Una paranza col botto

Nel 1984 i minori denunciati per reati inerenti agli stupefacenti erano appena 578. Nel 1990, in appena sei anni, i minori denunciati per reati relativi al traffico e spaccio di droghe passano a 2mila. Nel 2016 gli under 18 denunciati sono 5.123. In 16 anni i casi sono più che raddoppiati (fonte: dossier “Under – Giovani, mafie, periferie”, associazione DaSud, finanziato dalla fondazione per il Sud).
Si abbassa la fascia d’età del reclutamento mafioso: non solo lo Stato non riesce a sottrarre, se non in pochi casi, i figli dei mafiosi al loro destino, ma nelle sacche delle periferie urbane i clan rappresentano un elemento di fascinazione e di inclusione, in una società che invece quei minori esclude.
A Bari, il fenomeno è in crescita. I fuochi d’artificio fatti esplodere per strada a tutte le ore, rappresentano segnali mafiosi del controllo del territorio, esercitato in maniera plateale.Durano non più di un minuto: quando arrivano le volanti lo spettacolo è finito e i segnali lanciati per l’etere. Servono a festeggiare una scarcerazione o l’arresto di un affiliato del clan rivale. Servono anche a festeggiare un “battesimo”: la prima volta in carcere per un minorenne reclutato dalle famiglie mafiose.
Quei fuochi d’artificio sono segnali di morte dello Stato. Lo Stato muore, la mafia festeggia.
M.L.M

di Thomas Pistoia

Papà mi ha detto che la prima volta è normale avere un po’ di paura. Vado lontano da casa, in un posto nuovo, pieno di persone che non conosco. Ma non c’è problema, gli amici hanno già provveduto ad avvisare tutti. Quando arriverò, sarò accolto bene e qualcuno mi aiuterà ad ambientarmi, mi spiegherà le regole, le cose da fare, come bisogna muoversi.
La mamma mi ha preparato uno zaino. Mio padre ha detto che è inutile, lì dove sto andando ti danno tutto loro, l’unica cosa che devi portare è te stesso. Poi ha sorriso e mi ha spettinato i capelli. Ma la mamma lo zaino lo ha preparato lo stesso. Ci ha messo anche roba da mangiare. Una porzione di orecchiette nella vaschetta di alluminio, così fino a stasera stanno calde. Poi ha messo anche vestiti e un pigiama nuovo, mai sia lì fa freddo. E’ triste, piange e mormora insulti contro “quei bastardi” che devono venire a prendermi.
Invece papà non l’ho mai visto così, sembra… sembra emozionato. Lui è uno tosto, non ha paura di niente, gli amici lo rispettano e anche Lorenzo ha grande stima di lui. Lorenzo è quello che dice a tutti quello che devono fare. A mio padre dà sempre incarichi importanti, ora gli ha dato da controllare tutta la zona dei giardini fino alla questura. Ma lui mi dice sempre “ormai ié so’ vecch’, la vita mia l’ho fatta, sei tu che devi farti strada per diventare uno grosso” e cerca sempre di insegnarmi. Mi porta spesso da Lorenzo, per fargli vedere che lo rispetto. Per tanto tempo gli ha chiesto di farmi fare qualcosa e lui alla fine ha accettato.
Ho cominciato con cose piccole. Prima le guardie. Stavo sul tetto e controllavo la gente. La gente a Lorenzo ci vuole bene, perché se uno ha problemi va da lui e lui glieli risolve. Se hai bisogno di un lavoro, per esempio. Ci sono commercianti che gli portano soldi senza che neanche lui glieli vada a chiedere. Per rispetto, perché si fidano e sanno che lui nel bisogno li aiuterà.
Fare la guardia non è un incarico facile, tutti vestono uguale, devi capire chi è amico e chi è nemico. Quelli sono furbi, vengono con la divisa e la sirena quando devono portarti via, ma mentre sono in caccia stanno in borghese. Lorenzo dice che devi riconoscerli dalla puzza di merda che fanno e dalla faccia di merda che hanno. E io sono diventato bravo a scoprirli. Poi porto pure i messaggi. Se uno dei capi deve dire qualcosa a un altro, lo dice a me e io vado a riferire.
Però un mese fa Lorenzo ha detto a mio padre di prepararmi, perché doveva darmi da fare un lavoro grosso. Allora papà mi ha portato alla discarica, mi ha dato il ferro e mi ha insegnato ad usarlo contro i topi. Il ferro pesa, ma alla fine ce l’ho fatta, ho imparato.
– Ora dobbiamo fare la stessa cosa con un figghiezoccola – ha detto mio padre.
Allora io gli ho chiesto una cosa che non avevo capito. Perché io? Lorenzo può contare su uomini esperti, che questa cosa l’hanno già fatta tante volte, perché ha scelto me?
– Perché sei piccolo, con te i giudici ci andranno più leggeri. Guarda che è una fortuna, sai? Dopo questa cosa tutti ti rispetteranno e Lorenzo ti premierà. E mentre sarai dentro ci camperà lui, a me, a tua madre e a tuo fratello. All’età tua, ié non so’ mai aveut un’occasione acc’ sì. Non ero niente, son partito da niente. Facevo le macchine. Le automobili, tanto tempo fa, le aprivo con la chiave della Simmenthal. Ma per diventare capo-zona ho dovuto mangiarne tanti di piselli tosti.
Allora io ho chiesto che sgarro aveva fatto il figghiezoccola che dovevo sistemare.
– Non sono cazzi tuoi – ha detto papà, secco – Tu lo fai perché Lorenzo vuole così. Altro non ti serve.
E io l’ho fatto.
Quello usciva dal bar, io gli sono andato incontro con il cuore e le mani dentro le tasche. Il cuore mi batteva fortissimo, ma papà mi ha detto che anche questo è normale, la prima volta. Poi, dopo che ammazzi il primo, dopo, non batte più.
Quando il figghiezoccola è stato abbastanza vicino, ho tirato fuori il ferro e gli ho sparato. Nella pancia e nelle gambe. Lui ha fatto una faccia stupita, ma non ha detto niente, è andato giù senza una parola. Non ho visto se c’era sangue, perché ho cominciato a correre, a correre, a correre che manco vedevo la strada.
Non so come, ho ritrovato la via di casa.
Papà ha detto che è inutile scappare, è meglio che mi lasci prendere. Ecco perché mamma prepara lo zaino e lui è tanto emozionato. Tra poco arriveranno gli sbirri e, per la prima volta, saranno qui non per lui, ma per me.
Eccoli, sono venuti con le divise e le sirene. Entrano in casa. Mamma piange e mi abbraccia. Papà mi guarda orgoglioso. E’ il mio primo arresto. Ho le manette ai polsi, oggi sono diventato grande.
Per la strada, le donne del quartiere attorniano i poliziotti. Urlano loro contro, li insultano, cercando di rallentare il nostro cammino. Ma alle volanti alla fine ci arriviamo. Piano, ma ci arriviamo. Sento la mano dello sbirro sul capo, mi vuole accompagnare la testa dentro l’auto, ma si blocca. Ci blocchiamo tutti.
Un botto.
Un altro.
Un altro ancora.
Nel cielo.

bum bum bum

I fuochi.
Come alle feste di paese, come a San Nicola, alle fiere, ai matrimoni.

Bum bum bum ragni palmi anelli code di cavallo multicolori

E tutta la gente del quartiere applaude. Sento la voce di mio padre che urla “So’ p’té, figgh mé! So’ p’té!”.
Sono per me.
Il poliziotto mi rimette la mano sulla testa e mi fa salire sulla volante.
Partiamo con le sirene, ma i botti sono più forti. Riempiono il petto, gli occhi, le orecchie, tutto, per molti attimi.
Poi si spengono. E dalla volante vedo il lungomare che ritorna a farsi buio.
E neanche una stella in cielo.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor. Ha collaborato con Astorina per alcune storie di Diabolik.

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