Renna il “puffo”, carcere duro: voleva rifondare la SCU

RaffaeleRenna

Arriva il 41 bis per Raffaele Renna: con un vero e proprio “statuto” voleva creare una sorta di cupola per tirare le fila della sacra corona unita in collaborazione con la ndrangheta. Tutto al carcere.

BRINDISI – Amante dei film come quelli sulle crociate e del latino, Raffaele Renna, nativo di Mesagne, 41 anni, inseriva citazioni suoi concetti di sangue come espressione massima di fedeltà nei pizzini che inviava ai suoi “fratelli”, gli affiliati alla Sacra Corona Unita con i quali era costantemente in contatto, persino via telefono nonostante fosse detenuto.

Puffo, suo alias negli ambienti dell’associazione mafiosa, dal 22 gennaio scorso è un detenuto ristretto al 41 bis: carcere duro per la durata di quattro anni (salvo proroghe) applicato con decreto del ministro della Giustizia, “in ragione della sua particolare e concreta pericolosità”, poiché “risulta essere in grado di mantenere contatti con esponenti tuttora liberi dell’organizzazione criminale di appartenenza”.

Il decreto del ministro della Giustizia

Secondo quanto rappresentato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale – Dda- di Lecce il 25 ottobre 2019 e dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo il 18 novembre successivo, Renna, 41 anni da compiere a marzo, è non solo appartenente alla Scu, come affiliato prima di Massimo Delle Grottaglie, ucciso nel 2001, poi di Francesco Campana, a sua volta ritenuto uno dei vecchi capi della frangia riconducibile a Buccarella, ma in grado di rimanere in posizione di vertice nonostante sia stato arrestato e sia in cella – ininterrottamente – dal 28 settembre 2011. In carcere gli sono stati notificati una serie di ordinanze di custodia cautelare, anche con l’accusa di associazione finalizzata al traffico di droga, e di ordini di carcerazione.

Condanna a 30 anni di reclusione in via definitiva

Lo scorso 6 febbraio, a Renna è stato notificato l’ordine di esecuzione della pena per 30 anni di reclusione, in seguito a condanne definitive: “Decorrenza dal 22 marzo 2019, scadenza il 21 marzo 20149”, si legge a fronte di un cumulo di pene pari a 47 anni, 11 mesi e venti giorni. Con multa di 51.760 euro. Sempre che, nel frattempo, non ci siano ulteriori imputazioni con conseguenti condanne.

Dietro le sbarre ha diretto le attività del gruppo che voleva anche rinnovarsi per effetto di un nuovo patto che i pentiti recenti hanno definito come “statuto”:

un accordo necessario per adeguare l’organigramma della Scu alla situazione attuale caratterizzata da un lato, dalla decisione di collaborare con la giustizia di Sandro Campana (poi seguito dal fratello ergastolano Antonio, entrambi sono fratelli di Francesco Campana), e dall’altra dal ritorno in libertà di personaggi come Giovanni Donatiello, alias Cinquelire, di Mesagne, e prima ancora di Cristian Tarantino.

Il 41 bis: la pericolosità sociale

Il carcere duro, quello previsto e disciplinato dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, scandirà la vita da detenuto di Renna per i prossimi quattro anni. Il difensore Francesco Cascione del foro di Brindisi, non ha depositato alcun ricorso e, nel frattempo, “Puffo”, è stato trasferito dal carcere di Saluzzo a quello di Spoleto per dare applicazione alle restrizioni previste dal decreto.

Renna, infatti, è in una cella singola in cui ci sono un letto, un tavolo e una sedia, non può avere accesso agli spazi comuni dell’istituto penitenziario e l’ora d’aria avviene in totale isolamento. Limitati, inoltre, sono i colloqui con i familiari: massimo uno al mese, per una durata non superiore a un’ora, sotto gli occhi degli agenti della polizia penitenziaria. Sono state sospese, infine, le corrispondenze telefoniche e la ricezione di somme e di pacchi contenenti generi alimentari, vestiti e oggetti.

In tal modo sarà “assicurata una gestione della vita detentiva che garantisca nel modo più efficace, la recisione di ogni legame tra esponenti delle associazioni criminali organizzate, operanti all’esterno e figure ancora in grado, dalla condizione di detenzione, di ispirare, guidare, governare o determinare il qualsiasi modo la commissione di reati, con pregiudizio per l’ordine e per la sicurezza pubblica”, è scritto nel decreto del Guardasigilli.

Puffo esponente di spicco della Scu

La Dda di Lecce ha affermato che Renna, nativo di Mesagne, è “da tempo divenuto un esponente di spicco della criminalità organizzata di stampo mafioso e in particolare della Sacra Corona Unita, operante prevalentemente nella zona a Sud Est della provincia di Brindisi, nei territori di Tuturano, San Pietro Vernotico e Torchiarolo, già capeggiata da Salvatore Buccarella e Francesco Campana e avente solidi legami con i confinanti clan leccesi”. Ruolo di primo piano gli è stato contestato a conclusione delle inchieste tenute a battesimo con i nomi Helios, su estorsioni mafiose nel settore fotovoltaico, Gamer Over e Omega sul traffico di sostanze stupefacenti fornite anche da alcune cosche della Calabria, tramite agganci imbastiti in carcere con esponenti delle ‘Ndrine.

Il pentito Antonio Campana svela i rapporti con Renna

Di Renna ha riferito e pure parecchio, Antonio Campana, ormai pentito a tutti gli effetti, pentito anche di aver ucciso Massimo Delle Grottaglie, nelle logiche di vendetta interne alla Scu. Per l’omicidio, avvenuto il 16 dicembre 2001, Antonio Campana è stato condannato in via definitiva al carcere a vita il 26 maggio 2017. Alcuni dei verbali della collaborazione sono stati depositati e sono stati riportati nello stesso decreto con il quale è stato applicato il 41 bis. Il 7 marzo 2019, Campana ha riferito di un periodo di detenzione comune nel carcere di Taranto a cavallo tra il 2015 e il 2016: “C’erano Renna, Raffaele Martena, Ivan Cannalire di Brindisi, Tobia Parisi di Mesagne e Marco Penza di Lecce e gli stessi decisero di costruire un nuovo gruppo tra di noi, staccandoci dai vecchi”. Doveva esserci un ulteriore passo in avanti, sul quale gli inquirenti stavano già lavorando avendo scoperto e sequestrato un pizzino inviato da Martena e tale Barabba, al secolo Giuseppe Perrone e trovato nella disponibilità di quest’ultimo il 25 maggio 2016. Martena, nel 2019, è finito al 41 bis ed è trasferito nel carcere di Opera.

I pizzini scritti in cella: “Ha la testa di un malavitoso”

Di quella sfoglia, Antonio Campana ha spiegato il contenuto: “In quel periodo stava per uscire Cristian Tarantino che, per conto di tutti noi, doveva gestire la situazione all’esterno”. Il passaggio di rilievo è il seguente: “Finalmente ho avuto modo di parlare con l’amico Puffo, Renna, e gli ho detto tutto quello che pensavo, che voi avevate ragione e che lui mai doveva fare quel passo. Lui però l’ho ammirato dicendomi che nei vostri riguardi aveva esagerato però amico mio, vi volete ancora bene perché è riconoscente di quello che avete fatto per lui. E’ rimasto male che gli hai fatto il movimento a Piero, cosa che lui mai si permetteva a farti perché, credimi, quello ti vuole bene, quindi ora che esce Cristian ti spiegherà tutto e voglio che via amiate più di prima e di essere uniti più di prima”.

La descrizione di Renna, per mano di Martena, è questa: “Puffo ha una testa peggio di prima ed è sempre malavitoso anche in carcere, ti farò scrivere e ritornate come prima, sempre che non c’è qualcosa di grave che ti ha fatto e che non so nulla. Lo sai i miei discorsi quali sono, a casa nostra stiamo noi e nessuno più deve mettere piede, i vecchi non devono esistere più, ora siamo noi, li rispettiamo ma non ci serve più nessuno”. Insisteva, quindi, per il ricambio generazionale anche in considerazione del fatto che i senior della Scu ormai non avevano più “presa” sul territorio di appartenenza geografica.

La riorganizzazione della Scu e il nuovo gruppo

Vero è, secondo la Dda di Lecce, che in “maniera inequivoca”, emergeva come “nel 2016 fosse in atto una riorganizzazione della struttura mafiosa operante tra Brindisi e il confine della provincia di Lecce e come fosse “stretto il legame tra Renna e Martena”. A confermarlo, lo stesso Antonio Campana, sempre davanti al pm, nel verbale che ha firmato il 4 aprile 2019: “Il rapporto tra me e Martena – ha detto il pentito – si è rafforzato e ho continuato a far parte dell’associazione anche dopo la notizia della collaborazione di mio fratello Sandro. Anzi, dopo questo avvenimento, pur mantenendo i rapporti con mio fratello Francesco che era al corrente di tutte le mie attività, ho creato un gruppo autonomo di con Raffaele Martena e Raffaele Renna, alias Puffo”.

L’intesa, stando a questa ricostruzione offerta ai pm, avviene nel carcere di Lecce avendo con obiettivo la gestione della droga. “All’esterno del carcere, il nostro punto di riferimento, era Cristian Tarantino, affiliato a Renna”, ha precisato Campana. “La mia partecipazione al gruppo costituito da Renna e Martena era per loro importante, perché consentiva di spendere il nome Campana che nell’organizzazione ha un peso notevole”. Caratura criminale notevole, stando ai curricula dei fratelli. I rapporti tra Renna e Martena, subiscono una frenata: “Si sono guastati poiché Martena vantava un credito di 20mila euro per traffico di stupefacenti con Tarantino”, ha spiegato Campana. “Credito che Puffo non gli riconosceva. Io sono rimasto dalla parte di Martena”.

Il consenso di Francesco Campana

Dal carcere Puffo è rimasto in contatto con l’esterno scrivendo lettere. Una delle ultime risale al 2 agosto 2019 ed è stata trovata nel corso di una perquisizione a carico di Giuseppe Perrone: per la Dda è sintomatico del fatto che “egli abbia assunto un ruolo apicale nell’organizzazione mafiosa, assicurando egli stesso di avere il consenso di Francesco Campana, evidentemente schieratosi in favore del suo affiliato, nonostante il patto siglato con Giovanni Donatiello nel carcere di Voghera”.

“Mio adorato fratello – scrive Renna – come sempre la tua lettera mi fa sembrare di stare seduti a un tavolo a parlare come i vecchi tempi e quando dici che ciò che abbiamo fatto è storia, sposi appieno il mio pensiero. Tu e i nostri cari fratelli siete stati la sorpresa più bella della mia intera vita e non sto enfatizzando, né tanto meno scrivendo favole, è davvero ciò che penso, siete unici”.

“Ho mandato loro un po’ di foto e spero siano rimasti contenti, in più, per una volta da quando sono in carcere, ho la possibilità di regalare un sorriso a tutti noi, ma alla grande”, si legge. “Poi, come vedi, ti mando una lettera di Francesco a prova che quello che penso e soprattutto che è giusto per me-noi, è giusto per il mondo. Dopo che la leggi, rispondi a lui personalmente, poiché sono certo che con i tuoi modi, il lessico e ancor più la tua luce non farai altro che far capire se mai ce ne fosse bisogno, che sei ciò che gli ho già ampiamente detto. Ci tengo che lui si spiegasse con te con umiltà e rispetto e lui che è un mio caro fratello da 20 anni, non ha eluso le mie aspettative e seppur da noi c’è un’unica legge, ci tenevo che tu avessi un riscontro che, conoscendoti, di certo ti regalerà un sorriso!!!”.

Le citazioni latine per i fratelli

“Come vedi dalla lettera di Francesco, tu sei tu e non solo per me (che già basta e avanza), ma per tutti e tutta la nostra famiglia e gli amici della provincia vicina, a tal proposito ti saluta tanto Mau5 che tiene molto a te. Sappi che questa considerazione non è dovuta a me, che come è sacrosanto ho imposto il mio pensiero, ma è dovuta a ciò che sei, il meglio. Vorrei tanto parlarti a voce, ci sono tante cose di cui farti partecipe e tante strade che ci porterebbero non al top, ma di più, una è quella che ti ho anticipato all’inizio, si parla davvero di numeri e credo che pur da qua riusciremo a ridere forte come se fuori ci fossimo noi”.

Infine, i saluti: “L’altro giorno in tv, hanno fatto un bel film Le Crociate se non lo hai visto, vedilo, è un gran film, in una scala da 1 a 10, gli do 9! Sei sempre nel mio cuore e sempre lo sari…’usque ad effusionem sanguinis’, letteralmente significa ‘fino allo spargimento di sangue, ma il significato richiama il massimo concetto di fedeltà e coerenza, perciò richiama il nostro fraterno, sincero e stupendo rapporto. Con tutti il cuore Raff, salutami tutti, qua ti baciano forte”.

Il telefono cellulare in carcere

Non solo missive. Renna ha avuto anche la disponibilità di un telefonino, trovato il 26 settembre 2019 nel carcere di Saluzzo, nascosto in un armadietto nella cella di Alessandro Luggeri e Giosuè Primiceri, detenuti per 416 bis (associazione mafiosa), il primo di Trepuzzi e l’altro di Squinzano, entrambi considerati legati a Raffaele Renna. La scoperta è avvenuta anche alle indicazioni che Francesco Lazzaro ha reso al comandante della polizia penitenziaria di Saluzzo: “Lo usavo assieme a Renna, tutti i giorni, dalle 16 in poi. Inizialmente lo tenevo nella mia cella, all’interno dello zucchero e successivamente in un’altra cella, nel sottofondo di una mensola, con il consenso dei detenuti di Primiceri e Luggeri. Per questo favore pagavamo mensilmente, la somma di 150 euro a un familiare di Luggeri e lo stesso li versava a Luggeri tramite vaglia”. Per ricaricare il cellulare, usavano un caricabatteria che attaccavano a una ciabatta all’interno della sala dei Pc.

Tutti questi elementi hanno convinto anche il ministro della Giustizia della “spiccata e attuale propensione di Raffaele Renna, a porre in pericolo l’ordine e la sicurezza pubblica, sia alla luce dei reati commessi sia alla luce di quelli che, nonostante lo stato di detenzione, continua a commettere dall’interno del carcere e a progettare”. Carcere durissimo per Puffo, almeno sino al 2024.

Per saperne di più:

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