Petruzzelli: l’amaro sorriso di Don Pasquale.

di Fernando Greco

(foto di Clarissa Lapolla)

Fernando Greco

Dopo “Roméo et Juliette” e “La dama di picche”, la stagione lirica 2022 del Petruzzelli si avvia alla conclusione tornando al grande repertorio italiano. A novembre è stata la volta del “Don Pasquale” di Donizetti, giunto a Bari nell’allestimento a cura del famoso attore Antonio Albanese, giunto per la prima volta in Puglia in veste di regista.

LA CONSAPEVOLEZZA DELLA FINE

Per il bergamasco Gaetano Donizetti (1797 – 1848), dominatore incontrastato delle platee parigine, il “Don Pasquale” fu una sorta di canto del cigno, un testamento spirituale che nel 1843 era destinato non solo a chiudere definitivamente la stratosferica avventura francese, ma anche la carriera di un uomo sfortunato. Appena due anni dopo, il musicista sarebbe stato annientato da una paralisi cerebrale che l’avrebbe condotto alla tomba l’8 aprile del 1848. Non sappiamo se Donizetti fosse già consapevole della propria malattia durante la composizione dell’opera. Di fatto, le vicissitudini del vecchio ricco e baldanzoso che, credendosi ancora un galletto, si trova necessitato a prendere coscienza del proprio decadimento, seppur con un sorriso amaro sulle labbra, rappresentano il modo più elegante per concludere una carriera di successo, così come avrebbe fatto una cinquantina d’anni dopo l’anziano Giuseppe Verdi, che dando vita al suo geniale “Falstaff” avrebbe abbandonato le tavole del palcoscenico e la stessa esistenza terrena con il leggero disincanto di una commedia piuttosto che con la scomposta passionalità di una tragedia. Peraltro il “Don Pasquale” rappresenta l’ultima propaggine di quella tradizione buffa italiana che, nata nel Settecento con Paisiello, Pergolesi e Cimarosa, aveva avuto il suo massimo rigoglio con Gioachino Rossini. Mentre la comicità settecentesca aveva attinto a piene mani da quel lucido e spassionato razionalismo che caratterizzava l’Età dei Lumi, nell’opera donizettiana il carattere giocoso non è mai privo di certo languore tutto Romantico e, per dirla con Celletti, “… Il lirismo e la malinconia si contrappongono al sorriso malizioso o anche alla schietta risata”.

L’IMPORTANZA DI UNO SCHIAFFO

Quando l’attempato protagonista, dopo aver ricevuto dalla giovane moglie un sonoro ceffone, canta “E’ finita, Don Pasquale!”, non si possono trattenere le lacrime davanti alla constatazione della fine: la fine della giovinezza, il tramonto della vita. Lo sa bene Antonio Albanese la cui ilarità dolceamara che ne caratterizza da sempre lo stile, ha permeato tutto lo spettacolo evidenziandosi in maniera superlativa proprio nel momento dello schiaffo: è bastata l’aggiunta di uno specchio affinchè Don Pasquale, riflettendosi in esso, vi scoprisse la definitiva consapevolezza della propria vecchiaia, mentre una formidabile cesura nel tessuto orchestrale spezzava il cuore dello spettatore. Convinto che la comicità sia “strumento per svelare verità profonde, altrimenti drammatiche” e che i personaggi di quest’opera siano “archetipi quanto mai riconoscibili per la loro attualità”, Albanese ha ambientato l’opera in un Novecento dal sapore felliniano creando una surreale azienda vitivinicola di cui Don Pasquale è il proprietario mentre Norina è un’operaia, tra le immancabili gags di una segretaria, di vari subalterni e di uno scagnozzo perennemente avvinazzato, alla presenza di uno stuolo di contadini in tenuta da lavoro (i costumi erano di Carola Fenocchio) in mezzo a filari di vite trasformati da Norina in coloratissime piantagioni di fiori sotto un cielo trapunto di stelle (scene di Leila Fteita), senza dimenticare il malinconico trombettista la cui presenza in palcoscenico all’inizio del secondo atto ha aggiunto pathos al toccante monologo di Ernesto.

VOCI E ORCHESTRA

L’Orchestra del Petruzzelli diretta da Renato Palumbo ha sottolineato l’alternanza tra comicità e patetismo, particolarmente efficace nel dar risalto al lento crogiolarsi dei temi più melodici come l’inizio del secondo atto e il duetto “Tornami a dir che m’ami” del terzo. All’effetto pirotecnico dei momenti più brillanti non ha giovato l’eliminazione di tutte le puntature finali: si potrà controbattere che si tratta di aggiunte di tradizione (…ma quante puntature, variazioni e cadenze ben più celebri fanno ormai parte integrante del repertorio belcantista?) o che agli interpreti sono affidate note ben più acute nel corso dell’opera, però un bel Si-bemolle del soprano alla fine di “So anch’io la virtù magica” o del vulcanico duetto tra Norina e Malatesta alla fine del primo atto avrebbe costituito per ogni melomane una ghiotta ciliegina sulla torta al posto dell’amaro in bocca e del dubbio amletico: “E’ stata un’opzione voluta dal direttore o dal cantante?”. Cantanti che nondimeno sono stati tutti molto validi per vocalità e arte scenica, in perfetta sintonia con direttore e regista.

Il basso Carlo Lepore, Don Pasquale di fama inveterata, ha regalato al pubblico una performance semplicemente perfetta: accanto a un timbro vocale sorprendente per volume, rotondità e agilità, l’interprete ha esibito singolare credibilità scenica in tutto il suo excursus psicologico, dall’iniziale senso di onnipotenza alla sofferta constatazione dell’invecchiamento fino a una rassegnata accettazione dei fatti. Degno partner di tanto Don Pasquale è stato il baritono Giorgio Caoduro nei panni del Dottor Malatesta, grazie a una vocalità esperta nello stile buffo di matrice rossiniana al servizio di una vis comica irresistibile: straordinari i vertiginosi sillabati durante il duetto con Norina nel primo atto e in quello con Don Pasquale nel terzo. Il tenore sudafricano Levy Sekgapane ha esibito il fascino dell’autentico tenore di grazia, nonostante una voce di volume non eccezionale, infondendo al personaggio di Ernesto una suadente dolcezza in tutti i brani più sentimentali dell’opera a lui destinati e graditi al pubblico in maniera particolare, come “Sogno soave e casto” nel primo atto, “Cercherò lontana terra” nel secondo e la serenata “Com’è gentil” nel terzo. Piccola curiosità campanilista: nella prima incisione ufficiale dell’opera, datata 1932, il personaggio di Ernesto era interpretato dall’insuperato Tito Schipa. Nonostante fosse al suo debutto nel ruolo, il soprano Veronica Granatiero ha sfoderato un convincente phisique du role nell’interpretare l’intraprendente e scaltra Norina, aiutata da una vocalità squisitamente lirica dal facile virtuosismo. Puntuale il basso David Cervera nel ruolo del Notaro.

Tutt’uno con le surreali infiorescenze della scena, i membri del Coro del Petruzzelli diretto da Fabrizio Cassi hanno garantito come sempre una performance pregevole per doti vocali e attoriali. Applausi a scena aperta per tutti.

La Stagione Lirica 2022 del Petruzzelli si concluderà il 18 dicembre con “La Traviata” di Giuseppe Verdi. Ulteriori informazioni sul sito www.fondazionepetruzzelli.it.

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