Sing ancora

Nicola Arigliano, Squinzano 06/12/1923, a Sanremo!

A Sanremo il sorprendente Arigliano, swinger salentino ultraottantenne.

La prima volta più di quaranta anni fa, nel ’64, con una canzone per niente sanremese, grottesca e plastica, firmata Mogol, che qualcuno ricorda ancora…”venti chilometri al giorno, dieci all'andata, dieci al ritorno…per poi sentirmi dire che non hai voglia di uscire”… Poi nel 2003, per ritirare il disco di Platino, quasi un oscar alla carriera. All’Ariston ritorna quest’anno, con “Colpevole”, accompagnato da quello che lui chiama il trio Pernacchia, storico: Antonello Vannucchi al pianoforte, Giampaolo Ascolese dietro la batteria e, ad Elio Tatti, il contrabbasso. Il nome Nicola Arigliano richiama un atipico figuro, di ottant’anni suonati (ed è proprio il caso di dirlo!), che, in barba all’anagrafica (Squinzano, 6 dicembre 1923), dinoccola e ancheggia al ritmo di un bizzarro swing di esclusiva fattura italiana (a prova, si rivedano le registrazioni di Zelig del 2002, quando apriva il cabaret esibendosi con il suo trio). Nicola Arigliano è lo stesso che per lungo tempo ha dato la buona notte agli italiani dal Carosello, apparendo nelle vesti di uno sfortunato scommettitore canterino, che, costretto ad offrire la cena, affermava: “digestivo Antonetto io non discuto, scommetto!”. In realtà quell’invadenza e quel ruolo lo infastidivano, sicché si volle defilare, dichiarandosi “stanco di essere di tutti in ogni momento”. Per trent’anni, “il Frank Sinatra italiano”, ha fatto musica come ad un vero jazzista compete, nascostamente e preziosamente, imprimendo nelle sue creazioni un inconfondibile senso dell’umorismo e del grottesco che si riscontrano anche nelle più famose “Buonasera signorina, Buonasera”, “Amorevole”, “I sing ammore”, “Arrivederci”, “Maramao perché sei morto”. Chi lo ha dipinto come burbero e scontroso ha frainteso il viscerale amore per la musica che Arigliano ha voluto anteporre alla gloria mediatica. La vita di Nicola è una favola sulla musica: la madre gliela presenta, a undici anni scappa a Milano per studiare e suonare tutto ovunque, a diciotto anni è in America per conoscere e vivere le sonorità d’oltreoceano. Quando qualcuno lo aveva dimenticato, nel 1996 vince il “Premio Luigi Tenco” con l’album (ironico il titolo!) “I sing ancora”. Oggi gli piace essere definito “intrattenitore”, non guarda la tv, si informa del mondo con Radio 3, ascolta Bach e Vivaldi e mangia poco.

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