Petruzzelli: l’intramontabile bellezza del Trovatore

di Fernando Greco

Dopo la parentesi wagneriana de “L’Olandese volante”, la stagione lirica del teatro Petruzzelli di Bari è rientrata nel solco della più squisita tradizione italiana con l’allestimento del “Trovatore” verdiano, accolto da calorosi applausi da parte del pubblico.

 

LA TRILOGIA POPOLARE

Insieme con “Rigoletto” e “La Traviata”, “Il Trovatore” (1853) rappresenta a tutt’oggi il titolo più popolare all’interno della produzione di Giuseppe Verdi (1813 – 1901) e del repertorio operistico di tutti i tempi. La triade suddetta, nota appunto come trilogia popolare, rappresenta il frutto della creatività e dell’estro artistico di un musicista giunto nel pieno della maturità che, partendo da stilemi tipici del melodramma romantico, giunge a rinnovarli dal loro interno dando vita a qualcosa di completamente nuovo che prelude a una nuova epoca, a quel modo di fare teatro che avrebbe caratterizzato le generazioni future.

 

PSICOSI ROMANTICA

Il dramma cavalleresco “El Trovador” dello spagnolo Antonio Garcia Gutierrez (1813 – 1884) riscosse da subito il franco consenso di Verdi, convinto non tanto dalla complicatissima trama quasi da romanzo d’appendice né dalle fosche tinte notturno – gotiche di cui era intrisa (che pure ebbero modo di emergere a tutto tondo dalla partitura), quanto dalla complessità del personaggio di Azucena alla quale inizialmente egli pensava di intitolare l’opera stessa. Dopo aver affascinato il pubblico di tutta Europa con Rigoletto, personaggio dalla psiche schizofrenicamente divisa tra la sua identità di padre e quella di buffone, il compositore rivolge le sue attenzioni al personaggio di una donna che sotto le vesti di zingara nasconde una mente turbata dalla follia. Ella ha visto la madre bruciare sul rogo e da quel momento in lei il contrasto tra amore filiale e amore materno rimarrà irrisolto fino alle estreme conseguenze. Rispetto ad Azucena gli altri personaggi appaiono tutti un gradino al di sotto poiché inseriti nel prevedibile cliché dell’opera romantica: Leonora, eroina che sceglie di morire pur di non concedersi a chi non ama, Manrico, guerriero dal sangue caldo e dalla spada facile, eppur inguaribile sentimentale, il Conte di Luna, nobile figura la cui cattiveria è scatenata da un indubbio complesso di inferiorità nei confronti del rivale in amore.

 

IL SAPORE DELLA TRADIZIONE

A vent’anni dalla scomparsa dello scenografo Tito Varisco (1915 – 1998), il Petruzzelli ha riproposto le scene da lui disegnate per il Trovatore barese del 1981 e realizzate dal glorioso laboratorio Sormani di Milano, valorizzate dall’elegante taglio ottocentesco dei costumi di Pasquale Grossi e dal disegno luci di Claudio Schmid. Il tutto, diretto con maestria dal regista Joseph Franconi Lee, ha avuto il rassicurante sapore della tradizione.

L’infuocata enfasi romantica che caratterizza la partitura è stata ben evidenziata dalla bacchetta di Renato Palumbo a capo dell’Orchestra del Petruzzelli fin troppo attenta a mantenere tempi alacri e ritmi serrati anche in momenti in cui, come nel racconto di Ferrando o nell’entrata di Azucena, un minimo di estenuazione in più avrebbe giovato all’espressività della parola scenica. Felice la scelta di eseguire lo spartito in maniera pressoché integrale, compresi i da capo delle cabalette.

Ottimo come sempre il Coro del Petruzzelli guidato da Fabrizio Cassi: le voci femminili a cappella nell’ “Ah, se l’error t’ingombra” hanno realizzato uno dei momenti più suggestivi dell’opera. Peccato che il celebre coro degli zingari all’inizio del secondo atto sia stato sporcato dalle due incudini fuori tempo.

Efficaci le coreografie di Francesco Annarumma.

 

I PROTAGONISTI

Su un cast vocale uniformemente adeguato al titolo, è emerso per potenza e intensità drammatica il mezzosoprano Carmen Topciu nel ruolo di Azucena: nonostante un aspetto scenico molto giovanile (più da figlia che da madre) la cantante ha sfoderato un timbro sontuoso al servizio di un’autorevole intelligenza interpretativa. Gli splendidi filati di Maria Teresa Leva nell’aria “D’amor sull’ali rosee” hanno letteralmente ipnotizzato il pubblico: forte di una vocalità dal colore incantevole e dall’acuto facile, a Bari il giovane soprano calabrese ha così debuttato nel ruolo di Leonora a pochi mesi dal debutto nell’Aida (settembre 2017). Lungi da facili gigionismi il tenore Giuseppe Gipali ha vestito i panni di Manrico con perizia belcantistica e vocalità squillante, ottenendo l’ovazione del pubblico al termine della “Pira”. Nel ruolo del Conte di Luna il baritono Alberto Gazale ha esibito nobiltà di fraseggio e autorevole vis scenica. Preciso il Ferrando del basso Alessandro Spina, il cui racconto iniziale avrebbe forse guadagnato in incisività da un metronomo meno concitato. Puntuali i ruoli di contorno ovvero Ines, Ruiz, il Vecchio Zingaro e il Messo interpretati rispettivamente dal soprano Elisabetta Farris, dal tenore Blagoj Nacoski (già Almaviva nel Barbiere leccese del 2015), dal basso Dario Lattanzio e dal tenore Raffaele Pastore.

In replica tutte le sere fino al 1 marzo.

Ulteriori informazioni sul sito web www.fondazionepetruzzelli.com

(foto Studio Immagina)

 

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