A Gesù Levante piace

E’ accaduto veramente, il 28 aprile scorso. Quartiere Libertà, Bari. Esterno giorno, ingresso della chiesa del Redentore. Il bambino, figlio del boss, è arrivato in Ferrari. La sua madrina, quella che lo ha accompagnato all’altare per far la comunione, era Monica Laera, boss del clan Caldarola-Mercadante-Laera, affiliato al clan Strisciuglio, già condannata in via definitiva per mafia. Alla fine della funzione, fuochi d’artificio come se piovesse.
Lei ha sottoscritto un impegno, ratificato dal viceparroco don Roberto Tifi, in cui promette di essere “di esempio e di guida” per il bambino. E’ idonea a farlo, per don Roberto Tifi non importa che sia condannata per mafia: l’idoneità deriva dal fatto di “appartenere alla Chiesa Cattolica, e accettare verità di fede in essa insegnate; non essere convivente, né divorziata risposata né sposata solo civilmente”. Peccato che papa Francesco abbia dato precise indicazioni: i mafiosi sono scomunicati. Forse avrebbe dovuto precisare che è “scomunicato” anche il loro denaro. Così forse don Roberto avrebbe riacquistato l’udito. Laera ha anche minacciato di morte dopo averla presa a pugni l’inviata speciale del Tg1 Maria Grazia Mazzola. La pm Lidia Giorgio della Dda di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio, contestando a Laera vari reati: minacce, lesioni aggravate, associazione mafiosa. Il processo deve ancora iniziare. L’udienza preliminare è stata rinviata per un difetto di notifica all’imputata. MLM

di Thomas Pistoia

Ciao, io sono Gesù.

Calma, calma, non sono proprio “quel” Gesù, che manco so se è davvero esistito, sono solo una sua modesta rappresentazione. Sono fatto di terracotta e sto nella posa classica: una mano sul cuore e l’altra sollevata, con le dita che fanno il numero tre. Sorrido lievemente e vi guardo con questi occhi azzurri da divo del cinema. Insomma, sono solo una statua. Mi vedete? Sono qui, dietro le candele, quelle che si accendono mettendo la monetina!


Vi starete chiedendo com’è possibile che io vi parli. Beh, sono Gesù, se credete in me, un minimo di miracolo dovete tenerlo di conto. In verità ho sentito un bisogno irrefrenabile di rivolgervi la parola quando, ascoltandovi parlare, mi sono reso conto che siete forestieri. Cioè, voi non siete di questo quartiere, vero? Ah, matò, nan sit mang d’Beri! Ecco, allora devo spiegarvi per forza quello che state vedendo, perché è davvero assurdo.

Quel prete laggiù, che corre tutto trafelato da un lato all’altro delle navate e dice ai chierichetti e ai fedeli “presto, presto, stanno arrivando, voglio che sia tutto perfetto”, fa così perché tiene moltissimo alla cerimonia che si sta per svolgere. Dovete sapere che oggi, in questa chiesa, fa la comunione un bambino che è figlio di un boss.

Ecco guardate, arriva la fuoriserie che trasporta il ragazzo. Li sentite i fuochi di artificio? Voi penserete che è una maniera troppo eccessiva di celebrare un sacramento, un po’ da tamarri o da ricottari. Invece no, è molto di più. Questo modo di festeggiare, questa esibizione, è una dimostrazione di potenza nei confronti della gente e, sì, anche dello Stato.

E’ come se il mafioso dicesse alle persone oneste: “Vedete? Voi lavorate dodici ore al giorno e riuscite a malapena ad arrivare al ventisette. Io, compiendo crimini, porto mio figlio in chiesa su una fuoriserie”.

Guardate, guardate il prete.

Non è il mafioso a inginocchiarsi davanti all’altare. E’ lui che, con il suo comportamento devoto, compie una genuflessione davanti alla mafia. Il prete che dovrebbe essere d’esempio per tutti, capite? Porta rispetto al boss, lo accoglie, gli apre le porte. E la madrina del ragazzo sarà una persona onesta o una della “famiglia”? No, perché io non me ne intendo molto di queste cose (menu mel che nan so nu prevtt), ma se fosse anche lei appartenente alla mafia, già condannata in via definitiva e dichiarata soggetto socialmente pericoloso, come potrebbe svolgere il compito affidatole da santa madre Chiesa? Il padrino e la madrina non devono essere i modelli spirituali? Non devono essere loro a fornire l’esempio di vera fede, dando consigli su come affrontare la vita? Che modello potrebbe essere dunque una mafiosa per questo bambino? E quale prete accetterebbe che costei si assumesse questo importantissimo compito?

Lo so, lo so, questo dubbio rende inquieti anche voi. Tra l’altro verrebbe a crearsi un enorme paradosso.
Dovete sapere che, tempo fa, una giovane e brava cantautrice avrebbe dovuto esibirsi in concerto al duomo di Lecce: la Curia glielo proibì. Voi ora mi domanderete: era mafiosa? No. Cantava la mafia? La esibiva? La lodava? Certo che no.

Pare che il problema fossero i suoi testi. Uno in particolare, intitolato “Gesù Cristo sono io”. Ecco, guardate, ce l’ho qui su Spotify, mettete gli auricolari. Neh, e ce ie chedda faccia? Sto qui immobile dietro le candele dalla maten alla sair, almeno ascolto nu picc d’ musch!, no?

Ascoltate, ascoltate il testo. Ci trovate qualcosa di blasfemo?
Ah, sì, scusate, se parlo come fate ad ascoltare? Mo’ m’stoggh’citt che ie megghie.

Finito?
Allora?

E’ una bella canzone, vero? Parla di una donna che dice che il suo uomo la fa soffrire come ho sofferto io (pardon, come ha sofferto il mio omonimo). E’ la descrizione di un amore in crisi o comunque in difficoltà. Un rapporto in cui lui sembra approfittare di lei, schiacciandola, forse perché la ama meno. O non la ama affatto. In tempi come questi, in cui il femminicidio è ormai quasi uno sport, una canzone così può essere uno strumento in più per sensibilizzare sull’argomento, tenuto poi conto che una delle mie imprese più famose (pardon, una delle imprese più famose del mio omonimo) è stata impedire la lapidazione di una donna… Cioè, alla Curia, ammesso che abbia ascoltato davvero il pezzo, pare manchino proprio le basi!

No. Levante, al duomo, le sue canzoni non le può cantare. Però i mafiosi possono entrare in una chiesa, fare bella mostra di sé, esprimere la loro supposta potenza e magari proporre padrini e madrine inadeguati.

Bah! A me sembra una roba che non sta in cielo, né in terra. Se fossi veramente il mio omonimo, scenderei da questo piedistallo e farei come fece lui nel tempio: mazzet’p’tutti.

Ma sono una statua, posso solo stare qui, dietro le candele, sperando che uno di quei mafiosi laggiù, prima o poi, guardandomi, si penta del male che ha fatto.
Questo sì, sarebbe davvero un miracolo!

Lo so, vi ho rattristato un po’. Scusate.
Andate, andate in pace, tanto la comunione è finita. Tra poco in questa chiesa si ricomincerà a respirare aria pulita. Detto tra noi, io, fossi la Curia, ‘sto prete qua, che ha accettato e permesso tutto questo, lo farei trasferire in un convento a fare un po’ di ora et labora. Almeno per una decina d’anni.

Andate, andate, figli miei, portate con voi la mia benedizione, per quello che vale.
Io mi rimetto le cuffie e ascolto un altro po’ di Levante.
Matò, cimme piesc’ sta picciued!
Mi fa venire voglia di cantare!

Che il paradiso non mi speeeeeettaaaaa
Che non mi sono genufleeeeessaaaaaaa
Che da teeeeeeee

Risorgo anch’io

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!