Scoprire il Salento è un gioco

Lecce. La storia delle Carte Salentine, e di un viaggio indietro nel tempo

di Simona Palese Foto di Salvatore Chiriatti Lecce Qualche giorno fa c’è stato un compleanno importante. Importante come tutte le ricorrenze che festeggiano un’idea, dei giovani tenaci, e un progetto sul territorio. Il 21 dicembre dello scorso anno infatti, sono state presentate le Carte Salentine. E giovedì la festa si è svolta da Angiulino, una delle trattorie-osterie-chiese laiche che devi visitare per forza se vuoi raccontare di essere stato a Lecce. La storia di queste carte, interamente disegnate a mano e frutto di un lavoro di ricerca antropologica sul Salento, è anche la storia di tre ragazzi, dei loro sogni e della loro professionalità. Incontro Alessandro Sicuro, ideatore del progetto, trentenne visionario che qualche anno fa ha deciso di cambiare radialmente la propria vita. Come nasce l’idea di realizzare un mazzo di Carte Salentine? In maniera naturale, quasi genetica direi. Perché essendo per metà napoletano e per metà salentino, l’idea di sperimentare una creazione che facesse incontrare queste due culture era dentro di me. Mi ci è voluta una pausa di riflessione per capirlo bene. E me la sono presa cinque anni fa quando ho deciso di licenziarmi dallo studio grafico per il quale lavoravo, e di fare un viaggio lungo in giro per l’Europa col metodo dei couch-surfer (un modo di viaggiare in cui ricevi ospitalità gratuita dagli abitanti del luogo che vai a visitare – ndr). Dopo qualche mese sono tornato a casa, a Calimera, nel cuore della grecìa salentina. Avevo una valigia in più rispetto a quando ero partito, piena di cataloghi di musei e mostre che avevo visto. E la testa e gli occhi pieni di simboli: durante il viaggio ne avevo accumulati moltissimi e tornando qui mi sono accorto che osservavo tutto intorno a me con questa lente. La simbologia mi aveva sempre interessato, ma mai prima di allora mi ero reso conto di quanto il Salento ne fosse ricco: dal tarantismo all’architettura barocca, dai mestieri all’archeologia. Ne ho voluto subito parlare con Francesco Cuna, amico e collega da sempre. Francesco è un’artista ed era la persona giusta con cui potevo condividere l’idea di una creazione così complessa e di qualità.

Quanto tempo ci è voluto per realizzare quest’idea? Diciamo due anni. E in questi due anni sono stati fondamentali il lavoro di Francesco che è un pittore, un illustratore, uno scenografo e di fatto un artista che osserva il mondo coi miei stessi occhi, e quello di Giovanni Chiriatti della casa editrice Kurumuny, amico di vecchia data, che si è occupato della parte di ricerca. È stato un vero percorso di recupero della memoria. L’idea era quella di raccontare il Salento attraverso la sua simbologia utilizzando uno strumento come quello delle carte da gioco. Quando io e Francesco abbiamo deciso di realizzarla, sapevamo bene che questa cosa avrebbe richiesto almeno un anno di lavoro, in cui la nostra attività di pubblicitari sarebbe passata un po’ in secondo piano, e il nostro impegno si sarebbe focalizzato su ricerca, prove, tentativi, tavole. Ma abbiamo deciso di provarci lostesso, e oggi ne siamo felicissimi. La strada che collega la tradizione napoletana delle carte e questa nuova versione salentina ha rappresentato anche un viaggio di scoperta, immagino. Assolutamente sì. Siamo partiti dallo studio della storia delle carte, ovviamente. E ad esempio abbiamo scoperto che ogni seme corrisponde a una casta: lo sapevi che i denari rappresentano i Mercanti? Noi volevamo decostruire questo racconto, per proporne uno più radicato alla nostra terra. Allora abbiamo ragionato sulla figura del Re, e ci siamo chiesti “chi è il re, simbolicamente, nella cultura contadina del Salento?”. La scelta è caduta naturalmente sui santi. Nel nostro territorio c’è un legame fortissimo tra le tradizioni e la religione. E proprio i legami e i simboli abbiamo riproposto anche nella scelta dei quattro semi, che sono le Zappe (per le Spade), le Tarante (per i Denari), i Lecci (per i Bastoni), le Brocche (per le Coppe). Abbiamo rispettato alcune regole di composizione delle carte classiche napoletane, in alcune proporzioni ad esempio, o nelle distanze dai bordi. Ma ci siamo sentiti liberi di reinterpretare il tutto. Ad esempio il retro delle carte, a cui tengo particolarmente, è una sintesi grafica del soffitto della Cattedrale di Otranto.

Il progetto, a distanza di un anno dalla sua nascita, come sta andando? Per rispondere a questa domanda devo fare una premessa importante: nella realizzazione di quest’idea noi abbiamo avuto la fortuna di collaborare con Modiano, che è la cartotecnica italiana più importante nella produzione di carte da gioco. Con loro è nata subito una sintonia, hanno creduto molto nel progetto, e nonostante il momento di crisi generale ci hanno sostenuto al massimo. Sia dandoci consigli preziosi sulla stampa, sia agevolandoci con tempi e condizioni economiche. E per noi il fatto che queste carte siano realizzate da Modiano è un valore aggiunto enorme. Abbiamo fatto, un anno fa, una prima tiratura di 1500 pezzi. Ne abbiamo fatta una seconda di 2500 pezzi per il periodo estivo. La nostra distribuzione è legata alle librerie e alle fiere del libro, e stiamo facendo una serie di presentazioni in giro per il Salento. Ad esempio siamo presenti ai tornei, nei quali mettiamo a disposizione il nostro mazzo. Oppure parliamo del progetto nelle vinerie, e ovunque ci invitino. Con la cultura, insomma, si mangia? Ci stiamo provando! Per ora stiamo cercando di capire se si beve (qui scatta una risata, ovviamente – ndr). Nel senso che il nostro prossimo progetto, realizzato anche grazie agli amici di Fornelli Indecisi (il concorso di cucina dozzinale alla sua quarta edizione – ndr), ha a che fare con la rilevazione e la valorizzazione delle vecchie “puteche” salentine. In un periodo storico che va dagli anni trenta agni anni novanta, in tutta la provincia di Lecce era facilissimo ritrovarsi in luoghi dedicati alla vendita del vino, in cui di fatto si svolgeva gran parte della vita sociale e spesso politica del paese. Dai racconti che stiamo raccogliendo, ad esempio, si scopre che nel secondo dopoguerra il “padrone” e il contadino usavano incontrarsi alla puteca nel dopolavoro, anche per regolare i conti dei denari. Ed era l’unico luogo in cui le disparità sociali si appianavano e si conversava in qualche modo “alla pari”. Altri racconti ci tramandano che le puteche rappresentavano il centro nevralgico nella vita politica dei paesi: proprio nelle puteche, infatti, nascevano i primi circoli di partito, o si andava a discutere di elezioni o di voti. Ogni paese ne aveva almeno quattro o cinque, e sarebbe bello salvare tutta la memoria salvabile su questi luoghi prima che sia davvero troppo tardi. Per farlo, stiamo provando a realizzare una mappatura partecipata, che un po’ speriamo restituisca il senso della scoperta e della memoria collettiva che le puteche rappresentano. Sei contento, insomma, di essere tornato in Salento dopo quel viaggio? Tu che dici? Io non ho mai avuto dubbi.

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