“Sa scattata la pignata!”. C'era una volta il rito della Taranta

//SPECIALE SANTU PAULU// La testimonianza diretta di un lettore di Trepuzzi che racconta la sua esperienza come 'spettatore', negli anni '50, del rito della Taranta

di Valentina Isernia “Avevo 7 anni nel 1950, a 100 metri da casa mia in Via Cesare Battisti, una giovanissima ragazza, mia vicina di casa, era affetta da tarantolismo, ragion per cui la si faceva ballare di pomeriggio, quando il sole e la calura estiva costringevano le persone a rintanarsi in casa per godersi un po' di frescura e per riposarsi dal duro lavoro di campagna”. Inizia così il suo racconto Vincenzo Grazzi, un nostro lettore di Trepuzzi, in un commento alla breve storia del tarantismo di Tania Pagliara. Una testimonianza oculare preziosa che documenta un fenomeno evidentemente molto radicato e diffuso in un tempo non troppo lontano. “Ciò che notavo, senza capirne il significato” prosegue Vincenzo, “era il procedere tutto codificato dei partecipanti a ciò che io credevo fosse una semplice variazione del procedere sociale del vicinato; come, d'altronde, avveniva nella partecipazione collettiva alla preparazione degli sponsali delle ragazza del vicinato, o del lutto che colpiva la varie famiglie. Ci si recava presso l'abitazione della tarantata nel pieno pomeriggio, con fare furtivo, come se non dovessero vederci. Arrivati sul posto si formava un cerchio attorno alla tarantata e si dava inizio alla musica: l'organetto era suonato da una vecchia signora – a me sembrava tale – vestita con un abito lungo e nero detta la “Scattapignate”; aveva ottenuto questo sopranome a causa della sua capacità e abilità nel riuscire ad accompagnare con il suono dell'organetto le tarantate sino alla fine del ballo, che spesso era lungo ed estenuante. Il rito del tarantati si concludeva nel momento in cui questo rimaneva per terra, immobile e sfinito. Questa fase conclusiva veniva sancita dalla frase liberatoria “Sa scattata la pignata!”. Il tarantismo oggi ha varcato i confini salentini, acquisendo una dimensione internazionale come fattore folkloristico e, se da un lato è conosciuto in tantissimi paesi, subendo un'evoluzione musicale con contaminazioni di altre musiche folk, di fatto ha perduto il suo vero e reale significato esclusivamente popolare. Da ragazzo notavo che, nel gruppo di solidarietà che sosteneva la tarantata, non vi erano né medici – in quanto la medicina ufficiale non riconosceva le capacità taumaturgiche del ballo – né sacerdoti, perché il tarantismo era considerato un rito pagano, quindi contro la chiesa. Nel XVI secolo furono inviati dal Papa nel Salento i Gesuiti, con il compito preciso di convertire i Salentini, debellare il rito Greco-Ortodosso officiato nel nostro territorio ed applicare le regole della Controriforma stabilita dal Concilio Tridentino. I Gesuiti ebbero numerose difficoltà ad applicare le disposizioni Papali e, non riuscendo a debellare il tarantismo, cercarono di integrarlo nel sistema modificando la musica del rito. Da quì la nota tarantella Napoletana. Il tentativo fu, però, ancora una volta vano; cercarono – stavolta con successo – di inserirlo nella festività di San Pietro e Paolo, limitando l'esecuzione del rito collettivo al di fuori dell'abitato (ad esempio ad Acaya la chiesa di san Paolo si trova fuori dalle mura; a Galatina il rito si svolgeva nello spiazzo della chiesa sconsacrata di San Paolo). Pertanto i Gesuiti furono costretti a inoltrare una relazione al Papa definendo il Salento le “Indie di quaggù'”, paragonando i Salentini agli abitanti dell'America, da poco scoperta da Cristoforo Colombo e scambiata per l'India e dove i Gesuiti furono mandati come missionari”. “Pertanto ritengo – conclude il nostro lettore – che nonostante il tarantismo abbia avuto questa nuova e grande attenzione da parte mercato e del mondo dello spettacolo, ha purtroppo perduto quel ruolo antropologico e culturale della nostra identità storica”.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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