Lu sciu’ dell’eternita’

//LA LUPA CHE TESSE. Prima Parte. Uno studio sullo sciù dell’eternità, un giogo applicato ai buoi, ma che nella civiltà contadina assume anche altri connotati

Di Tania Pagliara Prima parte // LA LUPA CHE TESSE. Da indagini personali sul campo ho riscontrato che in tutto il Salento è resistita fino agli anni ‘40 l’usanza ‘te lu sciu'. Sciu’, tradotto in italiano, vuol dire giogo dei buoi, ha la stessa radice di sciueiu che vuol dire ergot, un fungo parassita del grano dal quale chimicamente si può estrarre lsd, ma se ingerito casualmente in forma naturale causa terribili pestilenze, dolori atroci e perdita degli arti. Sciueiu tradotto in forma letteraria sciu-ueiu vuol dire l’olio del giogo, come se vi fosse l’allusione all’olio della vita, alla divinizzazione della sostanza allucinogena legata al grano che, non si sa come, gli antichi riuscivano ad estrarre. La tradizione ‘te lu sciu’ ci fa credere che intorno al giogo dei buoi , al quale si legava l’aratro, e quindi intorno alla terra coltivata, vi fosse un rituale , diverso da quello di Demetra, per ottenere l’eternità. Vi rilascio una delle tante interviste, che si equivalgono, ho scelto la più significativa. DONNA, 79 anni -Conosci l’usanza ‘te lu sciu’’? -Si, quando morì mio nonno dovettero mettergli ‘lu sciu’’. -Che lavoro faceva tuo nonno da giovane, a quanti anni morì e quanti anni avevi tu? -Mio nonno aveva un frantoio, mori’ ad 89 anni, io ero bambina, potevo avere una diecina di anni, ricorderò sempre come si spalancarono i suoi grandi occhi azzurri quando vide ‘lu sciu’’, sembrava terrorizzato. -Mi puoi descrivere quanto successe? -Nonno Arcangelo entrò in agonia, passarono mesi, ma non moriva mai. Ogni sera venivano le ‘chiangimuertu’(prefiche) a casa, finché una di loro non ci disse che sicuramente aveva bruciato in gioventu’ un ‘sciu’. Chi faceva questo otteneva l’immortalità ma non l’eterna giovinezza, era destinato ad invecchiare sempre di più, fino a consumarsi, l’unico modo per dargli sollievo era quello di posare sotto il suo capezzale un giogo nuovo, così poteva morire in pace. -Quindi a tuo nonno misero il giogo sotto il cuscino per farlo morire? Tu c’eri quando fecero quest’operazione? -Mio padre si procurò il giogo nuovo, di legno d’olivo, le ‘chiangimuerti’ ci fecero uscire a tutti dalla camera, si chiusero dentro con il moribondo e dopo qualche minuto uscirono dicendoci che nonno Arcangelo era morto, così iniziarono a piangerlo. Quest’usanza di mettere il giogo sotto il capezzale di un moribondo per terminare una lunga agonia viene citata dall’autore Saverio La Sorsa, molfettese nato nel 1877, riferendo che anche in Sardegna esiste la stessa usanza ed altre simili. In Sardegna, oltre all’usanza del giogo, esiste quella simile della ‘femmina Accabadora’.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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