Petruzzelli: L’Angelo di Fuoco, estasi e dannazione

di Fernando Greco

(foto di Clarissa Lapolla)

Fernando Greco

In ogni stagione lirica il teatro Petruzzelli dedica un titolo al repertorio russo, iniziativa che finora ha regalato al pubblico capolavori come “La dama di picche” (2022) ed “Evgenij Onegin” di Chajkovskij (2019) o rarità di indubbio interesse come “Il gallo d’oro” di Rymskij-Korsakov (2021). Quest’anno è stata la volta de “L’Angelo di Fuoco” di Prokof’ev, di cui è giunto a Bari l’allestimento creato nel 2019 dalla celebre regista Emma Dante per l’Opera di Roma. Applausi entusiastici da parte di un pubblico numeroso.

Una scusa schifosa

Sebbene al giorno d’oggi “L’Angelo di Fuoco” sia considerata tra le opere più notevoli che Sergej Prokofiev (1891 – 1953) abbia scritto per il teatro musicale, la complessità della trama unita alla scabrosità della musica ne determinarono una genesi travagliata e la mancata esecuzione fino al 1955, due anni dopo la morte del suo autore. Famoso, tra i vari rifiuti, quello da parte di Bruno Walter che nel 1927 cancellò la produzione dell’opera a causa del ritardo con cui le parti dell’orchestra erano giunte alla Stadtische Oper di Berlino, motivo che per Prokofiev ebbe “… tutta l’aria di una scusa schifosa di Walter: se non poteva darla in autunno, avrebbe potuto darla in primavera!”, come scrisse all’amico Nicolai Miaskovsky il 25 gennaio 1928.

Quella miscela esplosiva di elementi demoniaci, passionali e grotteschi insita nell’omonimo romanzo di Valerij Brjusov (1873 – 1924) aveva affascinato il compositore fin dal 1919 quando, durante la sua permanenza negli Stati Uniti, aveva intrapreso la stesura di libretto e spartito per continuare poi il lavoro a Ettal, villaggio bavarese “… di atmosfera medievale, dove avrebbe potuto aver luogo il sabba delle streghe dell’Angelo di Fuoco”, dando credito all’autobiografia del musicista stesso, da sempre interessato all’esoterismo. Peraltro la protagonista dell’opera si chiama Renata come suor Maria Renata Sangerin, ultima strega arsa sul rogo a Wurzburg nel 1749. Guarda caso, anche il personaggio di Renata cercherà rifugio in convento con la vana speranza di sottrarsi a visioni ed eventi sovrannaturali che l’Inquisizione giudicherà come demoniaci, condannandola al rogo.

Nella Germania del XVI° secolo, Renata (soprano) ha ricevuto fin dall’infanzia le visite di Madiel, “un angelo tutto di fuoco, tutto immerso nella luce”, intenzionato a educarla all’ascesi e alla santità fino a quando ella, ormai adolescente, è stata travolta da una passione tutta carnale e sensuale nei suoi confronti, invaghita “dai suoi occhi azzurri come il cielo e dai suoi capelli sottili come l’oro” (sembra di rivivere la scandalosa passione di Salomé per Giovanni Battista, come descritta da Oscar Wilde). Da quel momento la ragazza sarebbe caduta in preda a una possessione diabolica fatta di allucinazioni, ustioni e convulsioni. Dopo essere stata sedotta e abbandonata dal conte Heinrich (mimo), uomo in cui ella ha creduto di intravedere le fattezze dell’angelo, ella lo cerca ossessivamente facendo ricorso alla magia, assistita dal cavaliere Ruprecht (baritono) che spera invano di portarsela a letto. Nell’intricata vicenda si inseriscono nientepopodimeno che Mefistofele in persona (tenore), Faust (basso), il celebre alchimista Agrippa di Nettesheim (tenore), senza evitare che Renata, finita in convento, sconvolga la vita delle monache fino alla definitiva condanna da parte dell’Inquisitore (basso).

Il maschilismo dominante

La storia insegna che, in un passato nemmeno tanto lontano, una donna perbene non poteva esibire desideri erotici senza essere considerata pazza o indemoniata. Nulla di nuovo nella pulsione sessuale interpretata come possessione demoniaca, nell’isteria solipsistica che mescola sacro e profano, carne e spirito, nella facile condanna da parte dell’istituzione religiosa nei confronti del sesso femminile, da sempre giudicato artefice di peccaminose tentazioni. La vera e geniale novità consiste nel modo in cui Emma Dante ha calato la vicenda dell’opera nella sua Palermo, in una Sicilia intrisa di credenze e tradizioni, complici lo scenografo Carmine Maringola e la costumista Vanessa Sannino, abituali collaboratori della regista. All’apertura del sipario, la Germania medievale lascia il posto alle catacombe dei Cappuccini situate nella chiesa palermitana di Santa Maria della Pace, luogo in cui fin dal XVI° secolo si conservano quasi intatte miriadi di salme mummificate (tra cui quella della “Bella Addormentata”, ovvero Rosalia Lombardo, bimba morta all’età di due anni, ultimo cadavere deposto nel 1920 e ancora integro nella sua lugubre bellezza). I morti diventano protagonisti dell’opera, rianimandosi al vento dell’acrobatica e vorticosa breakdance dell’Angelo di Fuoco (superlativo il danzatore Alis Bianca) che si muove a testa in giù e gambe in alto poiché “invece di volare cammina sul cielo”, come sottolineato dalla Dante: la stessa Renata compare in scena uscendo da un loculo, in un abito impolverato di foggia ottocentesca, mentre pronuncia una cantilenante litania nella vana speranza di mandar via l’infernale visione.

Singolare il momento in cui, mentre ella rimane inerte davanti al tentativo di seduzione da parte di Ruprecht, altre figure di donne si fanno marionette mentre subiscono una seduzione maschile non desiderata e non cercata, simbolo di un maschilismo supponente e dominante che crede di avere priorità di scelta e di giudizio. Se mai fosse necessario sottolinearlo, questa messa in scena rende chiaro come l’Angelo di Fuoco sia l’ideale d’amore della protagonista: nel terzo atto lui la abbraccia e la accarezza teneramente mentre ella gli dice: “Perdonami se ho pensato di trovare te in un semplice e misero mortale!”. Infatti il Conte Heinrich (efficace il mimo Ivano Picciallo) è presentato come un burattino, ridicolo nei suoi stereotipi maschili, supportato da un Angelo di colore scuro (l’altro bravo danzatore Enrico Fiorito), alter-ego malvagio dell’angelo di fuoco che cercherà di sconfiggere in duello (il pensiero corre spontaneo al dualismo tra cigno bianco e cigno nero nel “Lago dei cigni” di Chajkovskij). Di fatto il demone di Renata è quello del suo desiderio, demone che gli uomini non comprendono poiché non sono nemmeno in grado di vederlo. Meraviglioso lo stuolo di religiosi scandalizzati in tonaca rossa, tronfi di un pregiudizio che condurrà Renata sul rogo, lei che nella sontuosa scena finale, capolavoro drammaturgico della Dante, morirà nelle vesti di Madonna dei Sette Dolori trafiggendosi il cuore con la settima spada mentre l’Angelo di Fuoco cadrà in terra morto, componendo con lei la figura di una Pietà tanto blasfema quanto autentica che forse avrebbe meritato un’illuminazione più centrata su sfondo buio (ragguardevole per il resto il disegno luci creato da Christian Zucaro).

L’impressione conclusiva è quella di uno spettacolo che funziona alla perfezione come un meccanismo a orologeria, anche grazie a un affiatato gruppo di mimi e danzatori, dalle spose della biblioteca di Glock ai cani antropomorfi di Agrippa agli avventori della taverna ai compassati religiosi, che si muovono su coreografie e calibratissimi movimenti di scena creati da Manuela Lo Sicco.

Aspri declamati e inatteso lirismo

Il debutto barese de “L’Angelo di Fuoco” ha avuto un formidabile punto di forza nel versante musicale. La bacchetta di Jordi Bernàcer a capo dell’Orchestra del Petruzzelli ha esplorato in maniera esaustiva la lussureggiante partitura evidenziandone all’occorrenza il violento sinfonismo e la dissonante complessità armonica, come nella scena del Laboratorio di Agrippa del secondo atto e nell’orgiastico finale, assecondando la linea di canto nei suoi aspri declamati, come nella scena della locanda del primo atto e in quella della taverna nel quarto, o nell’inatteso lirismo che pervade il terzo atto. Impeccabili gli interventi del Coro del Petruzzelli diretto da Roberta Peroni, artefice di una straordinaria scena finale.

Il ruolo di Renata è stato interpretato da Angeles Blancas Gulìn, cantante specializzata nel repertorio del XX° secolo, premiata nel 2023 come miglior soprano dall’associazione spagnola OperaXXI, già fascinosa protagonista de “La voix humaine” a Bari nel 2007: forte di un timbro robusto, ma al contempo capace di sorprendenti morbidezze, l’interprete ha saputo trasmettere al pubblico le ossessive pulsioni e i sentimenti contrastanti del personaggio, nell’ambito di un canto di conversazione che di tanto in tanto si dilatava in oasi liriche di commovente bellezza. Il baritono Dimitris Tiliakos nei panni di Ruprecht ha sfoderato un’insolita autorevolezza vocale e scenica.

Molti i personaggi coinvolti in singoli episodi dell’opera, ma non per questo di minore importanza. Galvanizzante la performance del tenore armeno Tigran Melkonyan nel ruolo di Agrippa, circondato da lugubri cani antropomorfi e scheletri parlanti. Autorevole il basso Byung Gil Kim nei panni dell’Inquisitore accanto al mezzosoprano Chiara Mogini in quelli dell’austera Madre Superiora. Giustamente grottesco il duo Faust-Mefistofele interpretato rispettivamente dal basso Sava Vemic e dal tenore Mert Sungu. Brillante il botta e risposta tra Locandiera e Servo impersonati dal mezzosoprano Nino Surguladze e dal basso Francesco Leone, affiancati dal mezzosoprano Natalia Gavrilan, sinuosa Indovina.

Puntuali gli interventi dei tenori Gregory Bonfatti e Murat Can Guvem nei rispettivi ruoli di Glock e del Medico, dei baritoni Mariano Orozco e Stefano Marchisio come Mathias e Taverniere, precise le due Novizie interpretate dal soprano Stella Hu e dal mezzosoprano Aoxue Zhu.

One Thought to “Petruzzelli: L’Angelo di Fuoco, estasi e dannazione”

  1. Manuela Lo Sicco

    Ringrazio l’autore e il giornale per le belle parole riferite a questa ultima ripresa de l’ Angelo di Fuoco al Petruzzelli di Bari. Lusingata che abbiano colpito i movimenti di scena e le coreografie da me create. Cordiali Saluti
    Manuela Lo Sicco -coreografia Angelo di Fuoco-

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