Emma di cristallo, un video per non tacere il femminicidio

//L’INTERVISTA. Una giovane regista per raccontare la violenza sulle donne, la volontà di non tacere e andare avanti.

Di Carla Falcone //L’INTERVISTA. Paola Manno è la regista del video “Emma di cristallo”. Corto che racconta una favola, un modo diverso per denunciare la violenza sulle donne. Nipote di minatori italiani in Belgio, nata a Genk nel 1980, laureata a Lecce in Lettere e Filosofia. Al suo attivo un master in “Analisi e scrittura per il cinema” (2006/2008) all’Université Libre de Bruxelles, ha frequentato un corso annuale su “metodi e tecniche cinematografiche nell’era digitale”, promosso dall’Atelier Cinema Video Bruxelles. Ha lavorato 2 anni presso MEDIA, l’Agenzia esecutiva della Commissione Europea per i finanziamenti alla produzione cinematografica. Attualmente è una freelance. Perchè Emma di cristallo? “Emma di cristallo” è liberamente tratto da una favola di Gianni Rodari che si intitola “Giacomo di cristallo”. Nella favola originaria, il protagonista è un bambino e l’uomo cattivo è invece un tiranno. Nel mio lavoro la protagonista è una donna che si scontra con l’uomo violento. La cosa interessante è che il bisogno di ribellarsi e l’indignazione hanno le stesse caratteristiche, come a dire che non c’è una grossa differenza tra la violenza privata e quella “pubblica”. “Emma di cristallo” nasce dalla collaborazione con il centro antiviolenza Renata Fonte, nasce dal bisogno di raccontare, con dolcezza e determinazione, che insieme si puo’ vincere. Per questo abbiamo scelto diversi volti, di uomini e donne di diverse età, che ci hanno raccontato questa bellissima favola. Il tema trattato, la violenza sulle donne, credi sia un tema attuale oppure è sempre esistito tra le mura domestiche? Purtroppo è un tema vecchio come il mondo. Oggi, per fortuna, se ne parla di più. Non dobbiamo mai abbassare la guardia, né smettere di raccontare. La parola non solo denuncia, ma trasmette forza. Credo che spesso le vittime di violenza ne hanno un estremo bisogno. Hai conosciuto qualcuno che ha subito violenza? Durante le riprese del mio ultimo lavoro (Le storie che so di lei – Oggi sull’eredità del femminismo, che verrà presentato il 10 dicembre al Teatro Paisiello) sono entrata in contatto con Maria Luisa Toto del centro antiviolenza Renata Fonte. Qui ho avuto modo di conoscere e intervistare due donne che per anni hanno subito violenza da parte dei loro compagni. I loro racconti ti entrano dentro come lame. Ho provato una grande tristezza, ma anche molta rabbia. Ho capito che queste donne si sono sentite davvero sole, abbandonate anche da chi avrebbe dovuto difenderle. E’ stata un’esperienza molto forte per me. Prima di iniziare a girare come ti sei documentata? Da diverso tempo collaboro con “La casa delle donne LFD” di Lecce, associazione che si occupa di temi legati alle donne (ultimamente si discute, ad esempio, della questione della 194). Grazie all’esperienza di molte attiviste ho avuto modo di avvicinarmi a tematiche care al movimento femminista, e non solo. Ho letto moltissimo e ho ascoltato decine di testimonianze. Poi c’è stato l’incontro con il centro Renata Fonte che mi ha permesso di approfondire la questione legata alla violenza. Questo lavoro ha provocato un grande cambiamento dentro di me. Sento di essere cresciuta molto, non solo come regista, ma soprattutto come donna. Un episodio che ti ha toccata molto su questo tema Non ho un episodio specifico. Posso dire pero’ che resto sempre molto turbata quando ascolto alcune giovani donne parlare del rapporto con i propri compagni. In diversi casi trovo che ancora ci sia una sorta di “subordinazione” all’uomo. Ci sono ragazzine che accettano gelosie furibonde e immotivate che scambiano per amore, oppure che si negano qualcosa per far contento l’altro. Molte donne devono ancora imparare a pretendere rispetto. Come donna cosa consigli a chi subisce questa brutta esperienza? Parlare. Il silenzio è complice della violenza.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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