Ottavo comandamento: impara a rubare

Di Barbara Toma

Quando insegno composizione coreografica, o quando ho di fronte allievi danzatori o attori, insisto molto sull’importanza di ‘rubare’.

Un interprete dovrebbe ‘rubare’ scene e immagini alla vita e immagazzinarle dentro di sé, per poi poterle usare all’occorrenza, mentre un coreografo dovrebbe/potrebbe rubare idee alla vita, ad altri artisti, e a volte, ma con molta cautela, anche da sé stesso, per poi rimescolare e reinterpretare tutto nel suo lavoro.

Nulla è originale, e questo è tutto ciò che c’è da sapere.

Una volta capito questo si può guardare il mondo con occhi diversi: non più basandosi su cosa è bello e cosa è brutto, ma semplicemente su cosa vale la pena rubare e cosa no.

È tutto lì, a nostra disposizione, e ciò che oggi non vale la pena rubare potrebbe diventare interessante domani.

Chi lavora con la creatività è consapevole del fatto che niente proviene dal nulla e che tutto ha origine dai lavori di precedenti artisti, non c’è nulla di completamente autentico.

Il linguaggio della creatività ha a che fare con una citazione continua.

‘Rubare è utile finché sai che stai rubando’
Jonathan Burrows (coreografo)

Un bravo artista è in grado di riconoscere cosa vale la pena rubare e, sopratutto, è consapevole di ciò che fa. Usare e rielaborare un’intuizione creativa con consapevolezza e onestà solitamente porta alla creazione di qualcosa di totalmente diverso, in caso contrario il pubblico, prima o poi, se ne accorgerà.

Un artista mediocre copia, un bravo artista ruba

(questa citazione è stata usata così tanto che non è neanche più certo chi l’abbia detta prima, forse Igor Stravinskij, forse Pablo Picasso, probabilmente qualcun altro ancora)

Sia chiaro, io non giustifico il plagio. Parlo di rielaborare le idee altrui per creare nuovi contenuti.

Ma dov’è il confine tra una cosa e l’altra?

In generale potremmo dire che quando un artista ruba in modo creativo non copia ma studia, onora il lavoro che lo ha ispirato, cita la fonte, rielabora, trasforma e, di solito, non ruba ad uno solo ma a tanti insieme.

Plagio invece è quando qualcuno cerca di far passare per proprie le opere altrui.

Quanto è triste quando, convinto dell’ignoranza del pubblico, qualcuno copia il lavoro altrui credendo di non poter essere scoperto.

La cultura pop, la pubblicità, la tv sono piene di riferimenti all’arte, alla danza e al teatro contemporaneo. Ma tanti sono anche i plagi. Per esempio fece scalpore il caso della pop star Beyoncé: il pubblico si accorse che alcuni suoi video riportavano, per filo e per segno, intere sequenze di coreografie di Anne Teresa de Keersmaeker (una delle più importanti coreografe contemporanee viventi).

Un paio di mesi fa camminavo per Lecce e un semplice foglio A4 affisso al muro ha catturato la mia attenzione. Era tutto bianco con un testo al centro.

Commossa da quella inaspettata sensazione di metropoli mi sono avvicinata a leggere, il testo aveva qualcosa di strano… Poi sono arrivata alla fine:

‘il bar non ti regala ricordi, ma i ricordi ti portano sempre al bar’

Allora non ho più avuto dubbi; erano i versi del mio amico Vincenzo Costantino Cinaski!

Solo che qui il suo nome non c’era e il testo era firmato: #pensieropassegero

Che sconforto, per una volta che trovo un po’ di poesia in questa città!

Questo è plagio, nulla a che fare con la condivisione e la poesia.

Io sono una ladra, rubo in continuazione. E colleziono la mia refurtiva.

È da tutta la vita che colleziono articoli di giornale, cerco di memorizzare momenti di vita in cui i movimenti sono particolarmente veri, conservo foto e immagini, annoto frasi, analizzo ciò che vedo a teatro e perché qualcosa ha funzionato, tutto potrebbe tornare utile… Annoto su un quaderno tutto ciò che mi colpisce, comprese le idee che a volte trovo nei lavori altrui (sopratutto di artisti di altre discipline, che hanno spesso uno sguardo differente da chi lavora con il movimento).

Cerco di rubare alla pubblicità la capacità di sintesi e comunicazione,

cerco di rubare alla mia insegnante le parole giuste da dire,

cerco di rubare ai miei colleghi il metodo,

alle mie figlie quella particolare capacità di vedere oltre il visibile,

sogno di poter rubare alla musica pop la capacità di coinvolgere le masse,

ai poeti la capacità di cogliere l’indicibile,

agli attivisti la capacità di ribellarsi trasformando la rabbia in azioni pratiche,

ai cuochi la capacità di inventare nuovi sapori con pochi elementi,

al cinema la capacità di creare degli effetti speciali,

ai politici che non stimo la capacità di creare consensi…

Rubare è fondamentale.

Io riutilizzo, riciclo idee, immagini, suggestioni.

E non me ne vergogno,

dovremmo farlo tutti,

e dovremmo difendere l’importanza di saper rubare.

Ultimamente ho scoperto una fotografa che, usando l’hashtag #stefisdying, si ritrae in famosi luoghi turistici fingendosi morta.

Mi ha ispirato a tal punto da iniziare a farmi ritrarre morta anch’io. Un gioco che continua a cambiare: ora dalle foto sono passata a piccoli video che mi vedono intenta nell’azione di morire per poi rinascere danzando…

Ma, se condivido le mie immagini, cito sempre l’artista che mi ha ispirato e accosto il suo hashtag ai miei. A furia di lavorarci probabilmente arriverò a creare qualcosa che non avrà nemmeno più nulla a che fare con ‘l’originale’.

Nel frattempo, avrò contribuito a rendere il lavoro di Stephanie Leigh Rose più conosciuto.

Perché no?

La libera circolazione e la condivisione delle idee fanno parte della cultura della mia generazione che, per prima, ha avuto a che fare con la rivoluzione causata dall’arrivo di internet. La condivisione delle idee è parte integrante di un movimento che, fin dagli anni 2000, rifiuta il controllo economico e la logica del mercato e riflette su un modo alternativo di tutelare i diritti d’autore, basato sul rispetto e non sul profitto.

Il rispetto di chi ha la delicatezza di citare la fonte quando usa lavori altrui.

‘L’unica arte che avrò mai voglia di studiare sarà quella da cui potrò rubare’
David Bowie

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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