Addio a Marcello Carrozzo, artista-partigiano della fotografia italiana

di Marilù Mastrogiovanni

Marcello Carrozzo era un “Artista della fotografia italiana”, onoreficienza che gli era stata riconosciuta nel 2009 da FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche), e ne andava fiero. Lo diceva incredulo, sbarrando gli occhi e ridendo. Il suo obiettivo era capace di catturare con grande sensibilità pittorica il dramma della singola persona all’interno delle marginalità sociali, nelle aree ad alta criticità e di conflitto. I suoi scatti sono composizioni plastiche-scultoree, dove i colori e i volumi sfiorano con grande senso della pietas i soggetti osservati. Su ciascuno si posava lo sguardo dell’autore, mai disattento, alla ricerca del dettaglio narrante, all’interno del caos.

Originario di Ostuni, di cui era innamorato (“La campagna…non posso stare senza…sono un fotografo contadino”) Marcello Carrozzo, scomparso dopo qualche settimana di distanza da un ictus che lo aveva colpito, ha realizzato reportage in Siria, Libano, Giordania, Striscia di Gaza, Iran, Kenya, Congo ex Zaire, Congo-Brazzaville, Thailandia, Vietnam, Mongolia, Argentina, Uruguay, Turchia, Grecia, Albania, e negli Stati indiani: Karnataka, Uttar Pradesh, Andrha Pradesh, Maharastra, Jharkhand.

Ha esposto i suoi reportage sociali in tutta Europa, ricevendo premi e riconoscimenti dalla Camera dei deputati, dal Ministero dell’Interno e degli Esteri italiani, dall’Istituto italiano di Cultura in Germania e in Russia, dall’Accademia di Belle Arti “Pushkynskaya 10” di San Pietroburgo. Ha insegnato “Personal Security Management” e “Media & Communication” per operatori in aree ad alta criticità e di conflitto presso l’ISPI (Milano).

Ha partecipato a missioni umanitarie con ONG e istituzioni internazionali, ha seguito e documentato i flussi migratori dalle coste libiche verso l’Europa, ha viaggiato in Medio Oriente come clandestino.

Le sue sono più che semplici fotografie: sono opere vive, che parlano un linguaggio universale. Sono opere che parlano di umanità e di miseria, di difficoltà, paura e speranza, prodotte da chi mette al primo posto l’etica, il rispetto verso chi, offrendosi al suo obiettivo, gli affida una storia, la propria. Quelle storie, voleva che si conoscessero più possibile e perciò era generoso; era capace di darti un intero reportge da pubblicare, purché si sapesse: come il suo reportage, pubblicato su S/murare il Mediterraneo

“Fare fotografia sociale non è una percorso professionale che si sceglie, ci si arriva – mi disse Marcello Carrozzo, quando gli proposi di offrire un suo scatto come premio “Peace Reporter”, all’interno del Forum delle giornaliste del Mediterraneo–. È qualcosa che matura nel tempo, si fanno determinate scelte: si sceglie di diventare partigiano, di schierarsi al fianco di chi perde, di chi subisce, di chi è perseguitato e cacciato. Le ingiustizie iniziano a renderti le notti insonni, e a quel punto scegli da che parte stare, e in che maniera. Se avessi scelto di fare il medico, in questo momento lavorerei per Emergency o per Medici senza frontiere; come fotoreporter la mia “arma”, il mezzo per denunciare le ingiustizie del mondo è la macchina fotografica. Sono partito andando a scavare nei luoghi bui del mondo, dove normalmente non arriva la luce, e dove ho scoperto un’umanità molto più umana di quanto ci si aspetterebbe. Si scopre l’umanità nei luoghi in cui non sorprenderebbe, invece, scoprire la disumanità causata da una serie di ingiustizie. Stabilisci con questo mondo un rapporto empatico, fino a diventare portavoce, latore di un messaggio, di un sogno, di una speranza, e portare i messaggi forti, che a volte sono semplicemente sussurrati dalla gente che vive in quei luoghi”.

Così era Marcello, non poteva non fotografare con empatia. Raccontava che la sua tecnica per raggiungere un livello di intimità con le persone che voleva fotografare, era guardarle negli occhi, sedersi al loro fianco, e aspettare. E così, creava un microcosmo di umanità e condivisione. “Non ho mai rubato una foto, le persone che ho fotografato, mi hanno scelto, affidandomi le loro storie”. Fotografava con la Leika manuale Marcello, “perché con la Leika devi avvicinarti per forza, non c’è lo zoom, devi guardarli negli occhi, arrivare anche a pochi centimetri e da un minimo cenno capisci che puoi farlo, e lo fai. Scatti”. Me l’ha fatta provare la sua Leika, che era per lui come l’estensione del suo braccio. Non si poteva toccare. Eravamo a Cracovia, in attesa di prendere il pulman per Melika, la frontiera con l’Ucraina. Bevevamo acqua. Usando la sua tecnica, l’ho guardato negli occhi e ho teso la mano verso la Leika: “Mi insegni? Voglio fotografarti”. E così è nato quel suo ritratto, che ha sempre dimenticato di inviarmi, ma che è conservato nel suo immenso archivio, perché era molto meticoloso e non perdeva nulla. Dice (mi correggo: diceva) che è il più bel ritratto che gli abbiano mai fatto.

Il suo “essere partigiano” era alla base anche dei suoi insognamenti in “Techiche e linguaggio della fotografia”, presso il Master in giornalismo dell’Università di Bari, dove generosamente si metteva a disposizione per mettere davanti alla prova più dura, quella sul campo, gli aspiranti giornalisti. Come quando, con i ragazzi in fibrillazione e col mare forza 4, a bordo del pattugliatore veloce Barbarisi della Guardia di Finanza, inseguimmo un narcotrafficante, portando a casa un reportage di tutto rispetto.

Marcello aveva un taccuino, vezzosamente Moleskine, dove appuntava tutto. Nomi, luoghi, dichiarazioni, suggestioni.

“Un giorno devi farmeli vedere i tuoi block notes e dobbiamo fare un libro insieme, gli ho detto”. Avevamo già il titolo: “Appunti di un fotoreporter”. Divertissement. Ci divertivamo a sognare. Ma mica tanto, poi. Come quando in Ucraina, nel bunker antiaereo, abbiamo immaginato una rubrica, che doveva diventare un libro. Foto sue, poesie mie. Anche questi lavori, nel cassetto. E abbiamo progettato di ritornare in Ucraina per un secondo reportage, che non siamo riusciti a realizzare.

E’ scomparso all’improvviso, ma le sue fotografie continuano a interrogarci restituendoci il suo sguardo pulito, scomodo e compassionevole, mai retorico, sui dimenticati della Terra.

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