Ilva, l’ambiente fu svenduto: raffica di condanne

Il processo “Ambiente Svenduto” sul disastro ambientale causato dallo stabilimento siderurgico sotto la gestione del gruppo Riva, a nove anni dall’incidente probatorio, si è concluso. La sentenza commina pene severe e condanna, tra gli altri, Nichi Vendola, Fabio e Nicola Riva, Giorgio Assennato, Girolamo Archinà, Gianni Florido e Michele Conserva. Donato Pentassuglia risulta prescritto. Forte la reazione di Vendola, chiamato a scontare tre anni e sei mesi di reclusione.

Di Redazione

La sentenza della Corte d’Assise di Taranto, presieduta dalla giudice Stefania D’Errico, giudice a latere Fulvia Misserini, viene salutata con applausi e lacrime da parte dei tanti cittadini e cittadine che dinanzi al Tribunale erano riuniti in presidio.

Ascoltano in silenzio le condanne dei 44 imputati (dirigenti ed ex dirigenti del siderurgico, politici e imprenditori) e delle tre società coinvolte (Ilva, Riva Fire e Riva Forni elettrici), poi si lasciano andare agli slogan: “Taranto, libera”, gridano.

LE CONDANNE DEI PRINCIPALI INDAGATI

Condannati rispettivamente a 22 e 20 anni Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’acciaieria. Condannato a 20 anni anche Emilio Riva (il padre, deceduto nel 2014).

Nichi Vendola, ex presidente della Regione Puglia: condannato a tre anni e sei mesi di reclusione

Giorgio Assennato, ex direttore Arpa Puglia: condannato a due anni per favoreggiamento. Aveva annunciato in una dichiarazione spontanea di voler rinunciare alla prescrizione. Per lui la procura aveva chiesto 1 anno.

Bruno Ferrante, ex presidente di Ilva ed ex prefetto di Milano: condannato a 17 anni

Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali: condannato a 21 anni e 6 mesi

Luigi Capogrosso, ex direttore dello stabilimento: condannato a 21 anni e 6 mesi

Adolfo Buffo: condannato a 4 anni (il pm ne aveva chiesti 17)

Lafranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino e Enrico Bessone: definiti i ‘fiduciari‘, condannati a 18 anni e 6 mesi. Per l’accusa, pur non essendo ufficialmente alle dipendenze dirette dell’Ilva, in fabbrica costituivano una sorta di ‘governo-ombra‘ che prendeva ordini dalla famiglia Riva.

Lorenzo Liberti, ex consulente della procura: condannato a 15 anni e 6 mesi

Gianni Florido, ex presidente della provincia di Taranto: condannato a 3 anni

Michele conserva, ex assessore provinciale all’ambiente: condannato a 3 anni

Ivan Dimaggio, ex capo area altoforno – Salvatore De Felice, ex capo area acciaieria 1 e 2 e capo area Grf – Salvatore D’AlòMarco Andelmi, ex capo area parchi – Angelo Cavallo, ex capo area agglomerato: condannati a 11 anni e 6 mesi.

Donato Pentassuglia, già consigliere regionale, attuale assessore all’Agricoltura: prescritto.

Gli imputati sono stati condannati a vario titolo di: associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale doloso, avvelenamento di acque e sostanze alimentari, getto pericoloso di cose, omissione di cautele sui luoghi di lavoro, due omicidi colposi in relazione alla morte sul lavoro di due operai, concussione, abuso d’ufficio, falso ideologico e favoreggiamento.

Vendola è stato condannato per concussione aggravata in concorso: secondo la Procura e da oggi anche in base a sentenza di primo grado, esercitò pressioni su Giorgio Assennato, all’epoca direttore generale di Arpa Puglia, perché l’Agenzia regionale per l’ambiente utilizzasse una strategia di rilevazione delle emissioni volta a favorire Ilva. Assennato, secondo l’accusa e la sentenza, ha taciuto le pressioni ricevute da Vendola perché le relazioni di Arpa stilate a seguito delle rilevazioni e dei controlli ispettivi fossero favorevoli allo stabilimento siderurgico.

E’ stata inoltre disposta la confisca degli impianti a caldo dell’ex Ilva e delle tre società Ilva SpA, Riva Fire e Riva forni elettrici.

Per molti dei condannati la Corte ha deciso anche l’interdizione perpetua (o per 5 anni) dai pubblici uffici o dai propri incarichi.

LA DICHIARAZIONE DI NICHI VENDOLA:

“Mi ribello ad una giustizia che calpesta la verità. E’ come vivere in un mondo capovolto, dove chi ha operato per il bene di Taranto viene condannato senza l’ombra di una prova. Una mostruosità giuridica avallata da una giuria popolare colpisce noi, quelli che dai Riva non hanno preso mai un soldo, che hanno scoperchiato la fabbrica, che hanno imposto leggi all’avanguardia contro i veleni industriali. Appelleremo questa sentenza, anche perché essa rappresenta l’ennesima prova di una giustizia profondamente malata. Sappiano i giudici che hanno commesso un grave delitto contro la verità e contro la storia. Hanno umiliato persone che hanno dedicato l’intera vita a battersi per la giustizia e la legalità. Hanno offerto a Taranto non dei colpevoli ma degli agnelli sacrificali: noi non fummo i complici dell’Ilva, fummo coloro che ruppero un lungo silenzio e una diffusa complicità con quella azienda. Ho taciuto per quasi 10 anni difendendomi solo nelle aule di giustizia, ora non starò più zitto. Questa condanna per me e per uno scienziato come Assennato è una vergogna. Io combatterò contro questa carneficina del diritto e della verità.”

LE REAZIONI

I consiglieri regionali del M5S Grazia Di Bari, Cristian Casili e Marco Galante hanno dichiarato: “La sentenza di oggi deve rappresentare un punto di svolta per la città di Taranto. La Corte d’Assise ha stabilito che per decenni i tarantini sono stati vittime di una logica che ha privilegiato il profitto rispetto al diritto alla salute. Un modello di sviluppo diverso è possibile, per questo bisogna continuare con la strada intrapresa in questi anni per la riconversione economica. Tra i punti del percorso intrapreso con il presidente Emiliano per entrare in maggioranza c’è la convocazione del tavolo istituzionale per la sottoscrizione dell’accordo di programma. Oggi rinnoviamo quella richiesta, in modo da poter lavorare assieme a tutti gli attori coinvolti per la chiusura dell’area a caldo e per definire un modello di sviluppo compatibile con le vocazioni del territorio, per cui bisogna pensare già da ora agli interventi da realizzare anche utilizzando i fondi europei. La priorità è tutelare la salute dei cittadini puntando sulla riconversione economica, prevedendo assieme alla chiusura dell’area a caldo, la realizzazione di interventi di bonifica e risanamento dell’area dismessa e assicurando la tutela dei livelli occupazionali. Sappiamo che la strada da percorrere è ancora lunga e c’è ancora tanto da fare per i tarantini, cui tutta l’Italia deve chiedere scusa per quello che hanno subito. Siamo già in ritardo, per questo occorre iniziare a lavorare da subito per raggiungere questi obiettivi”

“La sentenza di primo grado di Ambiente Svenduto” ha detto Vincenzo Di Gregorio, consigliere regionale del Pd “segna un prima e un dopo. Un prima in cui le sorti della città erano legate al centro siderurgico. Un dopo in cui la comunità tarantina ha preso consapevolezza delle grandi opportunità di cui dispone e vuole realizzare un nuovo modello di sviluppo incentrato sulla sostenibilità. Quella di oggi” ha aggiunto “deve diventare una data spartiacque per il capoluogo ionico. Il dispositivo della Corte d’Assise di Taranto, sancisce la chiusura di un’epoca che ha sacrificato la salute di operai e cittadini e la tutela del territorio- Ora dobbiamo realizzare l’auspicata riconversione ecologica. Ma in questo c’è un discrimine non trascurabile, anzi fondamentale: il fattore tempo. La riconversione a Taranto non può avere come orizzonte il 2050. I fatti di Ambiente Svenduto si fermano al 2012” ha concluso il consigliere regionale “ma negli anni successivi la situazione ambientale a Taranto ha continuato a mostrare elementi di criticità. A febbraio del 2020, infatti, il sindaco Rinaldo Melucci ha firmato un’ordinanza che disponeva il fermo degli impianti per motivi di natura ambientale. Dopo il pronunciamento favorevole del Tar, è intervenuta la sospensiva del Consiglio di Stato di cui attendiamo il giudizio di merito. Ecco perché Taranto non può e non vuole attendere. Troppi rinvii, troppe proroghe. Ora è il tempo del cambiamento”.

IL PRESIDIO

Un folto presidio di cittadine e cittadini ha atteso il pronunciamento dei giudici: le tante associazioni che aderiscono al Comitato per la salute e per l’ambiente, Tamburi combattenti, Legamjonici, Mamme per Taranto, Peacelink e molte altre.

Circa mille le parti civili. Tra queste, gli allevatori che dovettero abbattere migliaia di capi di bestiame perché contaminati da diossina.

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