I re delle slot sono nudi (o quasi)

“Appare evidente la costante sottoposizione del considerevole potere economico di cui può disporre al servizio dell’associazione criminale di stampo mafioso ormai nota come sacra corona unita, nelle sue diverse articolazioni presenti sul territorio italiano mediante l’elargizione di regalie, la concessione di finanziamenti a fondo perduto, l’assunzione delle spese necessarie ai sodali nonché la disponibilità ad affiancare iniziative imprenditoriali dei partecipi al clan”. Così hanno scritto i giudici del Tribunale di Lecce pochi giorni fa in una ordinanza lunga 180 pagine, con cui hanno disposto il sequestro dei beni mobili e immobili dei “De Lorenzis di Racale”, spogliati di 15 milioni di euro. Società, autovetture, locali commerciali, abitazioni, terreni agricoli e pure un castello, erano stati già sequestrati, poi dissequestrati e le alterne vicende de “I De Lorenzis di Racale – così sono conosciuti in tutto il Salento, e oltre, i “re delle slot” – includono anche un’interdittiva antimafia. Per gli inquirenti quell’impero è stato costruito grazie alla “persistente attualità del vincolo” associativo con la SCU e così per due di loro, Pietro e Salvatore, è scattata anche la sorveglianza speciale nel comune di residenza. Anche a Saverio e alla moglie Erica Parlato sono state confiscate le proprietà, mentre a Pasquale, il divo, hanno dissequestrato tutto. Una vicenda giudiziaria paradossale e dal gusto amaro che rimette in gioco tutta l’indagine. Altro giro altra corsa. MLM

Di Thomas Pistoia

Mario dà un colpo di straccio al banco del bar, proprio come il suo omonimo nel pezzo di quel cantante lì, quello che ringhia le “u” e le “o” delle parole.
Durante la giornata, la clientela va a ondate, a cicli. Sono le otto del mattino ed è appena terminato l’attacco degli studenti del liceo, che sono venuti a fare casino e colazione. Prima di loro, intorno alle sei, sono passati gli operai e i contadini per il classico caffé prima di andare a lavorare. Mo’ tutto si è acquietato. Da qui in poi Mario servirà saltuari passanti più o meno conosciuti e si preparerà all’assalto della pausa pranzo, in cui tutti gli scaglioni sin qui convenuti, si riuniranno per un unico assalto, per mangiare qualcosa.
Rispetto a quello del cantante, questo Bar Mario non ha il biliardino, ma laggiù, in fondo alla sala adiacente, ci sono le macchinette. Le chiamano così, con un vezzeggiativo, come se facessero tenerezza. Gli schermi risuonano di suoni e colori che ricordano gli antichi flipper o i videogames anni ’80. Però qui scorrono, a intervalli, immancabili ritratti di seducenti donnine e fantasmagorici paesaggi da film ambientati a Las Vegas. La sera per giocare c’è la coda. Di giorno… Beh, di giorno ci sono i casi patologici, i giocatori perduti, Mario li chiama così.
Ecco, guarda, ne sta entrando uno proprio in questo momento.
Vito è. Sarebbe. Va beh, era. Un uomo tranquillo. Impiegato di banca, sposato, una figlia di dodici anni. La moglie lo ha lasciato, la figlia non gli rivolge più la parola e ad entrambe non si può dar torto, visto che come marito e padre è riuscito soltanto a portarle sul lastrico. Vito ora in banca ci va solo quando deve negoziare i piani di rientro per i prestiti che ha chiesto negli ultimi anni, prima che lo licenziassero per assenteismo. Sì, anziché fare il suo dovere dietro lo sportello, veniva qui a bruciare soldi. Oggi la sua unica compagnia, almeno finché sta nel bar, è la macchinetta.
Mario lo ha udito più volte. Dopo aver inserito il gettone, mentre le immagini scorrono, mormora come uno gigolò che corteggia l’orecchio dell’amante. Mormora, ma qualcosa si percepisce lo stesso. Incoraggia la slot, la supplica, la accarezza, poi di colpo si incazza e le tira un pugno, ma subito si scusa e canticchia; infine comincia a mugolare e a ripetere daidaidaidai, come se fosse al culmine dell’amplesso e a un passo dall’orgasmo.
Mario sa come funzionano questi aggeggi infernali. Già la parola “azzardo” dovrebbe far comprendere che si parte dal presupposto che il giocatore è sempre e comunque sconfitto. Più gioca e più perde.
E tutto è organizzato in modo che, ogni volta che perde, gli resti la sensazione di aver mancato l’obiettivo per un niente, di essere stato a un passo dalla vittoria. Ciò lo porta a giocare di nuovo. Quando vince (perché qualche volta un contentino gli va dato), ottiene un premio che mai coprirà quanto ha giocato. La vittoria è costruita in modo che gli venga voglia di ricominciare subito, per vedere se riesce a vincere ancora. Perché deve perdere ciò che ha ottenuto, deve perderlo a tutti i costi.
Questo è il sistema legale ed è pericoloso già così.
Chissà cos’è che fa la differenza tra uno che riesce a fermarsi e uno che ci rimette la vita, si chiede Mario. Sì, perché è come suicidarsi restando vivi.
Vito non è nient’altro che uno zombie che sta giocando su una slot per giunta truccata. Significa che perde di più, che perde tutto quel poco che gli resta, perde e basta.
Dentro la macchinetta ci sono due schede elettroniche, Mario ha ordine di attivare “quella fiacca” (cioé quella che comunica correttamente i dati al monopolio di stato) soltanto quando entra la guardia di finanza o qualunque altro tipo di controllore. Non c’è problema, tanto lo avvisano prima. Lorenzo, il proprietario, ha gli amici giusti, al ministero, in prefettura, alla Siae, ovunque serva.
Lorenzo De Salvis: dicono sia un mafioso, un boss della Scu, comunque un amico degli amici, pugliesi e calabresi. Ufficialmente è un imprenditore, ha fondato un’azienda che produce – guarda un po’ – macchinette, slot-machine. Le ha distribuite sul territorio con garbo pitrentotto, nel senso che la concorrenza qui non può vendere, anzi, non può neanche avvicinarsi.
Mario dà un colpo di straccio al banco del bar e pensa che Lorenzo ha una villa immensa, una Lamborghini fiammante, denaro, potere, donne bellissime, escort della tv più o meno famose. Aveva pure un cigno, che però un giorno è scappato dalla villa e si è rifugiato sulla scogliera. La fuga del pennuto e le denunce per maltrattamenti della prima moglie fanno venire il sospetto che il re delle slot non abbia un buon carattere. Comunque, a pensarci, non è diverso da Vito.
I media associano De Salvis a molti processi, qualche volta danno notizia di sue permanenze in galera. Il facoltoso imprenditore ha subito diverse condanne di primo grado. Di primo. Poi ci sono il secondo grado e il riesame, che lo vedono spesso assolto per prescrizione o altri cavilli. Gli hanno sequestrato milioni di euro di beni, che gli hanno poi quasi sempre restituiti. Il che fa pensare che i suoi avvocati siano principi del foro, oppure che Lorenzo sia un maestro della corruzione, come Casanova lo era della seduzione. Esce e se la scampa, proprio come fa con i controlli delle slot. C’è qualcuno che, in cambio di chissà quale regalo, dice “veniamo a fare la verifica il giorno tale all’ora tale”. Mario e tanti altri gestori ricevono quindi l’ordine di disattivare la scheda “bona”, cioé quella che comunica con server stranieri criptati e fa viaggiare i soldi lontano dalle tasche dei giocatori e dagli occhi del monopolio, e di riattivare quella “fiacca”. Basta schiacciare un pulsante e tutto torna legale. Per il tempo che serve.
Lorenzo e Vito. Il forte e il debole. Due facce della stessa medaglia. L’avidità è probabilmente la stessa, cambia soltanto il modo in cui si manifesta.
L’avidità ce l’hanno tutti, ce l’ha anche Mario, che dà una percentuale al proprietario sui guadagni delle macchinette, ma, nonostante questo, torna a casa con grosse mazzette di banconote. Ha un pouf contenitore. Lo apre e ci butta dentro i soldi. Poi ci si siede sopra. Questo gesto gli dà soddisfazione. Attualmente, a occhio e croce, ogni sera sta posando il suo deretano su circa quindicimila euro. E l’imbottitura è destinata a crescere, perché Lorenzo non smetterà di vendere le macchinette e di praticare tutte le sue altre dubbie attività; Vito non smetterà di giocare. Loro due sono gli estremi di una forbice che va dall’ingordigia alla disperazione. Mario, col suo bar, è il fulcro della leva e già immagina cosa accadrà in futuro: Vito distruggerà definitivamente la sua vita, De Salvis continuerà a entrare e uscire dalle aule giudiziarie e dalle galere, accumulando ricchezza che forse, seppur in minima parte, finirà nelle tasche di qualche giudice o di qualche funzionario statale compiacente, in un do ut des di corruzione senza fine. Poi magari un giorno litigherà con qualche suo “collega” più potente e, come molti boss prima di lui, finirà i suoi giorni morto ammazzato.
E Mario?
Mario si chiede cos’è che stamani gli sta facendo venire in mente tutti ‘sti discorsi del cazzo. Vito ha finalmente finito i soldi e ora si avvicina al banco. Chiede una birra, poi gli parte una bestemmia.
– Ho perso per un soffio!
Mario sorride, gli stappa la bottiglia e gliela mette davanti.
– Meh, sia! La prossima volta andrà meglio.
– Sì. Sì, la prossima volta – dice l’uomo, guardando per un attimo altrove. Poi solleva la bevanda, come a mostrargliela – Sono al verde. Questa segnamela.
L’altro, proprio come dice quella canzone, sbuffa e tira fuori i conti del bar.
Di là, nella sala giochi, le slot ridono di luci e continuano imperterrite

a lampeggiare

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor. Ha collaborato con Astorina per alcune storie di Diabolik.

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