Legami gluckiani

Il tricentenario di un musicista tedesco ed europeo

Nell’estate appena trascorsa ricorreva il tricentenario della nascita di Christoph Willibald Gluck. Siccome, nella storia di ogni arte, sono i posteri a creare i propri predecessori, di Gluck si è detto (a posteriori, appunto) che avesse in qualche modo inventato l’opera tedesca. Lui forse non lo sapeva, ma è sicuramente vero che cercava un modo nuovo di fare teatro musicale. Lo fece un po’ a Vienna, un po’ a Parigi, avvalendosi della collaborazione di qualche italiano, come il librettista Calzabigi. Unione europea. L’opera Alceste narra una sorta di mito di Orfeo in negativo (nel senso fotografico del termine), che però, gira e rigira, ricaccia la donna negli inferi, mentre al marito Admeto tocca ancora una volta andare a strapparla dalle grinfie di Thanatos. Lei l’ha salvato dalla malattia negoziando direttamente con gli dèi il proprio sacrificio al posto di quello del compagno (angosciosissima scelta che le religioni del Dio unico e inesorabile risparmiano ai propri adepti), eppure lui non sembra gradire. Se per salvarmi te ne vai, allora fra noi è finita comunque. Dinamiche cui la psichiatria moderna incollerà l’etichetta di “double bind” (doppio legame), che nei quotidiani borbottii coniugali si traduce nel celebre “come la fai, la sbagli”. L’inferno siamo noi.

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