Covid19 libera tutti? I mafiosi della SCU restano in carcere (per ora)

DOSSIER. Quali e quanti sono i mafiosi della sacra corona unita al 41 bis o all’ergastolo che potrebbero uscire “grazie” al covid19? Dopo le scarcerazioni dei boss La Rocca, Zagaria, Sansone e Bonura, abbiamo voluto fare il punto sul Salento. Il legale di Pino Rogoli, 74 anni, fondatore della Sacra Corona Unita: “Al momento nessuna istanza, stiamo valutando”. Antonio De Donno, procuratore capo di Brindisi: “Le scarcerazioni sono casi eccezionali”. Dopo le dimissioni del direttore del Dap Basentini, arriva Petralia

di Stefania De Cristofaro

 

 

DOSSIER – Restano in cella i pugliesi accusati di essere mafiosi o già riconosciuti come tali dallo Stato. Il fondatore della Sacra Corona Unita, l’ex piastrellista di Mesagne Pino Rogoli, ha 74 anni. Se è vero che ad oggi non è stata presentata alcuna istanza di differimento del “fine pena mai” ai domiciliari, è altrettanto vero che l’ergastolano ha qualche acciacco legato all’età. Il carcere duro, per lui e per altri mafiosi della Scu, rimane anche ai tempi del Coronavirus, a differenza di quanto accaduto per camorristi e casalesi che respirano il profumo della libertà per l’effetto combinato di patologie tali da compromettere ancor di più lo stato di salute all’interno del carcere, tenuto conto del rischio di contagio da Covid 19.

 

I mafiosi pugliesi: il fondatore della Scu e i capi storici

 

PINO ROGOLI

Ufficialmente non risulta ad oggi che siano stati riconosciuti i domiciliari a detenuti pugliesi arrestati o già condannati con l’accusa di aver fatto parte dell’associazione mafiosa, conosciuta come quarta mafia, con tentacoli fra Brindisi, Lecce e Taranto. Rogoli è ristretto nel carcere di massima sicurezza di Viterbo.

“Finora non abbiamo presentato alcuna istanza, ma stiamo valutando la situazione in relazione alle condizioni di salute di Rogoli”

Dice l’avvocato Cosimo Lodeserto del foro di Brindisi. “Ci sono complicazioni cardiache e respiratorie, anche legate all’età”. Rogoli è in carcere – ininterrottamente – dal 1981 per omicidio dopo una rapina in una banca a Giovinazzo, nel Barese. In cella fondò la quarta mafia. E’ stato condannato all’ergastolo in qualità di mandante di diversi omicidi maturati in seno all’associazione, a partire da quello di Antonica, avvenuto nel mese di febbraio 1989. 

Pino Rogoli

Antonica venne ucciso in ospedale, a Mesagne, dove lo ricoverarono per le ferite riportate in un conflitto a fuoco. Alcune ore più tardi, i killer sparano. Due colpi dietro l’orecchio. Rogoli dal 1992 è al 41 bis e, così come previsto dalla legge, ha diritto a una sola ora d’aria in un corridoio di cemento. Trascorre in cella 23 ore. Sempre da solo. L’ultimo decreto del ministero della Giustizia con cui è stato applicato nuovamente il regime del carcere duro risale allo scorso mese di dicembre. E il penalista lo ha impugnato in sede di Riesame contestando l’attualità della pericolosità sociale: “Essendo stato condannato come fondatore della Sacra Corona Unita, la pericolosità viene affermata proprio in relazione a quello status che si riferisce però a una situazione astratta non più riferibile al presente, ma ancorata al passato”, sostiene l’avvocato Lodeserto.

“E’ stato il fondatore della Scu, oggi è un uomo certamente diverso perché ha 74 anni, è diventato bisnonno, e soprattutto è in cella da quasi 40 anni”.

 

 

SALVATORE BUCCARELLA

Salvatore Buccarella

Nessuna istanza è stata depositata per Salvatore Buccarella, 60 anni, condannato come capo della frangia di Rogoli.

E’ detenuto nel carcere di Secondigliano in regime ordinario. “Non è più al 41 bis”, dice l’avvocato difensore, Vito Epifani del foro di Lecce.

 

 

GIOVANNI DONATIELLO alias CINQUE LIRE

Giovanni Donatiello

Guardando alla Scu negli anni Ottanta, è libero ormai da due anni Giovanni Donatiello, alias Cinquelire. Libero dopo la condanna all’ergastolo come mandante dell’omicidio Antonica in concorso con Rogoli. E’ stato scarcerato dalla Corte d’Assise d’Appello di Lecce in accoglimento dell’istanza del difensore storico, Marcello Falcone del foro di Brindisi. Alla base del ritorno in libertà ci sono stati due elementi: da un lato, una pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo (caso Scoppola, dal nome del ricorrente italiano)

e dall’altro, nuove disposizioni italiane in ambito penale che hanno permesso la sostituzione del carcere a vita con la pena scontata in carcere di trent’anni, anche nei casi di condanna per omicidio ma senza isolamento. Donatiello, infatti, ottenne il processo con rito abbreviato, venne condannato in via definitiva all’ergastolo “semplice”, (senza isolamento) e scontò trent’anni.

 

 

GIOVANNI DE TOMMASI

Giovanni De Tommasi

Restano al 41 bis anche gli esponenti leccesi della Scu. Giovanni De Tommasi, 60 anni, è nel carcere di Tolmezzo. L’avvocato Francesca

Conte, del foro di Lecce, ha impugnato il decreto del ministero della Giustizia con cui è stato applicato il carcere duro e attende di discutere l’istanza davanti al Tribunale di Sorveglianza di Roma.

 

“Questo è il primo passaggio”, dice. “Poi valuteremo la situazione”.

 

 

ROBERTO PERSANO, MARIO TORNESE, CLAUDIO VITALE

Mario Tornese

Nessuna istanza di differimento della pena ai domiciliari per Roberto Persano, 53 anni, di Lecce, e per Mario Tornese, 58 anni, di Monteroni, entrambi condannati all’ergastolo e ristretti in regime di carcere duro. “Per Tornese il 41 bis è una costante dal 1992”, precisa l’avvocato Stefano Prontera del foro di Lecce. “L’unica istanza depositata riguarda il carcere duro. Sia Tornese che Persano sono detenuti condannati all’ergastolo ostativo”. In altri termini, la condanna è tale da impedire il trasferimento ai domiciliari. Situazione identica per Claudio Vitale, 53 anni, di Surbo: 41 bis anche per lui (difeso da Prontera).

 

 

LA NUOVA SCU: RAFFAELE RENNA E RAFFAELE MARTENA

Discorso analogo per i volti nuovi della Sacra Corona Unita per i quali lo Stato ha disposto il carcere duro: Raffaele Renna, 41 anni, nativo di  Mesagne, e Raffaele Martena, 34 anni, di Tuturano, frazione di Brindisi.

Nessuna istanza di scarcerazione ai tempi del Coronavirus, per loro. Non ci sono complicazioni di salute né per l’uno, né per l’altro, stando alla documentazione allegata nei rispettivi fascicoli.

 

ANTONIO VITALE

Antonio Vitale

E’ detenuto in regime di carcere duro anche il mesagnese Antonio Vitale, 52 anni, alias il marocchino: è ristretto nel penitenziario di Viterbo e in maniera ininterrotta è al carcere duro dal 1999, essendo stato ritenuto socialmente pericoloso poiché in grado di mantenere rapporti con l’esterno e con gli affiliati dell’associazione mafiosa Scu.

Vitale è stato condannato in via definitiva con l’accusa di essere stato uno dei fondatori del cosiddetto “clan dei mesagnesi” della Sacra corona unita, e sta scontando un cumulo di pene pari a 30 anni. L’ultima condanna per associazione mafiosa è diventata definitiva nel 2010 ed è scaturita dal processo nato dall’inchiesta chiamata Mediana.

La difesa, affidata agli avvocati Cinzia Cavallo e Marcello Falcone del foro di Brindisi, non ha presentato alcuna istanza di differimento della pena ai domiciliari. I penalisti hanno impugnato l’ultimo decreto con il quale il ministro della Giustizia, alla fine del 2019, ha rinnovato il carcere duro.

 

ANTONIO DE DONNO: “LE SCARCERAZIONI SONO CASI ECCEZIONALI”

Le porte del carcere, invece, sono state aperte per boss del calibro di Zagaria, Sansone, La Rocca e Bonura, riconosciuti dallo Stato come mafiosi. Mafiosi ai quali è lo stesso Stato ad aver disposto la scarcerazione. Oltre 40 boss sono stati scarcerati. 

Come è stato possibile arrivare a una situazione di questo tipo? E’ colpa del Covid 19 se quei mafiosi sono tornati dalle loro famiglie e nei territori in cui hanno imposto la loro legge? Hanno sbagliato i magistrati di sorveglianza? Ci sono crepe nel sistema della giustizia italiana? E ancora: nelle carceri è possibile prevenire il rischio di contagio da Covid 19?

“Il legislatore è tempestivamente intervenuto in materia con l’articolo 123 del cosiddetto decreto Cura Italia, con il preciso intento di proteggere la popolazione carceraria dal rischio di contrazione del contagio, in una situazione di persistente sovraffollamento che non sempre consente di assicurare il necessario distanziamento e l’attuazione delle misure di prevenzione”, spiega il procuratore capo di Brindisi, Antonio De Donno.

Antonio De Donno

“Il legislatore ha stabilito che, fino al 30 giugno 2020, la pena detentiva possa essere eseguita, su istanza dell’interessato (del legale del detenuto, ndr), presso l’abitazione del condannato o in altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza, nei casi in cui la pena residua non sia superiore a diciotto mesi”, prosegue il procuratore capo. “In tal caso deve essere applicata la procedura di controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici resi disponibili per i singoli istituti penitenziari”, precisa. “Va ricordato che sono esclusi dal beneficio i condannati per reati più gravi o che presentino profili di pericolosità”.

Fin qui le previsioni teoriche. Cosa è successo nella pratica? E’ accaduto che il tribunale di sorveglianza di Sassari abbia disposto ha scarcerazione di Pasquale Zagaria, recluso al 41 bis, accusato di essere legato al clan dei Casalesi, nonché fratello del boss Michele Zagaria. I magistrati hanno accolto l’istanza del difensore perché anche nelle strutture sanitarie della Sardegna non era possibile garantire al detenuto la prosecuzione dell’iter diagnostico e terapeutico necessario per la grave patologia di cui soffre. Il Guardasigilli ne vuole sapere di più e ha anticipato un’ispezione.

Di mafiosi scarcerati in questo periodo ce ne sono altri. E altre sono state le polemiche. “La cronaca si è arricchita recentemente di episodi che hanno destato preoccupazione, se non stupore, con riferimento all’ intervenuta liberazione di soggetti altamente pericolosi, in particolare di alcuni boss mafiosi e camorristi come Francesco La Rocca, Pasquale Zagaria, Pino Sansone, Francesco Bonura”, dice De Donno.

La Rocca, esponente di Cosa Nostra, alleato storico dei Corleonesi venne arrestato nel 2005 dopo lunga latitanza: ha 82 anni ed è stato sottoposto alla misura della detenzione domiciliare da parte della magistratura di sorveglianza milanese per ragioni di salute, anche legate all’età”, spiega.

“Analogo provvedimento è stato preso nei confronti di Pasquale Zagaria, mente economica del clan dei Casalesi, anch’egli sottoposto alla detenzione domiciliare presso la propria abitazione dalla magistratura di sorveglianza per la necessità di cure che, secondo il provvedimento di temporanea liberazione, non potevano essere prestate in carcere. Zagaria è portatore di una patologia che poteva esporre al rischio di contagio”, prosegue il capo dell’ufficio dei pm a Brindisi.

Pino Sansone, altro boss, ha beneficiato della detenzione domiciliare in ragione della situazione di rischio che si è venuta a creare nel carcere di massima sicurezza di Voghera, cittadina della bassa lombarda. Ed è in detenzione domiciliare anche

all’imprenditore mafioso palermitano Francesco Bonura, soggetto quasi ottantenne, per gravissime e conclamate condizioni di salute”.

 

 

LE GRAVISSIME E CONCLAMATE CONDIZIONI DI SALUTE

“Sono situazioni del tutto differenziate, in cui ha giocato un ruolo decisivo lo stato di salute”

Dice De Donno. Dunque, le patologie che, seppure diverse, sono diventate il comune denominatore per queste scarcerazioni.

“Le condizioni di salute sono previste espressamente dalla normativa vigente quale causa di esclusione dal circuito carcerario, al ricorrere di determinate condizioni, in stretta correlazione con la norma costituzionale”, sottolinea il procuratore, facendo riferimento all’articolo 27 della carta costituzionale. “Sono vietati i trattamenti contrari al senso di umanità: stato di salute o situazione di incompatibilità che devono essere valutate volta per volta dalla magistratura competente. In tali casi, devono pronunciarsi i Tribunali di sorveglianza.

La circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria

Esiste una bussola in grado di orientare le decisioni dei giudici?

Di rilievo è la circolare del Dap è del 21 marzo che attiene alla segnalazione all’autorità giudiziaria dei detenuti portatori di determinate patologie, tali da aumentare il rischio di complicazioni nel periodo dell’emergenza sanitaria per il Covid 19. Il documento rimanda alla nota del 19 marzo con cui il direttore della Uoc di Medicina protetta-malattie infettive del presidio ospedaliero di Viterbo, in comando presso la stessa Amministrazione, ha trasmesso l’elenco delle “condizioni-patologie a cui è possibile riconnettere un elevato rischio di complicanze”. Tutto questo richiamando lo “stato di emergenza sanitaria nazionale, nonché le indicazioni del Centers for disease control e prevention Cdc 24/7 saving lives, protecting people e il decreto del presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, dell’8 marzo.

L’elenco comprende: “malattie croniche dell’apparato respiratorio che necessitano di continui contatti con le strutture sanitarie esterne; malattie dell’apparato cardio-circolatorio (scompenso cardiaco classe II NYHA); diabete mellito scompensato; insufficienza renale cronica; malattie degli organi emopoietici ed emoglobinopatie; neoplasie attive o follow up; malattie congenite o acquisite che comportino carente produzioni di anticorpi; immumosoppressione indotta da farmaci; malattia ha Hiv e persone di età superiore a 70 anni”.

“Le Direzioni comunicheranno con solerzia all’autorità giudiziaria, per le eventuali determinazioni di competenza, il nominativo del ristretto che dovesse trovarsi nelle predette condizioni di salute (o altre valutate di analogo rilievo dalla direzione sanitaria)”, si legge. “Ad ogni singola segnalazione, oltre alla relazione sanitaria, saranno allegate le informazioni, eventualmente disponibili, utili a permettere una pronta valutazione”.

Nella nota c’è espresso riferimento a “relazione comportamentali, informazioni di polizia, esistenza di familiari che effettuano colloqui e disponibilità di un domicilio”.

 

 

IL RISCHIO CORONA VIRUS

“E’ chiaro che l’emergenza coronavirus gioca un ruolo decisivo, in alcuni casi incrementando la situazione di rischio, ma si tratta pur sempre di situazioni che ricorrono ordinariamente e che non devono far gridare allo scandalo”, sostiene De Donno. “Fermo restando che si impone, in ogni caso, l’attuazione di specifici controlli volti ad impedire che la presenza sul territorio di soggetti di spessore possa fornire occasione per dare nuova linfa alle organizzazioni mafiose”.

A conferma del fatto che non si tratta di scarcerazioni generalizzate, il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha negato il differimento ai domiciliari a Benedetto, detto Nitto, Santapaola, boss della mafia catanese arrivato a 81 anni, con il peso della condanna all’ergastolo. In questo caso, la circostanza che il detenuto sia al 41 bis, vale a dire in regime di carcere duro, quindi in una cella da solo, costituisce un elemento di valutazione positiva ai fini della sussistenza delle condizioni che impediscono il contagio da Covid 19.

Richiesta di differimento della pena ai domiciliari anche Raffaele Cutolo, 79 anni, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, detenuto al 41 bis: il  magistrato del Tribunale di sorveglianza di Reggio Emilia l’ha rigettata.

 

 

LE POLEMICHE, LE DIMISSIONI DEL CAPO DEL DAP E LA NOMINA

Nel momento in cui le cronache hanno riferito delle scarcerazioni dei boss, la politica è insorta. Polemiche incrociate che hanno portato il Guardasigilli Alfonso Bonafede ad anticipare ispezioni per verificare se ci siano state o meno falle nel sistema di giustizia italiano e, nel frattempo, ha nominato come vice capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Roberto Tartaglia, consulente della commissione parlamentare antimafia.

Ieri, intanto, il capo del Dap, Francesco Basentini, ha rassegnato le dimissioni, essendo stato coinvolto in prima persona nel vortice delle contestazioni partite anche prima delle scarcerazioni eccellenti, in corrispondenza delle rivolte nelle carceri. Quattordici morti in Italia e danni stimati in 35 milioni di euro

Oggi la nomina del successore: l’incarico di direttore è stato assegnato a Bernardo Petralia, siciliano, magistrato che ha sempre indagato sulla mafia. Ha iniziato lavorando a Trapani con il pm Giacomo Ciaccio Montalto, ucciso dalla mafia, poi è passato a Sciacca dove ha istruito il primo processo con i pentiti Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno. Dal 2006 al 2010 è stato nel Consiglio superiore della magistratura (il Csm), nel 2013 è rientrato in Sicilia e nella procura di Palermo è stato procuratore aggiunto, poi l’incarico di procuratore generale a Reggio Calabria.

La scelta di Petralia è arrivata a sorpresa, stando ai nomi che circolavano nei corridoi dei palazzi della politica romana. Si facevano quelli di Nino Di Matteo, ex pm, ora nel Consiglio superiore della magistratura (il Csm), Gianni Melillo, procuratore di Napoli e Catello Maresca, ex pm di Napoli.

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Info sull'autore

Stefania De Cristofaro

Giornalista per passione e professione. Nata a Napoli, brindisina d'adozione, laurea in Scienze politiche e relazione internazionali all'Università del Salento

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