Petruzzelli, un ‘Cappello’ da ricordare

La critica di Fernando Greco (foto di Carlo Cofano)

Bari. Pregevole allestimento dell’opera ‘Il cappello di paglia di Firenze’ di Nino Rota.

di Fernando Greco La Stagione Lirica del Teatro Petruzzelli di Bari è proseguita con un pregevole allestimento dell’opera ‘Il cappello di paglia di Firenzedi Nino Rota, titolo poco noto al grande pubblico, ma di sicuro interesse per ogni melomane. NINO ERA UN ANGELO … Musicista italiano di fama internazionale, Nino Rota (1911 – 1979) deve la sua popolarità alle immortali colonne sonore scritte per il cinema: storica la sua collaborazione con registi del calibro di Visconti, Fellini e Francis Ford Coppola (premio Golden Globe nel 1973 per le musiche de “Il Padrino” e premio Oscar nel 1975 per le musiche de “Il Padrino parte II”). Ma la musica da film sarebbe diventata ben presto un nodo scorsoio, una catena che avrebbe confinato la grandezza del musicista a un genere considerato di seconda categoria dalla critica coeva: “ Nino era un angelo, una creatura superiore e di genio. Soffrì molto durante la sua vita, oppresso dal pregiudizio di buona parte dei critici che la musica da film fosse un sottoprodotto dell’arte musicale”. Le accorate parole dell’amico e collega musicista Franco Mannino (1924 – 2005) ci portano direttamente nel secondo Dopoguerra, quando l’avvento del cinema sonoro e della canzonetta determinano una rottura irreversibile tra la musica “seria” da una parte, in cui si fanno strada i cerebrali costrutti dodecafonici della Scuola di Vienna e il neoclassicismo di Stravinsky, e la musica “leggera” dall’altra, ossia tutta quella musica considerata “di intrattenimento”. Nell’ultimo trentennio, la progressiva storicizzazione della figura di Nino Rota ha portato a rivalutare la sua esplosiva creatività e la sua formidabile facilità nel comporre “piccole melodie esilaranti e saltellanti su ritmi appuntiti, strumentate con spirito e maestria” (secondo l’autorevole giudizio di Massimo Mila). Accanto ai numerosi temi da film, il considerevole repertorio sinfonico e da camera lo affianca al suo maestro Alfredo Casella (1883 – 1947), con cui Rota condivide lo spiccato eclettismo e il gusto per la melodia, qualità ancor più evidenti nel repertorio vocale che strizza l’occhio alla leggerezza e alla comicità di Rossini senza dimenticare i traguardi pucciniani. IL TITOLO PIU’ FAMOSO “Il cappello di paglia di Firenze” costituisce l’opera lirica più famosa di Nino Rota, l’unica a non essere mai scomparsa dai cartelloni operistici fin dal 1955, anno della sua prima rappresentazione al teatro Massimo di Palermo. In anni recenti il pubblico pugliese ha potuto apprezzare “La notte di un nevrastenico” in seno alla Stagione Lirica leccese del 2007, “Napoli milionaria” allestita a Martina Franca nel 2010 nell’ambito del Festival della Valle d’Itria, e lo stesso “Cappello di paglia” in un precedente allestimento barese del 2007, a dimostrazione dell’affetto e della stima che ancora legano gli ambienti artistici pugliesi all’indimenticato Nino Rota il quale, dopo aver insegnato teoria e solfeggio al Liceo Musicale di Taranto dal 1937 al 1939, si trasferì al Conservatorio di Bari dove fu prima docente e poi direttore, carica che mantenne dal 1950 al 1977. Il libretto del “Cappello”, curiosamente scritto dallo stesso Rota in collaborazione con la madre Ernesta Rinaldi, fa riferimento alla pièce “Un chapeau de paille d’Italie”, vaudeville di Eugène Labiche rappresentato con grande successo a Parigi nel 1851 e ripreso poi da René Clair per il cinema nel 1928. Si tratta di una vera commedia nel senso aristotelico del termine (come “Le nozze di Figaro” di Beaumarchais e il “Rosenkavalier” di Hofmannstahl), una vicenda di 24 ore in cui si dipana la “folle journée” di un giovane borghese che nel giorno del proprio matrimonio trascura sposa e parenti poiché costretto a ricercare spasmodicamente un cappello di paglia da restituire a una signora perbene affinchè non ne venga compromesso l’onore. Infatti, la signora non può rientrare a casa dal marito se non trova un cappello identico a quello danneggiato dal cavallo del protagonista, che lo ha brucato mentre lei era infrattata con il suo amante, un borioso militare. Ironia della sorte, dopo mille grottesche peripezie si scopre che un cappello uguale a quello della signora è stato portato in dono agli sposi da parte del sordo zio Vézinet: la giornata può dunque concludersi lietamente e i due sposi possono godersi la loro intimità. LEGGERO E PIACEVOLISSIMO Il nuovo allestimento del Petruzzelli curato dalla regista Elena Barbalich, in collaborazione con Tommaso Lagattolla per scene e costumi, dimostra come si possa realizzare uno spettacolo al contempo godibile e intellettualmente motivato, qualità che in fondo sono ascrivibili alla stessa partitura di Rota. Tutte le fonti dell’opera sono presenti in palcoscenico: in primis l’atmosfera del vaudeville, ovvero quella del Varietà, immediatamente riconoscibile nel boccascena incorniciato da lampadine colorate e impreziosito da un sipario di raso di colore cangiante dal rosso all’azzurro a seconda dell’illuminazione. Le stilizzate suppellettili bianche in stile art déco e i costumi anni Trenta rimandano al cinema muto con vistosi accenni all’esotismo coloniale nella scena della festa in casa della baronessa di Champigny. Coloratissimi fondali sono arricchiti da linee geometriche che evocano gli ambienti retrostanti, talora un temporale con tanto di ombrelli e mimi che corrono sui pattini. Lo spettacolo scorre dunque leggero e piacevolissimo, complice l’esilarante intreccio della vicenda e la formidabile musica di Rota, eseguita da un’Orchestra in grande spolvero, diretta da Giuseppe La Malfa, molto impegnato ed efficace nel dare risalto alla miriade di fascinosi temi musicali, già tutti presenti nell’ouverture. (foto di Carlo Cofano) UN SINGOLARE AFFIATAMENTO Il cast vocale ha mostrato un non comune affiatamento, ravvisabile sia tra i numerosi protagonisti sia tra solisti e Coro, l’impagabile Coro del Petruzzelli sempre lodevole dal punto di vista scenico e vocale, diretto da Franco Sebastiani. Su tutti predomina l’assoluta grandezza del basso Domenico Colaianni nei panni del suocero Nonancourt: il ricco campagnolo a disagio nell’ambiente parigino trova in lui l’interprete ideale. Già protagonista nel precedente allestimento barese del 2007, Colaianni crea un personaggio credibilissimo dal punto di vista scenico perché reso in maniera naturalmente comica, mai sopra le righe e sempre fedele al libretto. Se a ciò si aggiunge una voce di formidabile potenza e dal timbro cristallino, il gioco è fatto: praticamente Domenico Colaianni nel suo repertorio non ha rivali. Il tenore Giulio Pelligra si mostra scenicamente spigliato e credibile nell’impegnativa parte dello sposo Fadinard, supportato da un bel timbro lirico di volume non eccezionale, talora coperto dall’orchestra. Deliziosa la sposina Elena interpretata dal soprano Damiana Mizzi alle prese con un ruolo vocalmente impegnativo, che lei risolve con bella voce di timbro vellutato e bei filati. L’inquieto Beaupertuis, ovvero il marito cornificato, è interpretato dal basso-baritono Pietro Di Bianco con motivazione scenica e piacevole timbro vocale. Istrionico il tenore Francesco Castoro nel caratterizzare due ruoli molto diversi tra di loro: da una parte il frou-frou Achille di Rosalba, dall’altra il tenero Vézinet, lo zio sordo. A lui è affidata l’ultima scena dell’opera: alla fine della “folle journée” si adagia finalmente a dormire sotto un lampione. La coppia degli amanti Anaide ed Emilio è interpretata con il giusto aplomb dal soprano Francesca Bicchierri e dal baritono Francesco Paolo Vultaggio. Il mezzosoprano Francesca Ascioti interpreta il personaggio della Baronessa di Champigny con voce possente e vellutata, rendendone in maniera giustamente caricaturale tutta la dannunziana lascivia e la decadente altezzosità, complice la sontuosa ambientazione scenica. Efficace il tenore Marco Miglietta nella caratterizzazione del maggiordomo Felice, puntuali il tenore Pasquale Scircoli e il baritono Giuseppe Ippolito nei rispettivi panni della Guardia e del suo Caporale. Il soprano Annamaria Bellocchio domina con sicurezza vocale e arte scenica la brillante scena delle modiste. Il giovane violinista Domenico Passidomo si mostra credibilissimo nel ruolo di Minardi, comparendo a sorpresa tra il pubblico nel finale secondo. Purtroppo una recente revisione del bilancio del Teatro ha portato al taglio delle successive due opere previste per i mesi di ottobre e novembre, ovvero “Il Trittico” di Puccini e “Lucia di Lammermoor” di Donizetti: previsto il rimborso dei biglietti già acquistati, in attesa del “Flauto Magico” di Mozart che a dicembre concluderà la Stagione 2014.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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