il resoconto di “Vela 2005” è positivo. Ma ora è necessaria una rete tra servizi, utenti e famiglie per cambiare la mentalità.

C’era anche il Tacco in barca con i “matti” di Vela 2005, il progetto della Asl Le/2 di Maglie per il recupero di pazienti con problemi psichici (in genere depressivi), che si è concluso con la mini-crociera intorno al Salento. Siamo partiti tutti insieme, come un vero equipaggio, a bordo di Juliet, la barca che ci ha portati da Otranto a Leuca (28 settembre) e da qui a Gallipoli (29 settembre). Con pernottamento a bordo. Ecco il racconto di un’esperienza che cambia la vita. 28 settembre. “Non è detto che mi accettino”, mi ripeto mentre raggiungo Otranto dove è attraccata Juliet e non so cosa aspettarmi da questa giornata. Tonia Grosso, responsabile del progetto assieme a Teresa Ferenderes, puntualizza subito che i pazienti membri dell’equipaggio potrebbero non volermi con sé. Al momento delle presentazioni, qualcuno mi stringe la mano. Qualcun altro mi guarda con sospetto. Comunque, si parte. Lasciamo Otranto alle 11. Lo skipper dà gli ordini e tutti si muovono, intendendo alla perfezione frasi del tipo “cazza la randa”, per me incomprensibili. Troppo facile chiamarli matti: al momento sono io l’unica a non capire cosa succede. Le operazioni per la partenza sono più complicate di quanto mi aspettassi. Tutti i pazienti, a turno, si cimentano alla guida del timone. Il primo è Francesco (ospite della casa famiglia “Itinera” di Gallipoli). Berretto in testa e sguardo concentrato sul percorso. Con lui mi è difficile, all’inizio, stringere un contatto. Se ne sta per fatti suoi, con gli occhi bassi, mentre gli altri continuano a “mollare” e “cazzare”. Navighiamo a motore; manca il vento necessario alla vela. Nel complesso, sono a mio agio, ma ancora un po’ confusa dalla situazione. “Ti starai chiedendo chi sono i pazzi, tra di noi – mi provoca Angelo Miggiano, lo psicologo – . Allora, li riconosci”? E’ vero, me lo sto chiedendo e li osservo uno per uno. Ma non sono sicura della risposta. Poco prima delle 12 ci fermiamo a fare il bagno. Quasi tutti si tuffano; io li guardo divertirsi dalla barca. Piero è un abile nuotatore; si tuffa con stile perfetto. Quando un’operatrice gli porge la medicina, rimango di stucco. Non avrei mai detto che fosse “uno di loro” pur avendoci parlato a lungo; e poi non vive in istituto. La stessa cosa mi capita con Maurizio, un tipo molto socievole. Scopro solo dopo che è un paziente; non l’avevo capito. Vive con la famiglia e mi racconta della sua vita piena di amici. Ripartiamo a vela e a mezzogiorno e mezzo, si fa pausa panino. Federico (ospite della comunità di Racale) il più giovane del gruppo, è un maestro in questo; nessuno riesce a portare il conto di quanti ne mangia. Francesco è ancora in disparte con le braccia conserte e il cappello sugli occhi. All’improvviso, chissà perché, si avvicina e mi racconta delle sue giornate, sempre uguali, in comunità; poi di quand’era bambino e del suo amore, “una ragazza bellissima – dice – che ho perso per sempre”. Questo ricordo ritorna insistentemente nelle sue storie, mentre lui osserva le mie reazioni alle sue parole. Siamo a Leuca alle 17. Mi emoziono quando mi chiede: “Domani ritorni?”. Piero e Maurizio scendono dalla barca e la fissano a terra. Intanto Franco mi spiega di essersi ripreso dalla depressione in cui era caduto e, mentre chiacchieriamo, mi offre una porzione di focaccia preparata dalla madre, con cui vive. Gli altri iniziano a cucinare; io li saluto. Ci vedremo domattina. 29 settembre. Oggi si parte da Leuca per Gallipoli. Due barche della Ausl Ta/1, che ieri si sono unite alla nostra, proseguiranno il viaggio con noi. Quando arrivo, Francesco si affretta verso di me e mi dice che è contento di rivedermi. Facciamo colazione tutti insieme, seduti sul pontile. Lasciamo Leuca alle 12 circa e a meno di un’ora dalla partenza, già ci fermiamo a fare il bagno (stavolta anch’io). Siamo un gruppo affiatato. Poi lo skipper prendere la chitarra e tutti cantano. Federico porta il ritmo meglio di tutti; gli piacerebbe imparare a suonare. Intanto è ora di pranzo e c’è chi mangia, chi aspetta il caffè (come me; mi trattano da regina!), chi lo fa e chi si abbandona ad un pisolino. Alle 16.50 siamo a Gallipoli. Nel porto ci aspettano in tanti, tra operatori ed utenti delle strutture riabilitative. Manovre di attracco e siamo a terra. Inizia così la manifestazione di saluto presso la sede dell’associazione “Marinai d’Italia”, accanto al porto. Da lì ci spostiamo alla casa famiglia “Itinera”, dove parte la festa di chiusura. Quel che mi resta è un insieme di sensazioni fortissime, tra rabbia, soddisfazione e gioia immensa. Ho certamente imparato anch’io da questo corso di vela. Francesco, 35 anni Mi piace viaggiare, con qualunque mezzo, anche a piedi. Forse perchè non l’ho mai fatto. Ho imparato a guidare il timone. E anche se a volte ho sofferto il mal di mare, sono stato bene. Franco, 30 anni Ho superato la paura per il mare. Adesso conosco la strumentazione di bordo, qualche termine so stare al timone. E’ stata un’esperienza molto utile per socializzare. Federico, 22 anni Per me la vela è diventata una passione; voglio girare il mondo in barca. Il momento più bello è stato fare il bagno tutti insieme. Mi è piaciuto molto aprire le vele. E poi ho mangiato e fumato meno. Pier Paolo, 29 anni Non ero mai stato in barca a vela, ma ho imparato subito. Mi è piaciuto vedere il vento che gonfia le vele e guardare la costa dal mare, con le costruzioni antiche e le bellezze del paesaggio. Maurizio, 31 anni Assieme a Piero ho imparato tutto molto in fretta. Conosco termini e strumenti di bordo. Per me non né stato un problema stringere amicizia con tutti. Ci siamo legati molto tra noi. Dolorice Morello, infermiera E’ stata un’esperienza utile per superare paure che mi portavo dietro da tanto tempo, come il mal di mare e le vertigini. Poi, guardare la costa dal mare è un’emozione unica. I nostri ragazzi hanno trovato lo spirito di gruppo; si sono conosciuti, aiutati, hanno mangiato e dormito insieme. Un’iniziativa da riproporre. Maria Grazia Federico, assistente sociale Posso trarre da quest’esperienza un bilancio positivo, anche se non ci credevo. Mi sono trovata bene con tutti; ho incontrato persone meravigliose. Francesco, ad esempio, si è aperto e ha partecipato. Abbiamo tutti imparato dagli altri. Penso che la lotta all’emarginazione sia stata vinta. Angelo Miggiano, psicologo La barca è stata un setting psicoterapeutico; noi operatori abbiamo svolto il nostro compito senza che i ragazzi se ne accorgessero. Tutti si sono sentiti utili agli altri. Ci sarebbe voluta più organizzazione; per esempio, se loro avessero frequentato dei corsi preparatori, come un corso di nodi, si sarebbero coinvolti di più. Ora sono scoraggiati che tutto finisca. La lotta all’emarginazione è vinta sulla barca ma, a terra, si ripresenteranno i problemi di sempre. Francesco Tornesello, direttore del Dipartimento di salute mentale Asl Le/2 Abbiamo organizzato il corso di vela e la mini-crociera perché l’anno scorso eravamo rimasti molto colpiti dal progetto “Matti per la vela”, partito da Genova, al quale abbiamo partecipato. La barca a vela è un posto particolare, dove i passeggeri stanno a contatto di gomito e instaurano relazioni efficaci. Inoltre, è un luogo limitato in un contesto illimitato. Scatta dunque l’obbligo alla socialità. Inoltre, spesso i pazienti si sottopongono a terapie infinite e conducono una vita domestica sempre uguale. La barca offre loro, invece, la finalizzazione delle azioni in tempi rapidi: tiro una cima, ottengo un effetto, con importante gratificazione personale. Poi, in barca si è tutti di pari livello. Il mare è una parte fondamentale del territorio salentino ed è giusto che i pazienti vi rimangano in contatto. Dai meno fortunati oggi parte una provocazione: bisogna essere matti per aver diritto a questo? Perchè per gli altri ragazzi non ci sono iniziative del genere, dirette ad un uso sano del territorio? Tonia Grosso, psichiatra Il resoconto dell’iniziativa è certamente positivo. Probabilmente si ripeterà anche l’anno prossimo, ma il nostro impegno non morirà con la vela. L’obiettivo è creare una rete tra tutti gli utenti del centro di salute mentale (csm), che va mantenuta al di là del progetto. Tutti i csm del dipartimento devono collaborare, ma una rete di servizi non è sufficiente; bisogna coinvolgere utenti e famiglie. Il primo passo in questo senso sono una serie di incontri tra operatori, famiglie unite nell’associazione Baobab, (nata nel 2000; sede nel csm di Ugento) e utenti. La nostra sfida è cambiare la mentalità”. La legge La legge Basaglia 180/78 chiude i centri di ricovero psichiatrico e dispone che i pazienti si sottopongano volontariamente ad accertamenti e trattamenti sanitari (art.1). Le cure vanno prestate in condizioni di degenza ospedaliera solo se esistano alterazioni psichiche che richiedano urgenti interventi terapeutici, se questi non vengano accettati dall'infermo e se non vi siano le condizioni che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extra ospedaliere (art.2). Il progetto Il progetto “Vela 2005” (responsabili Tonia Grosso e Teresa Ferenderes) finanziato dalla Regione (circa 4mila euro), è frutto della collaborazione di Antonio Todisco, skipper, con il dipartimento di salute mentale della Asl di Maglie. Si è sviluppato in cinque lezioni di vela rivolte a pazienti con patologie psichiche per concludersi con la crociera di due giorni da Otranto a Gallipoli. Nella serata del 28, alla barca della Asl Le/2 (una Bavaria 45 di 13,5 metri) si sono unite due imbarcazione della Asl Ta/1, progetto “Volando sul mare”. L’iniziativa ha coinvolto tre operatori e cinque pazienti.

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