La giusta distanza

I visitatori intenzionali delle Terre di Mezzo e, nello specifico, della casina nel bosco dove abita la Strega Madre, che si tratti di sporadiche cene tra amici, di qualche consegna a domicilio o di visite in generale da parte di esseri umani, si distinguono in quattro categorie principali, tutte fideisticamente confidanti nel navigatore satellitare: chi giunge da sud finisce nei pressi del campo sportivo del paese più vicino; chi da nord salta la svolta giusta e imbocca il sentiero parallelo s’incunea di traverso in una curva a gomito tra i muretti a secco; chi inforca la terza stradina parallela finisce davanti alla casupola abbandonata su cui campeggia in rosso spray “LA PROSSIMA VOLTA MUORI”; chi, infine, al bivio della strada di servizio svolta a destra anziché a sinistra ed è la fine sua e di ogni speranza di iniziare la cena a un orario decente, il navigatore lo sbatte alla fine di una stradina cieca sentenziando in mezzo ai campi: “sei giunto a destinazione, si consiglia di lasciare l’auto e di proseguire per 900 metri a piedi”. Come Elisabetta, che la sera della Madonna delle Grazie decide di fare la sua prima visita alla Strega Madre e alle Terre di Mezzo sfidando la paura dei cani, la paura del buio, la paura delle periferie estreme come concetto, la paura della desolazione e della solitudine paesaggistica più nera.

I dispersi, travolti da un insolito destino in una tipica giornata d’agosto, chiamano allora la Strega Madre supplicando una guida salvifica fatta a mano. Parola per parola, quasi sempre lei li riconduce sulla retta via in tempi ragionevoli, ma mai impiegando meno di 15-30 minuti buoni, motivo per cui nel tempo ha imparato ad eliminare dal menu delle cene le proposte gastronomiche che implicano dedizione al minuto sui fornelli e a optare per le cose ca se scarfanu all’ultimo momento.

Riesci a dirmi dove sei?

“Quanto sei scema, se sapessi dove sono credi che ti chiamerei?”

Si, volevo dire… Vedi qualche punto di riferimento? Una cosa che io possa identificare?

“Vedo la fine della strada che sto facendo, con l’erba sempre più alta, i muretti a secco e il buio totale. Non ci sono case, non c’è niente di niente, non c’è manco un posto dove girarmi”

E intorno a te che alberi vedi?

“Ma che ne so io che alberi. Io vedo solo erba alta. E poi ci sono i fari accesi e di fianco non vedo niente”

E togli i fari o scendi un attimo e guardati intorno, no?

“Tu stai scherzando.”

Il dialogo tipo è più o meno questo. Quando la Strega Madre si sente dire che non ci sono alberi va un po’ in tilt, perché nei pressi di casa sua non esistono campi senza alberi. Come minimo pullula di ulivi. Magari spettrali, ma pur sempre alberi con il tronco e i rami. Ci sarebbe solo una possibilità di campo incolto: quello proprio di fronte alla casina della Strega Madre. Ma se uno non lo vede, un grande campo sterrato e incolto e soprattutto non ci individua una casina con le luci accese di fronte, con la macchina della Strega Madre parcheggiata davanti, quella è esattamente la misura del nulla in cui sta per andare a ficcarsi la serata, con buona pace della Madonna, delle Tre Grazie, della banda nella cassarmonica e della copeta di mandorle e pistacchi.

Ahhhhh ho capito dove sei, dice la Strega Madre ciabattando sul viale verso l’ingresso e gettando gli occhi felini nel buio. Ti vedo (vedo due fari accesi nel nulla).

“Mi vedi??? Come fai a vedermi? IO NON VEDO NIENTE INTORNO A ME”

Con calma, se guardi invece dritto davanti a te oltre i fari, intravedi sicuramente delle lucine in mezzo agli alberi. Quella è la casina nel bosco.

A regola, la quarta e più disgraziata categoria di dispersi finisce sì vicinissima alla casa della Strega Madre, ma dalla parte opposta di una linea curva, forse sovrapposta a un tracciato romano che solo google sa, una mezza ellisse di logica stradale che ancapu al navigatore e a chi l’ha tarato sarà suonata come una linea continua, invece che banalmente interrotta da zolle di terra che non vengono smosse dal tardo Medioevo, una possibilità negata di chiusura del cerchio, reale e metaforica.

Elisabetta, devi tornare indietro, passo passo, ti guido io, perché sei di fronte a casa mia ma come dice il tuo navigatore da lì puoi, appunto, solo arrivarci a piedi col decespugliatore acceso o in alternativa scrasciandoti a pizza e slogandoti le caviglie in mezzo alle pietre. Coraggio, ti dico io come devi fare.

Poi ci sarebbe una quinta categoria. Quella di chi arriva incredibilmente dritto a destinazione. Può capitargli, appena scende dalla macchina, di sentirsi puntare le spalle da due zampate di venti chili l’una e due fessure di luce che spaccano il buio e le coronarie. Olivia si materializza come Batman di ritorno da qualche gita serale fuori porta (di casa) e dà il suo cordiale benvenuto da rottweiler al visitatore dal tragitto più fortunato. Il quale se riesce a coordinarsi nello sgomento chiama al cellulare la Strega Madre e dice “Idrusa! Questo… Cane tuo è?” Ah meno male… Benedica!” (meno male che sono anche sopravvissuto all’infarto, allora sto entrando).

I visitatori che riescono a diventare effettivi si dividono a loro volta in due categorie, quelli che hanno superato le prove e quelli che non sono più tornati. Tra quelli che probabilmente mai più torneranno, sottoposti a spontanea autoeliminazione, primeggiano i campioni della battuta, gli adoratori delle parti meccaniche delle automobili, i cultori delle sospensioni (che se esistono, pare che sia perché la loro funzione di regolazione dell’auto è fondamentale per viaggiare comodi e in piena sicurezza, specie in curva o su terreni sconnessi), quelli che, una volta entrati nel cancello dopo un discreto gimcana sullo sterrato di campagna coi cuti affioranti, sono ancora lì che sudano freddo mentre ti salutano imbarazzati ed esplodono in un: “ma senti, farti fare una tirata d’asfalto dal Comune fino a qua no?” Normalmente sono quei maschi che vivono anche nella sopravvalutazione delle dimensioni e hanno una discreta difficoltà geometrica con la retromarcia.

Poi ci sono quelli che hanno paura dei cani, ma non si curano di dirlo prima. In ogni caso, appena varcata la soglia, si ritrovano appiattiti spalle al cancello senza fare un passo né avanti né dietro, le campionesse sono esemplari di femmina umana che, appena il cane di turno si avvicina con evidente intenzione di benvenuto, iniziano a strillare ignorando l’assunto scientifico per cui le manifestazioni vocali acute sono per i cani di indole buona un’incitazione all’isteria gioiosa e al sabba collettivo. La Strega Madre, fedele al metodo Montessori e in ogni caso alla pratica spartana dello “scarfatela assulu” specialmente se te ne vieni in vestito color pastello da donzella estiva cittadina, dissimula la sua noia mortale a dover gestire gli umani che ancora oggi hanno paura degli animali (aracnofobi, erpetofobi, entomofobi e panofobi di tutto il mondo che qualcuno che passa di qua sempre si trova), sorridendo di circostanza per spiegare che le sue cagne sono talmente amorose che non farebbero male neanche a una mosca, che se le ospiti strillano come oche è peggio, che se invece camminano in silenzio tempo due minuti e i cani le ignorano andando a farsi i fatti loro. Quando finalmente si giunge all’agognata veranda, le punte di stress da benvenuto fiondano picchi altissimi di cortisolo per tutti, che uno si chiede ma li ho invitati io o sono venuti loro, non mi sto ricordando bene, intanto che schioccano tazzine da caffè, tè, pasticcini, birra o bevande calde e fredde per tutti i gusti, mettendo momentaneamente da parte il pensiero che ci sarà una trafila di ritorno. I più audaci, nel tempo, sono stati sentiti chiedere durante il tragitto: “ma non ti sei fatta un recinto dove chiudere i cani quando vengono le persone?” Eh, no.

Poi, ovviamente, ci stanno quelli che devono venire per forza e come potrebbero astenersi, quasi tutti ascrivibili alla categoria degli operai e degli artigiani, i quali fortunatamente sono tutti amanti dei cani (“naaa quista ete comu la cane mia, sicuramente sente gli odori”, tra le frasi più gettonate per Olivia che abbraccia gli ospiti per le coccole) e portano una pazienza da santi coi sette gatti di casa, che, a turno, gli controllano la cassetta degli attrezzi se sta in ordine oppure no, mentre sovrintendono all’operato idraulico, elettrico o edile di turno col piglio del pensionato che guarda i lavori stradali. Gli operai sono persone semplici, senza moine urbane, il senso pratico del caldaista o del tecnico della stufa sa che deve andare a controllare i fumi negli angoli più remoti della terra, che è normale che i suddetti siano serviti e raggiunti dalla civiltà, nonostante la situazione diciamo di periferia. Restano comunque frequentatori diurni, tra i quali i più confidenti, muratore o idraulico tutto d’un pezzo di turno, ci tengono a chiederti spavaldi “se tieni bisogno di qualsiasi cosa tienimi presente ca a quai stai sula” per poi chiudere l’incontro con la coda di saluto “ma a Signurìa stanotte a quai dormi? (lunga pausa) Ieu mancu mortu”.

Il concetto che presiede alla fenomenologia di queste percezioni dello spazio, del tempo, dell’isolamento, dell’autodeterminazione dell’individuo sociale e di popoli rurali, è che qui abitiamo effettivamente agli scuffundi. Una probabilità paesaggistica che i genitori della Strega Madre, da giovani, hanno cercato e perseguito da bravi intellettuali romantici nei pressi (nei pressi non proprio) del paese, ma sarebbe più corretto dire non lontano dal fazzoletto di terra del nonno, che sfornava frutta e verdura che neanche un giardino delle meraviglie. Un concetto di distanza, o di vicinanza, superato nella gioia del desiderio, che si esprimeva nella gita del fine settimana, nelle feste, nelle lunghe estati salentine. La terra era insomma chimera di famiglia. Un sogno tenuto a riposo nelle generazioni, quello di andarsene a vivere tutti in casolare o masseria, figli genitori, fratelli, quindi zii, nipoti e cugini condividendo il mondo senza tempo della campagna.

Un paio di scatti fotografici sintetizzano la trasfusione di quell’utopia parentale nel sangue della Strega Madre. Il primo è una bambina di poco più di un anno scalza che gattona nella terra rossa, coi nonni che parcheggiano l’Austin sullo sfondo e la salutano sorridenti con le ceste del pranzo domenicale sottobraccio. Il secondo è il familiare di turno che arriva alla casina in gita con la famiglia e chiede “e la bambina, dov’è?” a cui la giovane mamma risponde “boh, provate a guardare in cima a qualche albero”. Due fotografie scattate dalla mamma ben prima che la faccenda prendesse le sembianze di un accanito progetto di vita ecologico, silenzioso, impegnativo ma impagabilmente nutriente e salvifico: l’utopia moderna di abitare la terra, uscire nel bosco in pantofole, respirare a pieni polmoni il suono del vento e gli odori dei fiori al riparo dai disturbi sonori dell’essere umano e delle relazioni di vicinanza (“ma non hai pauraaa”), dalle costrizioni morali della prossimità (“ci sape ce face quiddra sula, addrai… mancu le streghe”), di coltivarsi da mangiare senza sottoporsi allo sforzo delle scaffalature e delle ansie da scadenza, ci prendiamo pure due galline e dovesse scoppiare una guerra c’abbiamo pure le uova e, se proprio dovesse andare tutto male, ci resta sempre da raccogliere sanapi e zanguni a casa nostra.

Dio solo sa cosa si genera nella mente di una bambina abbarbicata per ore a un fico centenario, un ulivo, un pero, intenta a costruire casette aeree con materiali di fortuna o a fare meditazioni rampanti nelle lunghe giornate estive. Forse un pensamento radicale. Un sentimento, inevitabile, del tempo. Un desiderio profondo, un presagio. Una pienezza delle ore che bastano a se stesse e dicono: fermati qua. Costruisci un’arca, salvezza per te e per il mondo e resta alla giusta distanza.

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Info sull'autore

Idrusa_stregadelbosco

Idrusa_stregadelbosco (Chiara Idrusa Scrimieri) è regista e sceneggiatrice, artista visuale. Vive in una casina nel bosco col gatto nero “Addio”, che sembra disegnato da Tim Burton e insieme a una moltitudine di piante e animali. Deve i suoi primi passi nel cinema a Jane Campion, Fernando Solanas, Giuseppe Rotunno, Giovanni Robbiano e Enza Negroni, Marco Bellocchio e soprattutto Ermanno Olmi (Ipotesicinema), oltre che a un mucchio di film e libri, al fantasma di Fellini e a un sacco di gente straordinaria incontrata per caso.

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