aper-turismo e non

Fantozzi copre i colleghi assenteisti

Tutto questo dibattito tra “aperturisti e non”, oltre a dimostrare ancora una volta il declino del giornalismo italiano anche dal punto di vista lessicale, mi ha fatto tornare alla mente la scena di apertura di Fantozzi subisce ancora. Quarto film della serie, purtroppo il primo senza Giuseppe Anatrelli che, insieme a Gigi Reder e Paolo Villaggio, aveva formato un trio comico tra i meglio riusciti e tra i meno riconosciuti come tali dal pubblico e dalla critica.

Ore 07.58, due minuti prima dell’apertura dei cancelli. Panoramica sull’esterno della Megaditta e voce fuori campo di Villaggio: “Con l’alternarsi di saggi governi, il popolo italiano ha ormai raggiunto un alto grado di maturità. I lavoratori, operai e impiegati, hanno finalmente capito che la produttività è alla base del benessere sociale e l’unica strada per uscire dalla crisi.” Impiegato 1: “Fateci entrare, vogliamo lavorare!”. Impiegato 2: “Questa sera voglio fare tre ore di straordinario!” Signorina Silvani: “Bisogna aumentare la produttività!” Ragionier Filini: “Non posso vivere senza le mie pratiche!” Geometra Calboni: “Aiutiamo questo nostro Paese, aiutiamolo!”

I cancelli aprono, tutti gli impiegati corrono per raggiungere il proprio ufficio per poi scappare da uscite secondarie o improvvisate raggiungendo il luogo del fu doppio lavoro o per andare a prendere il sole sulla terrazza del palazzo. Il povero Fantozzi, per amore della signorina Silvani, è lasciato da solo a coprire tutti i colleghi cercando di ingannare il temibile Corrado Maria Lobbiam, ispettor degli ispettori. A fine giornata tutti rientrano alle proprie scrivanie e Fantozzi finalmente riesce ad andare in bagno. Ovviamente, proprio mentre Lobbiam entra in ufficio e punisce il povero ragioniere che pagherà per le colpe tutti.

In queste ultime settimane, in Italia, tutti sono diventati atleti e corridori, tutti amanti cinofili, tutti stakanovisti. Orde di cattolici necessitano di vivere in comunità la propria fede partecipando alla santa messa.  Gli studenti di ogni ordine e grado sono ansiosi di ritornare a scuola. Persino Salvini è andato in Senato. Ma quando mai si è vista tanta voglia di lavorare in Italia? Mi aspetto che dal prossimo mese, nessun impiegato pubblico timbrerà il cartellino per poi andare a giocare a carte al bar. Mi aspetto che nessuno simulerà più un qualche malanno pur di restare a casa in malattia qualche giorno. Immagino che le chiese saranno zeppe di fedeli e che le vocazioni ritorneranno a riempire seminari e conventi. Sono certo che tra cinque anni si laureerà una prima generazione di novelli Pico della Mirandola, seguita da scalpitanti Fi’ Bonacci e da frementi Brunelleschi.

Ma soprattutto: ma te veru erane tutti contenti cu la vita te prima? Io castimavo ogni giorno in mezzo al traffico o sulle metropolitane piene. Arrivavo al lavoro già nervoso e tornavo a casa che se qualcuno mi rivolgeva la parola prima che mi ero aperta una birra davo fuoco al palazzo. Senza voler cedere al facile umorismo, che nemmeno mi riesce bene, credo questi mesi siano stati troppo presto etichettati come negativi e difficili. D’altra parte, da un giornalismo che sembra fiero di aver coniato il neologismo “aperturismo” non ci si poteva aspettare che sapesse descrivere diversamente il periodo della chiusura totale.

In queste ultime settimane, ogni volta che ho telefonato a qualcuno o che ho “videochiamato” un collega, ho ricevuto solo sorrisi e disponibilità. Quante volte, nella vita passata, ci siamo negati al telefono oppure abbiamo finto di non esserci solo per evitare seccature? In queste settimane, ogni volta che ho visto violare le regole dell’isolamento mi sono incazzato. Quante volte, in passato, abbiamo sorriso e siamo passati oltre quando abbiamo visto qualcuno fregare lo Stato oppure il vicino di casa? In queste ultime settimane sono riuscito a riappropriarmi di tanto tempo. Un bene troppo prezioso, che non può essere sprecato. Chi vive le città sa quanto difficile sia persino trovare il tempo per una partita di calcetto durante la settimana. E come il weekend sia solo un’altra corsa verso il lunedì successivo tra pulizie di casa, lavatrici e, forse, una pizza con gli amici.

Ovvio, l’uomo è un animale sociale e come tale necessità di vivere in comunità e di avere rapporti sociali. Ovvio, l’economia non può resistere con le attività chiuse per tempo illimitato. Ovvio, quattro persone costrette per settimane in un appartamento di 60 metri quadrati fanno sembrare persino gli spazi di San Vittore meno affollati. E’ stato ed è ancora difficile. Ma necessario. Soprattutto occorre essere cauti con il cercare di cancellare dalla memoria questi ultimi mesi. Occorre ricordarsene, occorre non dimenticare. Perché anche la vita prima della quarantena, oggettivamente, faceva abbastanza pena. Se questi ultimi mesi serviranno a migliorarla, allora sarà stato tempo ben speso.

Fantozzi assenteista

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Info sull'autore

Francesco Ria

Ricercatore in una prestigiosa Università americana. Come il sottomarino sovietico di "Caccia a Ottobre Rosso" usa cambiare improvvisamente e senza motivo direzione. Di solito polemico solo per passare il tempo.

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