Acque chiare, costa devastata: 223 famiglie vittime, ma nessuno paga

Acqua chiare villaggio Brindisi

Lottizzazione abusiva sulla costa di Brindisi: 223 famiglie vittime incolpevoli. Condanne in appello ma reati prescritti. L’immenso villaggio costruito in zona agricola ridotto ad uno scheletro. Nessun ordine di demolizione. Il danno e la beffa del corto circuito di una giustizia ingiusta perché lenta. Tutto scritto dalla Cassazione e dalla CEDU

 

Di Stefania De Cristofaro

 

BRINDISI – Fine di un incubo. Sulla parete della cucina di una villetta del villaggio Acque Chiare, c’è ancora il calendario di 12 anni fa. La pagina è di maggio 2008: l’inizio dell’odissea penale vissuta da quanti acquistarono residenze sulla litoranea a Nord di Brindisi, a due passi dalla città, in contrada Torre Testa, mettendo mano ai risparmi e accedendo mutui. Per la Procura quelle villette altro non erano, se non il risultato di una lottizzazione abusiva con la trasformazione di una zona agricola in turistico-residenziale, possibile attraverso il do ut des dal sapore corruttivo tra l’allora sindaco e il costruttore del villaggio, e in quanto tali dovevano essere confiscate.

Il rischio e la sentenza della Cassazione

Di fatto sarebbe stata una condanna per i proprietari che hanno sempre rivendicato la buona fede. Una spada di Damocle con la quale hanno vissuto sino alla pronuncia della Cassazione: lottizzazione estinta per l’effetto del trascorrere del tempo, via i sigilli e villette restituite ai proprietari estranei a qualsiasi condotta di negligenza. Restituito alla società costruttrice anche lo scheletro di quello che doveva essere l’albergo (mai terminato). Nessuno dimentica, però.

Come si può dimenticare la storia di Acque Chiare?”, chiedono i proprietari.

E’ ancora un graffio al cuore della costa di Brindisi e chissà quando sarà possibile rimarginare quella ferita dopo quello che appare come un corto circuito della giustizia visto che delle accuse iniziali non è rimasto nulla e non ci sono colpevoli.

INCOLPEVOLI. Le villette del villaggio Acque chiare, a nord i Brindisi. I 223 proprietari non hanno mai potuto utilizzarle, perché sequestrate.

La Terza sezione della Suprema Corte ha scritto la parola fine all’odissea vissuta da 223 famiglie, per lo più brindisine (ma ce ne sono alcune arrivate dalla Germania, dalla Francia e dall’Olanda, così come dalla Lombardia, dal Veneto e dal Lazio per investire). E lo ha fatto con la sentenza pronunciata il 5 luglio 2019 rinviando di dieci mesi le motivazioni: sono state depositate solo il 14 maggio 2020. Non è dato sapere come mai si sia reso necessario tutto questo periodo. Sono i tempi della giustizia italiana. Lumaca, sì. Procede a passo lento e la storia del complesso Acque Chiare ne è la conferma, se si pensa che il sequestro venne eseguito il 28 maggio 2008 e che la Cassazione ha annullato la confisca solo un anno fa.

Le motivazioni: due le conclusioni degli Ermellini

Le conclusioni a cui sono arrivati gli Ermellini (presidente Gastone Andreazza e relatore Andrea Gentili) sono due: una si riferisce ai proprietari delle villette e l’altra agli imputati accusati di lottizzazione abusiva, vale a dire il costruttore Vincenzo Romanazzi, il notaio Bruno Romano Cafaro che rogò la maggior parte degli atti di vendita, entrambi condannati in Appello a un anno e sei mesi, con ammenda di 55mila euro, e gli architetti Severino Orsan, in qualità di progettista, e Carlo Cioffi, in veste di (ex) dirigente del settore Urbanistica del Comune di Brindisi, condannati in Appello a due a nove mesi con ammenda di 35mila. Così come il gruppo dei proprietari ha sempre sostenuto di aver acquistato dopo aver avuto la certezza che gli immobili potevano essere venduti, allo stesso modo gli imputati hanno sempre respinto l’accusa di lottizzazione.

PRESCRITTO. Il costruttore Vincenzo Romanazzi. Il reato di corruzione è stato prescritto prima di arrivare al primo grado. Il reato di lottizzazione abusiva, confermato in appello, è stato estinto per prescrizione.

Il villaggio sulla costa

Il villaggio doveva rilanciare la costa di Brindisi e innescare l’effetto moltiplicatore del turismo estivo. Secondo l’accusa Romanazzi, “avvalendosi della consulenza di Cafaro e a seguito dell’attività corruttiva con il sindaco di allora, Giovanni Antonino, dopo aver rilevato un’area destinata a zona agricola e viabilità di rispetto, avrebbe ottenuto la modifica di tale destinazione urbanistica, a seguito di un accordo di programma tra la società da lui rappresentata, il Comune di Brindisi e la Regione Puglia”, hanno ricordato i giudici della Cassazione.

L’accordo, secondo la lettura data dalla Procura e conferma dal Tribunale e poi dalla Corte d’Appello, “sarebbe stato oggetto di modifiche illegittime” con rimozione di una serie di vincoli, “fra i quali quello di divieto di vendita frazionata, salvo poi realizzare in un ambito territoriale detto comparto C, una serie di edifici a uso residenziale”. Le villette di Acque Chiare, appunto.

Acque Chiare con il passare del tempo, è diventato spettrale. Villaggio fantasma, finito nelle mani di ladri che hanno fatto incetta di canaline di scolo di rame, arredi da giardino, infissi e persino mobili rubati all’interno delle villette. Qualcuno è stato colto in flagranza di reato e arrestato. Altri l’hanno fatta franca. A poco, se non proprio a nulla, è servito l’aver nominato il Comune come custode giudiziario, salvo poi riconoscere ai proprietari l’accesso per svolgere manutenzione ordinaria. Della spiaggia, del ristorante e della zona piscina non è rimasto niente. Saccheggiato tutto. Sono spariti pure i tornelli per l’accesso e i tubi delle docce all’aperto.

La buona fede degli acquirenti

Quanto ai proprietari delle villette, la Cassazione ha sciolto in maniera definitiva il dubbio che ha sempre scandito questi 12 anni: “Nel caso in esame, non solo a carico degli acquirenti non sono stati valorizzati elementi di concorso del reato di lottizzazione abusiva, tant’è vero che per nessuno è stata prevista alcuna sanzione penale, essendo stato il procedimento a carico degli stessi definito favorevolmente, ma neppure possono dirsi effettivamente emersi elementi di negligenza o trascuratezza nello svolgimento delle attività precontrattuali”, si legge nelle motivazioni.

In altri termini, erano tutti in buona fede. Circostanza che gli avvocati Rosario Almiento, Luca Leoci, Vittorio Rina, Anna Cavaliere, Livio Di Noi, Oreste Nastari e Orazio Vesco (tutti del foro di Brindisi) hanno sempre sostenuto sin dalle prime battute del procedimento penale. E’ quanto emerge dalla letture dei ricorsi al Tribunale in funzione di Riesame, subito dopo l’avvenuto sequestro. Ma mai lo status di acquirenti in buona fede è emerso in maniera così chiara, sulla base di questa circostanza: “Molti di loro si sono rivolti, per la stipula dell’atto pubblico di acquisto, quali ufficiali roganti, a notai”, è scritto nella sentenza.

Notai diversi da Bruno Romano Cafaro, suggerito se non imposto dalla parte venditrice e nessuno di costoro risulta avere messo sull’avviso gli acquirenti in ordine alla regolarità dell’operazione che si apprestavano a fare”. E’ questo un elemento “di tale rilievo” – sostengono gli Ermellini – che “si pone in logico contrasto con quanto sul punto contenuto nella sentenza di appello, nella quale invece è postulata una condizione di malafede o quanto meno di negligente trascuratezza degli acquirenti”.

Il ruolo dei notai

Nulla di tutto questo. L’esatto contrario, in realtà. “Sostenere, come si legge nella motivazione della sentenza impugnata, che gli acquirenti abbiano condotto in maniera poco accorta la trattativa in quanto avrebbero cooperato con la loro condotta negligente e colposa alla consumazione del reato, acquistando gli edifici senza effettuare alcuna verifica sulla loro situazione urbanistica, è affermazione che, in primo luogo, si scontra sul piano formale con l’avvenuto proscioglimento, o quanto meno con la non avvenuta persecuzione di tali acquirenti in sede penale, posto che ove gli stessi avessero effettivamente cooperato con la condotta colposa degli imputati, quelli avrebbero dovuto rispondere con costoro del reato ai medesimi contestato”.

La Cassazione rileva ancora: “Sul piano sostanziale, neppure tiene conto della circostanza che il tenore e il significato dei complessi atti, convenzionali e amministrativi, richiamati, per come la Corte distrettuale segnala, nei singoli contratti di compravendita, non era certamente un elemento di facile comprensione per un soggetto di media, se non più che discreta competenza, tanto che i singoli acquirenti si erano affidati”.

Sempre secondo la Suprema Corte, gli acquirenti così facendo, hanno “esaurito l’onere di diligenza su di essi gravante, alle cure di personale altamente specializzato cioè un notaio, svolgente una funzione avente una specifica rilevanza di tipo pubblicistico”. E questo gli acquirenti lo hanno sempre sostenuto. Del resto, chiedevano, qual è la funzione del notaio? E ancora: chi mai avrebbe acquistato senza essere certo di poterlo fare?

La spiegazione della Cassazione prosegue: “Come detto, nulla avendo segnalato loro i singoli notai, pur essendo questi persone diverse da Cafaro (il quale, come si ricorderà, rogò la maggior parte degli atti di vendita, ndr) cui le costituite parti civili si sono di volta in volta rivolte per la stipula delle singole compravendite, in merito alla incommerciabilità frazionata delle porzioni immobiliari da esse acquistate deve – in linea di principio – escludersi che le stesse non versassero in un uno stato soggettivo di buona fede al momento dell’acquisto”.

Sul punto, “fatto non rilevante” è il “dato singolarmente enfatizzato nella sentenza impugnata, che fra il preliminare di compravendita e la stipula del definitivo sia intercorso un significativo lasso di tempo”. La conclusione, quindi, per la Cassazione non può che essere una: “Deve ritenersi, pertanto, ingiustificata l’avvenuta confisca delle unità immobiliari oggetto di contratto di compravendita e deve essere disposta la restituzione di ciascuna di esse al rispettivo avente diritto”.

Gli avvocati dei proprietari delle villette

AVVOCATI DELLE VITTIME. Rosario Almiento e Vittorio Rina

Con la pronuncia della Cassazione si è arrivati alla fine del medioevo della giurisprudenza italiana sull’argomento della confisca a carico di proprietari di immobili estranei al reato di lottizzazione abusiva”, dice l’avvocato Rosario Almiento che nel procedimento penale ha rappresentato la maggior parte degli acquirenti delle villette del villaggio.

Adesso c’è una nuova fase ed è iniziato un risarcimento culturale e giuridico sul diritto di proprietà in Italia, per effetto degli interventi dei giudici della Cedu (la Corte europea dei diritti dell’uomo, ndr): con le pronunce europee, infatti, è stato possibile correggere e indirizzare i giudici italiani”.

La pronuncia della Cedu e le altri grandi speculazioni italiane

La giustizia italiana si è fermata per aspettare le valutazioni e le decisioni europee. Dagli atti del fascicolo Acque Chiare, infatti, emerge che la Cassazione ha disposto due rinvii prima di arrivare alla sentenza, rinvii dettati dall’esigenza di aspettare la sentenza della Grande Chambre di Strasburgo sulla confisca o meno degli immobili in caso di prescrizione della lottizzazione abusiva, con riferimento a situazioni analoghe a quelle che attengono ad Acque Chiare.

La Grande Chambre si è espressa su Punta Perotti a Bari, Golfo Aranci a Olbia (in Sardegna) e Testa di Cane e Fiumarella di Pellaro a Reggio Calabria. I giudici europei hanno affermato il principio secondo cui non è possibile procedere alla confisca degli immobili, nel caso in cui non ci sia stata una “sanzione penale”. Nell’accezione italiana questa coincide con una sentenza penale di condanna. E la prescrizione, nell’ordinamento italiano, non è una pronuncia del merito, ma una causa di estinzione del reato sulla base del trascorrere del tempo. Di conseguenza non ci può essere un ordine di demolizione. Dovrà farsene carico il Comune? 

La corruzione

Risulta prescritta già da tempo la corruzione, contestata dalla Procura di Brindisi sempre con riferimento al costruttore Vincenzo Romanazzi in concorso con l’allora sindaco di Brindisi, Giovanni Antonino, il quale per questo reato patteggiò a trenta giorni in continuazione con i capi di imputazione dell’inchiesta sulla cosiddetta tangentopoli, a tre anni e sei mesi.

Facendo riferimento alla divisione dei tronconi processuali, ossia al fatto che sono stati separati i processi per corruzione e lottizzazione che l’avvocato Vito Epifani aveva sollevato una serie di eccezioni, evidenziando la violazione del principio relativo al “giudice naturale”. Romanazzi, in altri termini, era finito dinanzi al Tribunale in composizione monocratica (un giudice) e non invece davanti al Tribunale collegiale con lesione dei diritti di difesa.

La prescrizione della lottizzazione abusiva

Per quel che attiene alla lottizzazione abusiva, la Corte ha scritto che “caratteristica peculiare del giudizio, è quella di essere stato posto in trattazione a distanza di un notevole lasso di tempo, sia dallo svolgimento dei fatti, per i quali è stata elevata l’imputazione penale, sia dalla pronuncia della sentenza di primo grado”.

E’ perciò evidente come l’esito del presente giudizio, si palesi fortemente condizionato dagli eventuali effetti della maturata prescrizione dei reati contestati”. In termini, più immediati: a fare la differenza è stato il tempo. Ne è trascorso troppo. Certamente è trascorso quello che lo stesso legislatore ha stabilito come causa di estinzione del reato.

Considerato che a carico dei quattro imputati sono state elevate contestazioni riguardanti reati contravvenzionali, per nessuno dei quali è prevista la sanzione detentiva in misura superiore ai quattro anni di arresto, il termine previsto per la estinzione di essi, è ragguagliato a cinque anni”, si legge nella sentenza della Cassazione. I giudici hanno considerato e quindi conteggiato i termini interruttivi e al tempo stesso l’assenza di fattori che “consentano il prolungamento del termine ordinario, pari a quattro a partire dalla cessazione della flagranza, superiore al quarto”.

A conti fatti (sempre della Cassazione), nella fattispecie della lottizzazione abusiva per Acque Chiare, il “termine prescrizionale dei reati contestati ai ricorrenti è, in linea astratta spirato oltre la data del 12 febbraio 2017, cioè alla scadenza del quinquennio dalla pronuncia della sentenza di primo grado”. E ancora “in data successiva alla pronuncia della sentenza della Corte d’Appello di Lecce, la quale è stata emessa in data 13 febbraio 2013”.

La battaglia in sede civile: richieste di risarcimento danno

Cosa succede adesso che c’è il sigillo della Cassazione? “Ora che la Corte di Cassazione ha pienamente e definitivamente riconosciuto la buona fede degli acquirenti delle villette di Acque Chiare, qualcuno dovrebbe chiedere scusa, ma nessuno lo farà”, dice l’avvocato Vittorio Rina. “Non importa, noi non serbiamo rancore, andremo avanti per la nostra strada”.

Il futuro, vede impegnati i proprietari (per lo meno alcuni) sul fronte civile per chiedere il risarcimento dei danni patiti durante i 12 anni. I legali, nei mesi precedenti, hanno spedito una diffida indirizzata al Comune di Brindisi e alla Regione Puglia per ottenere “l’integrale risarcimento in via solidale dei danni patiti e patiendi”. Si tratta della seconda, dal momento che ce n’è una che risale al 2012 alla quale non è mai arrivata risposta.

 

Silenti, stando a quanto sostengono i legali, sono rimasti ad oggi sia a Palazzo di città che a Bari. La conta dei danni, nel frattempo, ha superato il tetto del mezzo milione di euro: voci base costituite dal costo a suo tempo sostenuto per l’acquisto degli immobili, le spese per la manutenzione, Ici e Tarsu, imposte e tasse regolarmente versate pur in mancanza dell’uso delle villette, poi interesse legali e rivalutazione monetaria.

Nella missiva, gli avvocati hanno evidenziato che ci sono “pregiudizi patrimoniali riconducibili non solo alla società costruttrice”, vale a dire la Acque Chiare srl, a cui la nuova diffida è stata ugualmente spedita. “Derivano anche dall’azione illecita di Regione e Comune nell’esercizio delle rispettive funzioni amministrative”, si legge in una delle missive. “E’ indubbio – e la lettura degli atti dell’inchiesta penale lo supporta pienamente – che il rilascio di una serie di provvedimenti autorizzativi poi rilevatisi illegittimi abbia concorso nella verificazione dei danni patiti” dai proprietari.

Secondo i legali i “danni si sarebbero potuti evitare se le Amministrazioni preposte avessero diligentemente espletato le proprie funzioni di controllo, tra cui quella di istituire tempestivamente il Comitato di vigilanza che avrebbe dovuto monitorare annualmente la corretta e legittima attuazione dell’accordo di programma relativo alla costruzione del villaggio Acque Chiare”.

Il piano urbanistico generale

Al Comune di Brindisi resta da sciogliere un altro nodo legato ad Acque Chiare che rimanda alla tipizzazione urbanistica dell’area sulla quale sono state edificate le villette: è ancora classificato come zona agricola. Lo strumento per adeguare l’area alla realtà del villaggio è costituito dal Pug, il piano urbanistico generale ma ad oggi non è approdato in Consiglio comunale per essere sottoposto all’esame dell’Aula e all’approvazione a maggioranza qualificata. La costa a Nord del capoluogo, infatti, è stata inserita nelle voci della riqualificazione, ma se potrà ospitare o meno altri insediamenti turistico-residenziali, ancora non è chiaro. Anche perché l’Amministrazione ha dovuto ricostruire per due volte il pool di lavoro. Per due volte, infatti, gli architetti ai quali era stato affidato l’incarico di redigere il Pug hanno restituito tutto al Comune. E l’Ente adesso ha deciso di puntare solo sui tecnici interni.

 

 

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Faccio la giornalista d'inchiesta investigativa e spero di non smettere mai. O di smettere in tempo http://www.marilumastrogiovanni.it/chi-sono-2/

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