Calici amari

Una giornata passata con gli agricoltori, a “conferire” l’uva nella Cantina cooperativa di Matino

La produzione aumenta e le Cooperative chiudono. Non sono pronte a commercializzare il prodotto. Nel Salento la produttività per ettaro è bassa: 100 quintali rispetto ai 500 del barese e del foggiano. La Unione europea ha incentivato l’espianto dei vigneti: oggi il Salento ha 12mila ettari di viti, ieri 70mila.

Perché la produzione di vino in Puglia aumenta e le cantine chiudono? La cooperativa di Melissano è in liquidazione e un pezzo della nostra storia fallisce. Sono solo due le cantine sociali a scopo mutualistico degne di nota rimaste in Salento, quelle di Matino e Leveranno, ma in tutto sono 24 gli stabilimenti di produzione gestiti da cooperative vinicole. Il nostro viaggio inizia proprio da Matino, dove abbiamo passato una giornata con gli operatori della Cantina e gli agricoltori. Oltre un secolo di storia intrecciata a quella di una città. Giovanni De Luca è il responsabile commerciale della “Cooperativa produttori agricoli vini d.o.c. Matino” e non è sorpreso dall’accaduto a Melissano. E’ colpa di una direttiva comunitaria che ha favorito l’espianto di gran parte dei nostri vitigni. In Salento si è passati da 70mila a circa 13mila ettari. Cantine e cooperative sociali, abituate a gestire milioni di ettolitri di vini hanno dovuto riconvertirsi per assicurare l’intero ciclo produttivo. Parla di sfida Giovanni De Luca quando afferma che Matino quest’anno ha ricevuto richieste per ricevere oltre 20mila quintali di uva: lo scorso anno sono stati 10mila, ma non è possibile rimanere indifferenti alle difficoltà dei coltivatori che conferivano il raccolto alla struttura di Melissano e di colpo si sono trovati senza riferimenti. La salvezza di Matino è stata non avere giacenze, così è stato possibile accogliere nuovi “conferimenti” (l’uva portata per essere trasformata), ma sono rimedi d’emergenza che non possono perdurare. L’appello è alle Istituzioni: le “cantine” stanno morendo, solo i privati resistono, ma le grosse aziende quest’anno hanno chiuso prima della vendemmia, per abbondanza di raccolto, lasciando i coltivatori diretti, la cui sussistenza dipende dal lavoro agricolo, senza strutture che ne accogliessero la produzione. La cantina di Matino Fondata nel 1899 la “Cooperativa tra produttori agricoli di Matino” funzionava anche da istituto di credito: si conferiva il prodotto e in cambio si apriva un conto corrente. La riforma degli istituti di credito, in regime fascista, ha rischiato di cancellare la realtà matinese e solo la “soffiata” dell’alto gerarca Starace, originario di Sannicola, consentì un vero blitz notturno, con cui i dirigenti della cooperativa fecero nascere la Banca Agricola Popolare di Matino salvando cooperativa e istituto creditizio. Le due nuove strutture sono state indipendenti sino ad oggi, ma la “cantina” possiede ancora il conto corrente n°1 della Banca Popolare Pugliese, diretta discendente di quella nata sotto il fascismo. Nel 2004 sono stati 7mila 500 gli ettolitri di vino, prodotti da 10mila quintali di uva ricevuta, commercializzati per l’80% attraverso rivenditori al dettaglio, il 10% al dettaglio in cantina e il restante 10% esportato all’estero Sono quindici, per la maggior parte I.G.T. Salento, i vini prodotti e venduti oltre a quello da tavola. Nel 1971 Matino è stata la prima struttura salentina a ricevere la D.O.C. (denominazione d’origine controllata) rosso e rosato. Quattro i dipendenti fissi più altri quattro stagionali. Si stima che l’uva lavorata a Matino nel 2005, che accoglie i produttori che si recavano a Melissano, si aggirerà attorno ai 15mila quintali. Sono poco meno di 500 i soci, ma molti hanno ormai espiantato i vigneti (direttiva europea), e circa un centinaio quelli che ancora conferiscono prodotto. “Il vino? Un lusso” CARMELO SCHITO, produttore Circa due ettari dell’azienda di famiglia sono coltivati a vigneto, 100 quintali di uva prodotta all’anno, sempre interamente conferita a Melissano. Ma quest’anno Carmelo Schito di Racale è stato costretto a conferire il prodotto a Matino. Secondo lui parte della crisi del settore è dovuta alla concezione che il vino sia un bene di lusso, mentre prima era la bevanda alcolica più diffusa. Ma, dice Schito, la politica scoraggia i giovani ad avventurarsi in agricoltura. E i costi sono troppo alti: l’impianto di un ettaro costa, senza contare il lavoro, circa 60 milioni di lire. “Arrivo da San Donaci” MARIO MARZIANO, produttore Mario Marziano, autotrasportatore e produttore, trasporta parte dell’uva prodotta da San Donaci, sua città, a Matino. Lamenta una cattiva organizzazione delle nostre strutture ricettive rispetto a quelle del brindisino. L’eccessiva affluenza di piccoli produttori unita alla carenza di mezzi non consente ai produttori più grandi di conferire in poco tempo l’uva che, per essere di qualità, deve giungere nel più breve tempo possibile dalla campagna alla cantina. Perciò per vendemmiare solo 500 quintali Marziano deve sospendere più volte la raccolta per l’affollamento delle cantine. Fotografia di un settore Da sola la Puglia nel 2004 ha rappresentato il 14,3% della produzione nazionale di uva da vino con 10milioni 435mila quintali, seconda solo al Veneto che vanta oltre 11milioni 800mila quintali di raccolto. Quest’anno se ne sono prodotti due milioni in più (dati aggiornati al 14 ottobre, fonte: Ufficio statistica CCIAA) e probabilmente la Puglia scatterà al primo posto. Eppure non è tra le regioni italiane più citate per i vini sui media stranieri: le più presenti sono Toscana, Piemonte, Sicilia e Veneto (fonte: Ice); quantità non è qualità. Quasi l’intero raccolto pugliese è destinato alla vinificazione e alla produzione di mosti, utilizzati per arricchire vini a bassa gradazione alcolica. Solo 8.475 quintali di uva da vino sono destinati al consumo diretto; il resto lo scorso anno è stato trasformato in 3milioni 105mila ettolitri di vini bianchi, 4milioni 205mila ettolitri di vini rossi (prima regione italiana per produzione) e poco meno di 300mila ettolitri di mosto. Se bianchi e rossi aumentano rispettivamente del 18% e del 35% rispetto al 2003, diminuisce la produzione di mosto del 12,1% confermando la tendenza a completare il ciclo produttivo localmente ed esportare il prodotto finito contrariamente a quanto avveniva in passato quando dai nostri porti, partivano le navi di mosto che tagliava i vini del centro-nord d’Italia e della Francia. Fa riflettere il dato sulla qualità dei vini pugliesi: dei 7milioni 311mila ettolitri totali, infatti, solo 882mila sono a D.O.C. o D.O.C.G.; 1milione 295mila sono a marchio I.G.T. mentre sono ben 5milioni 133mila gli ettolitri di vino da tavola. Anche il raffronto col 2003 non è incoraggiante: aumenta del 43,4% la produzione di vino da tavola e del 22,3% quella di I.G.T., diminuisce del 20,4% iil vino D.O.C. e D.O.C.G prodotto nelle nostre cantine. Dati che testimoniano l’allontanamento da prodotti di qualità a dispetto delle poche realtà di eccellenza apprezzate in tutto il mondo. Diversamente va per le uve da tavola, settore ancora marginale in Salento ma che vede la Puglia al primo posto in Italia con 9milioni 849mila quintali prodotti nel 2004, ben il 70% della produzione nazionale. Quest’anno la produzione pugliese ha sfiorato i 12 milioni, con il conseguente fenomeno dell’abbattimento dei prezzi, a danno dei coltivatori, mentre il Salento ha prodotto solo 39mila quintali di uva da tavola. (Fonte: nostra elaborazione dati Istat e CCIAA Lecce) Il “protocollo” è partito Alfredo PRETE presidente Camera di Commercio “Il settore è in crescita. Per le uve da vino occorre puntare sulla qualità e si stanno costruendo vini di ottima struttura per i mercati nazionali e internazionali. Ormai è quasi scomparsa la produzione di vini da taglio che assorbivano quasi l’intera produzione. Ma c’è ancora eccessiva frammentazione di cantine e aziende che, in media non più grandi di 20-30 ettari. Per l’uva da tavola è cronico il problema della commercializzazione che ha portato alla protesta dei mesi scorsi. Stiamo lavorando ad un tavolo tecnico per affrontare le emergenze, ed è da poco attivo un protocollo di intesa tra Camera di Commercio e Provincia che agevolerà la fusione tra cooperative”. Siamo poco produttivi MARIO DE PASCALIS, presidente provinciale Confagricoltura Lecce “Il settore è in gravissima crisi. Occorre scindere i due comparti: l’uva da tavola con problemi di commercializzazione, e l’uva per la vinificazione, molto più diffusa in Salento. Il nostro problema, per l’uva da vino, è avere un’elevata qualità a dispetto di una bassa quantità. Produciamo, infatti, circa 100 quintali per ettaro rispetto ai circa 500 del barese e del foggiano. Situazione aggravata dalla direttiva comunitaria che ha incentivato l’espianto dei vigneti che ci porta, oggi, ad avere circa 12mila ettari vitati mentre prima del provvedimento eravamo a circa 70mila. A seguito di quella stagione, inoltre, nelle province di Bari e Foggia sono stati reimpiantati abusivamente migliaia di ettari e una successiva sanatoria ha reso impossibile ogni nostra rivendicazione.” “Serve uno sportello Agea” VITO MURRONE, presidente CIA Lecce “Qualità buona non significa buon reddito per gli agricoltori. Negli ultimi anni la campagna non è andata bene, lo scorso anno non si è nemmeno avuta discreta qualità. Ci siamo concentrati sulla tipicità per passare dalla vendita diretta dalle botti alla commercializzazione in bottiglia e dobbiamo essere contenti dei passi compiuti. Ma servono nuovi modi di competere all’internazionalizzazione e di andare incontro ai gusti dei giovani che preferiscono la birra: si potrebbero produrre vini a bassa gradazione alcolica. Molto importante sarà la programmazione dei fondi europei disponibili 2007-2013, che dovrà considerare la dimensione medio-piccola delle nostre aziende. Tra gli interventi immediati, la Regione dovrebbe chiedere uno sportello pagatore dell’A.G.E.A. in Puglia per snellire tempi e procedure di pagamento”. “I politici non ci ascoltano” VINCENZO TREMOLIZZO, presidente provinciale Coldiretti “Il sistema non riesce a fare filiera: le cantine non reggono da sole. Bisogna abbattere i costi altrimenti ci troviamo in emergenza. Con l’assessore Russo stiamo cercando di far emergere le cooperative, ma occorre cambiare ottica. Molte cooperative e consorzi nel nostro territorio sono nate su iniziativa di politici per poi essere abbandonate. La politica non deve aiutare il singolo imprenditore: la difficoltà vera è entrare nel sistema commerciale e avere rapporti con enti e istituzioni. Il politico dev’essere al servizio del territorio ma quasi mai ci convocano per ascoltare le nostre problematiche”.

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