Vetruccio: ‘Bach, un genio ma che paura suonarlo’.

//L’INTERVISTA. Valeria Vetruccio è una delle musiciste salentine più apprezzate all’estero dal repertorio molto vasto, solo Bach le fa paura, ma mai dire mai.

//L’INTERVISTA. Concluderà in Messico la sua tournèe in giro per il mondo. La musicista salentina Valeria Vetruccio, dopo le recenti esibizioni in Stati Uniti, Turchia, Israele e Germania, da alcuni giorni si trova, per il quarto anno consecutivo, in Messico per tre importanti concerti con l'Orchestra Sinfonica di Stato a Toluca e Città del Messico. Tra i suoi recenti successi, da ricordare il suo doppio appuntamento newyorkese con l'Imperatore di Beethoven diretta da John Rutter presso la Carnegie Hall, serata che ha registrato il tutto esaurito, e con un recital jazzistico per piano solo al Teatro Engelman il giorno successivo, guadagnando una lusinghiera recensione del Wall Street Journal, che l'ha definita come una straordinaria combinazione di musicalità e precisione tecnica. Nata a Ruffano, all'età di 15 anni, ha iniziato la sua carriera concertistica esibendosi nelle principali città italiane e debuttando con un recital solistico presso il Mozarteum di Wiener-Saal di Salisburgo. Da allora non si è mai fermata. Sei un'artista eclettica, viaggi sui vari generi di musica, da Mozart a Gershwin, esiste un genere in cui ti ritrovi perfettamente a tuo agio? Sì, il mio! Col passare degli anni mi scopro sempre più eclettica dal punto di vista dello stile e dei generi musicali che affronto. Dipende dal mio umore, non dalla mia personalità. Dagli stati d'animo, da ciò che voglio dire. Posso sentirmi perfettamente a mio agio suonando i Led Zeppelin o Chopin. É sempre la mia “voce”, che racconta emozioni diverse. Un classico che non hai mai suonato? Bach. Un genio assoluto. Naturalmente ho affrontato il repertorio bachiano per il percorso accademico, ma non l'ho mai suonato in concerto, né credo che lo farò in futuro. Poi però… Mai dire mai. Non é perché non mi piaccia. La verità? Mi spaventa. Secondo me Bach é l'autore più difficile da suonare, per una serie di complessità tecniche e interpretative. Non sono una pianista sufficientemente “filologically correct” per quel tipo di repertorio. In quale città, dove non sei ancora stata, ti piacerebbe suonare? A Londra, un posto centrale per l'attività concertistica, una vetrina meravigliosa con un pubblico molto sensibile e con sale bellissime. Spero possa essere una delle mie prossime tappe. Tu sei stata una bambina prodigio, tuo figlio come se la cava? Gli piace la musica oppure preferisce fare altro? Gli piace molto. Canta benissimo e ha un orecchio incredibile. Suona il pianoforte, ma al momento é molto più interessato ad attività che secondo lui sono decisamente più interessanti: monopattino, pallone, arrampicarsi sugli alberi! E lo trovo del tutto normale, per un bambino di sette anni. Riconosco in lui un grande talento, ma non voglio forzarlo. Quando e se sentirà che la musica deve occupare nella sua vita un ruolo più centrale, sarà lui stesso a farmelo capire. D'altra parte anche i miei genitori hanno avuto con me questo tipo di atteggiamento. Ed ha funzionato. Da esteta del pianoforte, la tua idea di musica da dove parte e dove finisce? Dunque. La mia idea di musica parte, nasce, si sviluppa e… non finisce, esattamente dentro di me. La musica é un modo di esprimersi, di comunicare, di raccontare. Un linguaggio delle emozioni, senza fine e senza percorsi predefiniti. Prossima tappa? Ho dei concerti in Puglia a dicembre, poi Castrovillari. E poi un po' più lontano: Hong Kong.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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