Mafia e politica, voto di scambio alle regionali 2015: dieci condanne definitive

La pronuncia della Cassazione dopo l’inchiesta della Dda di Bari su alcuni affiliati al clan Di Cosola che sfociò nel blitz il 13 dicembre 2016, in seguito alle dichiarazioni del boss pentito Antonio Di Cosola, nel frattempo deceduto. Interesse per un candidato, poi non eletto, della coalizione di Michele Emiliano: 50 euro per ogni voto procurato dal gruppo

 

Di Stefania De Cristofaro

 

BARI – Sono diventate definitive le condanne scaturite dal processo nato a conclusione dell’inchiesta dell’Antimafia di Bari sulle elezioni regionali del 2015 e sul condizionamento posto in essere da alcuni affiliati al clan Di Cosola, attivo nel capoluogo pugliese e in alcuni comuni vicini. Dieci gli ordini di carcerazione, in seguito alla pronuncia della Corte di Cassazione avvenuta nei giorni scorsi.

ORDINI DI CARCERAZIONE E CONDANNE DEFINITIVE

Destinatari degli ordini di carcerazione sono: Pasquale Maisto, per il quale è definitiva e, quindi, da scontare, la condanna a quattro anni e cinque mesi di reclusione; Pasquale Colasuonno, a sei anni e otto mesi; Francesco De Caro, a sei anni e otto mesi; Leonardo Mercoledisanto, sette anni; Piero Mesecorto, sette anni; Raffaele Anemolo, sei anni e otto mesi; Michele Angelini, sette anni e quattro mesi; Armando Battaglia, sei anni e otto mesi; Michele Di Cosola, due anni e quattro mesi e Damiano Partipilo, sei anni e otto mesi.

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dagli avvocati difensori degli imputati, dopo la sentenza di condanna pronunciata dalla Corte d’Appello di Bari il 23 settembre 2019. I giudici di secondo grado hanno affermato la colpevolezza rispetto ai reati – contestati a cario titolo –  di associazione di stampo mafioso,scambio elettorale politico-mafioso e coercizione elettorale in concorso. Quattro imputati che si trovavano liberi sono stati arrestati dai carabinieri del Nucleo investigativo di  Bari, mentre per gli altri sei, i provvedimenti restrittivi sono stati notificati in carcere.

L’INCHIESTA DELLA DDA CHIAMATA ATTILA 2

Con la pronuncia degli Ermellini viene chiuso il procedimento penale convenzionalmente chiamato Attila2, nato sotto il coordinamento dei pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Bari, sulle elezioni regionali che si sono svolte in Puglia a maggio 2015.

Le indagini fecero emergere l’interesse alla competizione elettorale del clan Di Cosola, gruppo di stampo mafioso attivo a Bari, e in modo particolare episodi di condizionamento del voto degli elettori: i cittadini venivano fermati per strada per convincerli a votare un candidato al consiglio regionale, a sostegno della coalizione di centrosinistra, con Michele Emiliano in corsa per la carica di governatore. Il candidato era Natale Mariella, imprenditore e già consigliere della Camera di commercio: si presentò nella lista Popolari, ma non riuscì a centrare l’obiettivo delle elezioni. Mariella, è bene precisarlo, non è mai stato indagato e non risulta coinvolto in alcun procedimento penale.

CINQUANTA EURO PER OGNI VOTO PROCURATO DAL GRUPPO

Secondo l’accusa imbastita dai pubblici ministeri Carmelo Rizzo e Federico Perrone Capano, esisteva un “pactum sceleris” che prevedeva il riconoscimento della somma pari a 50 euro, da pagare per ogni voto procurato dal gruppo in favore del candidato. All’elettore, invece, venivano dati 20 euro, importo pagato previa dimostrazione dell’effettivo voto.

Determinanti furono le dichiarazioni rese da Antonio Di Cosola, capo clan, poi divenuto collaborare di giustizia, deceduto nel frattempo. Per riscontare il contenuto messo nero su bianco nei verbali firmati da Di Cosola, furono autorizzate una serie di intercettazioni, sia ambientali che telefoniche.

Accanto al nome del candidato consigliere, ci fu quello di Armando Giove, ritenuto uomo fidato del politico, il suo factotum. Giove era accusato di essersi accordato con due persone, Leonardo Mercoledisanto e Pierto Mesecorto, con l’assenso di Michele Di Cosola. L’intesa, stando agli atti dell’inchiesta, prevedeva il riconoscimento oltre che di denaro, di posti di lavoro, in cambio di voti nei comuni di Ceglie del Campo, Giovinazzo, Bitritto e Valenzano.

Per Giove, la Cassazione ha annullato la condanna per il reato di coercizione elettorale, per non aver commesso il fatto, così come sostenuto dai difensori, e ha ridotto la pena a un anno, nove mesi e dieci giorni per scambio elettorale, riconoscendo il beneficio della sospensione della pena. Giove era stato già assolto in primo grado dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

 

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