Caso Taranto. L’eco-arte come reazione al colonialismo ambientale

Recensione Di Daniela Spera

Immaginate un futuro diverso. Se la città di Taranto fosse un enorme quadro sarebbe tutta da ridipingere. Con i colori del mare, delle campagne, degli ulivi secolari. Quei colori da tempo sono sbiaditi, offuscati dal grigio dei fumi e dal rosso del ferro. È facile catturare le immagini di una città aggredita dall’inquinamento. Basta una foto che, tuttavia, difficilmente può raccontare la sofferenza, l’angoscia, la storia straziante di una città sacrificata al colonialismo industriale. Ma quando le immagini prendono forma nei disegni, nei fumetti, spesso la loro forza comunicativa diventa dirompente.

A farci comprendere la potenza comunicativa dell’arte visuale sul ‘caso Taranto’, divenuto ormai caso nazionale, è il saggio appena pubblicato sulla rivista Il Tolomeo dal titolo ‘Colonizzazione ambientale, defuturing capitalocenico e pratiche eco-artistiche decoloniali a sud. Il caso Taranto’ scritto da Luigi Carmine Cazzato, professor ordinario e da Antonella D’Autilia dottoranda, presso il Dipartimento Di Scienze Della Formazione, Psicologia, Comunicazione dell’Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’. I primi tre paragrafi sono da attribuire al professor Cazzato mentre i successivi alla dottoranda D’Autilia.

Il saggio si apre con la descrizione di una scena ‘rurale’ da parte di George Gissing, arrivato a Taranto nel 1897. Nel suo libro ‘By the Ionian Sea’ Gissing, estimatore della Magna Grecia e del sud, descrive la placida collaborazione tra un contadino e il suo asino intenti ad arare la terra. Questa immagine è per Gissing evocativa di una realtà che non esiste più, che la civiltà industriale inglese da cui proviene ha stravolto, cancellando l’equilibrio tra uomo e natura. Percorrendo il pensiero di Cartesio fino ad arrivare a Moore, il primo paragrafo induce a riflettere su come è cambiato il rapporto tra uomo e ambiente, sempre più dominato, sempre più territorio di conquista industriale, ma anche il rapporto tra esseri umani che ha portato al colonialismo.

Per inquadrare il tema del colonialismo nel contesto tarantino gli autori partono dalla constatazione che il fenomeno non ha interessato solo paesi extraeuropei ma anche territori ‘ai margini’. All’interno dello stesso territorio italiano la discriminazione tra nord ricco e sviluppato e sud povero e sottosviluppato ha contribuito ad attribuire al Mezzogiorno il ruolo di ‘pecora nera’ dello sviluppo economico. Questo ha giustificato ogni azione di ‘modernizzazione’ selvaggia fino a distruggere città come Taranto che Pier Paolo Pasolini ha descritto come perfetta:

«brilla sui due mari come un gigantesco diamante in frantumi… Taranto, città perfetta. Viverci è come vivere all’interno di una conchiglia, di un’ostrica aperta».

Ricordando le parole di Dino Buzzati nel documentario Il pianeta acciaio di E.Marsili del 1962 è straziante la descrizione delle immagini di sradicamento degli ulivi secolari per fare spazio al deserto in cui verrà costruita la cattedrale dell’acciaio. Seguirà un altro sradicamento, quello delle braccia dei contadini dalla campagna.

Nuovi operai, che saranno definiti metalmezzadri da Walter Tobagi, metà metallurgici e metà contadini, potevano finalmente godere di una sorta di emancipazione, di una liberazione da una condizione di inferiorità rispetto al resto d’Italia. Ma quegli operai non conoscevano il mestiere e numerose furono, infatti, le morti bianche. Si insinuava, così, una ‘modernità’ che avrebbe cambiato radicalmente e negativamente il futuro dei tarantini.

Il saggio passa poi in rassegna alcune forme artistiche di resistenza al modello industriale instauratosi ormai da diversi anni a Taranto. Accanto ai movimenti ambientalisti, che in questo lavoro non vengono descritti ma che hanno avuto sia un ruolo di rottura, rispetto alle azioni messe in campo in precedenza, sia un ruolo di continuità verso il superamento della monocultura, particolarmente attiva è stata l’espressione visiva di una ‘contro-immaginazione’ di opposizione e critica all’industrialismo. Un esempio è dato da Ilvarum Yaga: cento disegnatori contro la Strega Rossa, mostra collettiva, in cui cento fumettisti italiani hanno descritto con un forte impatto visivo il dramma di una città a cui la fabbrica, raffigurata come una strega rossa, ha sottratto il proprio ambiente, la propria salute, la propria vita. Il tema della giustizia ambientale è ricorrente. Immagini dal forte impatto emotivo vengono descritte nel saggio a fumetti ILVA. Comizi d’acciaio, nato dalla matita di Kanjano e dalla penna di Carlo Gubitosa. Gli autori, in particolare, si soffermano sul capitolo intitolato «Il treno», in cui Gubitosa e Kanjano fanno un parallelismo fra i conflitti eco-urbani di Taranto e le mobilitazioni delle popolazioni indigene in Amazzonia. L’intento è quello di inserire una situazione locale in un contesto più universale. Anche se le modalità di reazione sono assai diverse. L’aspetto sicuramente più interessante, e senz’altro il più realistico, è la rappresentazione di una ‘ferita coloniale’ mai sanata. Il territorio tarantino concretamente sanguina e anche il mondo dell’eco-arte e dei fumetti ha cercato di lenire le sue ferite, raccontandole. Il saggio è anche l’occasione per ripercorrere in breve la storia di Taranto dalla posa della prima pietra per la nascita della fabbrica, nel 1960, fino al disastro ambientale e sanitario, ricordandoci quanto la città dei due mari abbia perso pur di inseguire una modernità che si è rivelata effimera.

È possibile trovare ulteriori esempi di eco-arte sul caso Taranto a questi link:

Taranto Spot – È VIVA TARANTO (The Original Spot Taranto) – YouTube

Pinuccio l’Operaio. Cartone Animato per Taranto (non un altro operaio). – YouTube

Curiosità: lo spot per Taranto venne trasmesso per diversi giorni in una tv locale mentre il programma ‘Blob’ di Rai3 mandò in onda alcuni frammenti del Cartone Animato per Taranto.

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