Primarie nazionali Pd 2017: chiusa inchiesta, Emiliano indagato per finanziamento illecito

Avviso di conclusione indagine notificato al governatore della Puglia dalla procura di Torino a cui è passato il fascicolo inizialmente aperto dai pm di Bari per induzione a dare o promettere e abuso d’ufficio. Rischia il processo assieme al suo capo di gabinetto e a due imprenditori in relazione al pagamento di 65mila euro per la campagna di comunicazione

di Stefania De Cristofaro

BARI – A distanza di quattro anni dallo sconfitta alle primarie nazionali del Pd nel 2017, il governatore della Puglia, Michele Emiliano, rischia di finire sotto processo con l’accusa di finanziamento illecito in relazione alla somma di 65mila euro pagata per la campagna di comunicazione affidata a una società di Torino. L’ipotesi di reato è stata ridimensionata, rispetto a quelle iniziali di induzione a dare o ricevere e abuso d’ufficio.

LE IPOTESI DI REATO CONTESTATE DALLA PROCURA DI TORINO

A Emiliano è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini coordinate dalla procura di Torino, dopo l’apertura del fascicolo da parte dei pubblici ministeri di Bari. Avviso di fine indagine è stato notificato ad altre tre persone, sempre per finanziamento illecito: Claudio Stefanazzi, capo di gabinetto di Emiliano, Vito Ladisa e Giacomo Mescia, imprenditori, il primo di  Bari, titolare della società editrice de La Gazzetta del  Mezzogiorno (testata giornalistica che per prima ha dato notizia della vicenda), l’altro di Foggia.

UNA SOCIETA’ TORINESE AL CENTRO DELL’INCHIESTA

Nell’elenco dei destinatari delle notifiche, affidate ai militari del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza, non compare il nome dell’imprenditore di Torino Piero Dotti della società Eggers, attorno al quale era e resta imbastita l’inchiesta. Dotti, stando a quanto si apprende dalle indagini, all’epoca delle primarie si occupò della campagna di comunicazione per conto di Emiliano che non riuscì a centrare l’obiettivo della vittoria. Vinse, infatti, Matteo Renzi rastrellando il 69,2 per cento dei consenti, mentre il presidente della Regione Puglia si fermò al 10 per cento.

L’imprenditore torinese chiese e ottenne un decreto ingiuntivo rivendicando il pagamento di fatture per 65mila euro, con riferimento alle attività di comunicazione per le primarie.

E’ possibile che la posizione di Dotti sia stata stralciata, in conseguenza di una eventuale richiesta di patteggiamento della pena dopo gli interrogatori. La conferma potrà arrivare nei prossimi giorni.

L’ACCUSA DI FINANZIAMENTO ILLECITO MOSSA DALLA PROCURA DI TORINO

Di certo ad oggi c’è che la procura di Torino, con il sostituto Giovanni Caspani, è arrivata a una conclusione dopo aver esaminato con attenzione tutti i documenti raccolti dai finanzieri, sia nelle sede degli uffici della Regione Puglia, che in quelle delle imprese private coinvolte nell’inchiesta. Il teorema finale è che Ladisa e Mescia, su interessamento del capo di gabinetto di Emiliano, Stefanazzi, si sono fatti carico di pagare  65mila euro, pari al credito vantato da Dotti nei confronti del presidente della Regione per la campagna di comunicazione. Il contributo non risulta essere stato deliberato dall’organo sociale competente e non è stato iscritto nei bilanci.

La Procura di Torino, inoltre, contesta violazioni di disposizioni di legge in materia fiscale nei confronti di Mescia e Ladisa.

LE IPOTESI DI REATO CONTESTATE INIZIALMENTE DAI PM DI BARI

L’inchiesta, come si diceva, è stata avviata dalla procura di Bari: il fascicolo risale al 2018, con indagini coordinate dalla pm Savina Toscani e dall’allora procuratore aggiunto Giorgio Lino Bruno. Secondo la Procura di Bari,  il governatore, in concorso con Stefanazzi, aveva indotto i due imprenditori pugliesi a pagare la società di comunicazione Eggers con la quale c’era un contenzioso per saldare le fatture. Fatture che, in questa iniziale ricostruzione, erano state pagate da Ladisa e Mescia per ottenere un atteggiamento favorevole in occasione di richieste di finanziamento pubblico. Da qui l’ipotesi di induzione a dare o ricevere e l’abuso d’ufficio.

LA DIFESA DEL GOVERNATORE DELLA PUGLIA

Emiliano così come Ladisa e Mescia hanno sempre respinto le accuse e hanno atteso che la magistratura facesse il suo corso. Il governatore, inoltre, disse pubblicamente di aver saputo dell’inchiesta e per questo andò in Procura e denunciò una violazione del segreto istruttorio, aggiungendo di aver appreso in anticipo anche i finanzieri gli avrebbero chiesto di visionare alcune chat del su telefono e mail.

Una prima dichiarazione sulla vicenda arriva dall’avvocato difensore di Emiliano, il penalista Gaetano Sassanelli: “La notizia di Torino è in realtà una non-notizia in quanto certifica quel che era chiaro sin dall’inizio e cioè che il presidente Michele Emiliano non ha mai avuto alcun coinvolgimento con qualsivoglia imprenditore”.

“Ancora una volta – prosegue l’avvocato Sassanelli –  il presidente, difendendosi nel processo, vede venir meno le gravi accuse prospettate nei suoi confronti. Si pensi che si era partiti da una ipotesi di induzione indebita e false fatturazioni, per arrivare invece ad una ipotesi di violazione della normativa sul finanziamento dei partiti, peraltro documentalmente smentita dagli atti”.

Per il presidente della Regione Puglia, così come gli altri tre indagati, ci sono 20 giorni di tempo per presentare memorie difensive o chiedere di rendere interrogatorio.

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Info sull'autore

Stefania De Cristofaro

Giornalista per passione e professione. Nata a Napoli, brindisina d'adozione, laurea in Scienze politiche e relazione internazionali all'Università del Salento

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