La grande monnezza

Allora il lunedì tiri fuori la plastica. Il giovedì ritirano carta e vetro. Il sabato l’indifferenziata. Ci sei?

Paola prende appunti trafelata dall’altra parte del telefono, da poco approdata alla rivoluzione dolce del porta-a-porta nelle Terre di Mezzo.

“Si, si, sto segnando”.

Alle Terre di Mezzo abbiamo sempre avuto un rapporto particolare con la materia. Non solo con quella umana, con la sua letteratura di paese. Noi abbiamo proprio un rapporto particolare con le cose. Ricordati che il metallo qua va con la plastica.

Fuori di noi, un silenzio. Il mondo civile sta chiuso dentro casa. Regnano i suoni del bosco, quello di Paola, il mio, quello delle Terre di Mezzo deserte, lasciate ai fiori e agli animali. È una timida primavera di pandemia.

C’è stato un tempo, quando la Strega Madre era piccola, che le Terre di Mezzo erano meta di gita domenicale dai nonni o di parentesi di vacanza in campagna. Era un tempo romantico. Gli autospurgo sversavano i liquami nei campi, in zone poco frequentate. I contadini si rifacevano casa e coi calcinacci di risulta erigevano muretti a secco alternativi negli uliveti. Le persone si cambiavano i mobili di casa, invaghiti dei componibili di truciolato e formica a rate e bruciavano ante, sportelli, gambe e piedi di vecchi armadi nelle campagne, profumando il crepuscolo di canfora. Papà, certo di andare incontro all’epifania olfattiva appena infilata la curva per la casina nel bosco con la Mini minor, già dallo svincolo della statale impastava in bocca il suo secco MA GUARDA QUESTE MMERDE e lo sputava all’aria delle Terre di Mezzo come massima espressione di dissenso giornalistico e civile. Io dicevo CHE PUZZA, la mamma specificava ipotesi sulla freschezza dello sversamento con dettagliata eleganza. Di lì a qualche anno, in uno di quei pezzi di terra inondati dalle scorie reflue dell’umanità, sarebbe sorta una casetta di campagna con un perimetro di alberi di cinta a crescita ultrarapida. Mia madre avrebbe osservato la fortuna dei novelli vicini a vedersi crescere alberi forti e grandi in così poco tempo, mentre lei e papà avevano buttato anni di pallino per ottenere risultati inferiori. Mio padre avrebbe archiviato per sempre la violazione della sua sensibilità ambientale nel fascicolo IL POTERE DELLA MMERDA.

Erano insomma tempi che la materia si trasformava.

Fu quello il periodo in cui la Strega Madre sviluppò un amore particolare per le discariche. Quelle belle discariche di una volta, dove la gente cominciava a buttare le cose che non usava più. Spesso celate dall’incavo delle cave in disuso, io e papà ci finivamo alla controra durante le nostre esplorazioni in bicicletta, in direzione contraria alla catalessi locale pomeridiana e alla ricerca di fossili marini. Era un tripudio di pietre scolpite e piastrelle multicolore, ceste di vimini, sedie di legno, bauli, vecchie valigie, cocci di terracotta. Tra le cose più belle mai trovate c’era uno di quei ventagli delle feste patronali con la SS. Maria delle Grazie sul fronte e S. Pantaleone sul retro, un cimelio di cartone in bianco e nero, un sentimento rurale che tengo appeso in cucina. Salvo qualche carcassa di animale, davanti alla quale papà si paralizzava nel disgusto minacciando di non tornarci mai più, si trattava per lo più di materia interessante. Con negoziata gioia dei suoi giovani genitori, alla piccola Strega Madre era concesso un carico modesto di reperti della modernità, quelli che ci stavano nel cestino della bicicletta: una bottiglia di vetro della Fanta, qualche cementina mozzicata, arnesi di ferro e rame, cocci di terracotta che fantasticava venissero da qualche sepoltura di civiltà remote. Le tappe verso la discarica erano poi scandite dalle soste ai furnieddri di pietre a secco, dove si saliva in cima a guardare il panorama. Sugli ammezzati dei ricoveri contadini un tappeto di cocci rotti luccicava al sole. La piccola archeologa Strega Madre disseppelliva, spennellava, ripuliva piastrelle sgargianti, vasi di terracotta grezzi e smaltati, cani di pipa con modellazioni zoomorfe, oggetti ingegnosi ad uso idraulico di quando con la pietra e la terra cotta si faceva quasi tutto, ferri di cavallo portafortuna. I noccioli sputati dalla vita rurale delle Terre di Mezzo lasciavano presagire un tesoro, erano la sua camera delle meraviglie. Dai quei pomeriggi si sviluppò un’acuta propensione alla collezione, al design di recupero di ogni cosa trovata che fosse stata gettata prima del tempo. Un’inclinazione mentale e artigianale cui papà tutto sommato assisteva divertito, con punte importanti di complicità delinquenziale, come il carico di due palle giganti da autoclave sui sedili della sua Cuore Daihatsu, ridendo a crepapelle sotto al sole cocente di luglio: “se ci vedesse tua madre”. La mamma, appunto, non ne capiva il potenziale creativo per gli anni a venire, in disappunto per l’ingombro accattone.

“Tutto chiaro. Ora dobbiamo risolvere il problema dell’eternit“, sospira al telefono Paola. Dal latino aeternitas, “eternità”, manco a dirlo per rimarcarne la sua elevata resistenza, il gettonatissimo prodotto di fibrocemento brevettato nel 1901 dall’austriaco Ludwig Hatschek, che già sì, solo la parola, richiama a condanne eterne ma sicuramente non pensava alle giacenze sotto le scarpate delle statali nelle Terre di Mezzo, la parola Eternit sveglia la Strega Madre dalla divagazione nei ricordi con uno scaffune in piena faccia. Una sequenza di scene madri risale allora dall’attualità sepolta nel sogno e nel ricordo, facendo un suono stridente, un sibilo acuto, costante e insidioso dove le forze del Bene fanno atroci guerre con le Tenebre inciampando nella drammaturgia demenziale del film delle Terre di Mezzo, che fino a tre quarti di pellicola sarebbe anche lo scenario perfetto per un classico spaghetti-western tutto mafia, complotto, spaghetti e mandolino. La Strega Madre che convoca un ranger all’alba di una domenica mattina per indagare sugli anomali scavi di un vicino, certa che stia tombando rifiuti tossici (“no signorina, questa zona non si presta, piena di roccia affiorante e neanche abbastanza estesa”, e allora perché chiamare un escavatore di sabato notte). La vigilessa Strega Paola che si apposta al crepuscolo dietro gli alberi per balzare sull’attenti davanti al furgoncino di turno che, operai, imbianchini o artigiani, ha il baule pieno di laterizi frantumati pronti allo sversamento vicino casa sua (“e voi dove credete di andare?!”). La Strega Madre che entra nel comando dei vigili urbani, stivali da cowboy e mani alla cintura, sbattendo un fascicolo di ignorate raccomandate A/R per la segnalazione di discariche di amianto sul tavolo dell’ufficio protocollo. La visita guidata alle suddette, a braccetto coi vigili urbani, comandante e sottoposti sotto la canicola di luglio, dopo che Mo’ dovete venire, vi sto aspettando qua fuori e quelli finalmente vengono alla casina nel bosco (“ah lei qua abita?”) a farsi fare il tour a piedi dalla Strega Madre. E ancora gli appostamenti per dissuadere prostitute e clienti dopo aver spazzato per mesi buste intere di preservativi muchacho. E infine, madre delle madri, la scena della Strega Paola alle prese con l’incendio e i pompieri di turno, che dopo aver espletato la loro funzione con immancabile ritardo, fanno manovra al buio davanti alla casina nel bosco numero uno. Paola che urla “NOOO DI LÀ NOOOO”; i pompieri a motore acceso che la rassicurano con occhiolino, credendo che li voglia ragguagliare sullo spazio mancante per la manovra; Paola che capisce che non hanno capito, con un balzo raggiunge il finestrino dell’autista e urla “NON FATE RETROMARCIA DI QUA VI HO DETTO CHE C’È L’ETERN…”; i pompieri convinti di stupirla in una manovra da guinness machista che stanno già retrocedendo sulle lastre di eternit del protocollo n.16 al comando vigili urbani, sbriciolandole.

Sarebbe un film d’azione perfetto se non fosse per l’ultimo quarto di film, che stronca sempre la suspense con l’entrata in scena delle forze dell’ordine, con quel “no, noi non possiamo, non è competenza nostra, non siamo autorizzati” che farebbe annichilire sullo schermo una sceneggiatura da Oscar. Che sia un branco di cani randagi, una montagna di immondizia, una casa del sesso a cielo aperto, lo scenario del viaggio dell’eroe naufraga puntualmente nella sindrome di Cristo che si è fermato a Eboli. Non vince nessuno. Il Bene e il Male rinunciano all’agone per sfinimento.

Il fatto è che nel tempo e nella storia dei consumi delle Terre di Mezzo la materia è diventata ingombrante. Sono sorte discariche meno aggraziate. Non più sorprese metafisiche nei paesaggi meridiani da scovare sotto la linea dell’orizzonte, ma volgari volumi di generi vari agli angoli di qualsiasi strada, in quegli interstizi tra competenze A.n.a.s e comunali del pulisci tu o pulisco io, che alla fine non pulisce nessuno. La materia è diventata plastica. Copertoni, frigoriferi, lavatrici, giocattoli, materassi, divani e altre inspiegabili terapie ginniche per la lombare degli smaltitori hanno iniziato a campeggiare sulle minutaglie, sparse al vento o sigillate in insondabili sacchi di plastica nera. L’illuminismo amministrativo si è immortalato appioppando alla comunità una rete di salvagenti per la materia in eccesso, quelle chimere linguistiche di poesia che vanno sotto il nome di “isole ecologiche”. Due su tre delle quali, nelle Terre di Mezzo, sono chiuse.

Così gli one-man band dell’edilizia di paese hanno continuato a smaltire il prodotto dei cantieri in nero nelle campagne, con la differenza che i calcinacci si sono arricchiti di eternit, di lastre di policarbonato e altri materiali che invecchiano molto male. Nelle stesse periferie rurali si sono aggiunte le aureole delle prostitute, geometrie di degrado che servono forse a segnare il passo della loro presenza, un giorno di qua, un altro giorno un po’ più in là, un’isola di plastica multicolore che le professioniste si portano dietro come bagaglio personale: bottiglie, salviette, pezze colorate, vecchi ombrelloni, specchi diroccati, sedie di plastica, divani, poltrone, poltronissime che compongono all’occorrenza postazioni creative, uffici portatili sotto la canicola, stazioni di posta, picnic intorno al fuoco. E mentre i cittadini normali che vogliono disfarsi di rifiuti ingombranti devono chiamare la ditta, beccarsi la cazziata dell’impiegata (“ma scusi lei perché butta tutti questi materassi, cos’ha un B&B?”) e farsi andare di traverso la tradizione domestica più rituale e civile dal secondo dopoguerra ad oggi (le pulizie di primavera) i cani sciolti della cittadinanza attiva scaricano il colpo di grazia su quel che restava intonso dei cavalcavia, delle scarpate, di passi e sottopassi, delle strade cieche di servizio la domenica mattina.

La materia si accumula. La materia ingombra il paesaggio. La materia va smaltita per lasciare il posto ad altra materia. Bruciano i materassi, bruciano i copertoni, bruciano le pire di teli di plastica, bruciano le cassette della frutta nel retro dei supermercati, bruciano fuochi agricoli incustoditi che aiutati dal vento finiranno nella puntata successiva. Il fuoco elimina, disinfetta, purifica l’orizzonte.

Ma siamo in pandemia. Momentaneamente assenti. Nessuno può cambiarsi i mobili. Niente prostitute. Niente sversamenti di laterizi scaduti nelle campagne. Niente seppellimenti tossici, scavatori, tombe illecite di famiglia. I papaveri coprono le macerie, la natura rieduca le strade. È il paradiso, privilegio paradossale, di un mondo fermo che non produce materia.

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Info sull'autore

Idrusa_stregadelbosco

Idrusa_stregadelbosco (Chiara Idrusa Scrimieri) è regista e sceneggiatrice, artista visuale. Vive in una casina nel bosco col gatto nero “Addio”, che sembra disegnato da Tim Burton e insieme a una moltitudine di piante e animali. Deve i suoi primi passi nel cinema a Jane Campion, Fernando Solanas, Giuseppe Rotunno, Giovanni Robbiano e Enza Negroni, Marco Bellocchio e soprattutto Ermanno Olmi (Ipotesicinema), oltre che a un mucchio di film e libri, al fantasma di Fellini e a un sacco di gente straordinaria incontrata per caso.

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