Chiarezza e voglia di cambiare: così salviamo gli ulivi e il Salento

Lecce. Intervista a Daniele Errico sulla malattia dei nostri uliveti e sul futuro del territorio.

Di Simona Palese Lecce. “Complessità: se non pronunciamo e scriviamo a chiare lettere questa parola, vuol dire che non stiamo utilizzando la metodologia corretta per analizzare quello che sta succedendo”. Mette in chiaro da subito la base del ragionamento Daniele Errico, agronomo paesaggista, specialista in ecologia del paesaggio, da sempre sostenitore della necessità di un punto di vista eco-sostenibile quando si parla di sviluppo locale. “Per ragionare del complesso del disseccamento rapido dell’ulivo, non possiamo permetterci semplificazioni”. Anche perché il rischio che semplificazione faccia rima con speculazione è davvero alto. Confrontandosi con i diversi attori coinvolti (studiosi, ricercatori, uomini delle istituzioni, contadini, imprenditori) ci si rende conto che ognuno tende a collocare in altri le responsabilità di quello che sta accadendo. Manca una visione d’insieme, e magari oggettiva, dell’intero fenomeno. Che cosa sta succedendo ai nostri uliveti? Purtroppo la situazione non è del tutto chiara. Di certo siamo di fronte a un evento epidemico da ricondurre in parte a un batterio, la Xylella Fastidiosa, ma non solo. Si parla di “Complesso del disseccamento” proprio perché le cause sono diverse e concatenate. I cambiamenti climatici, la disidratazione delle piante, l’arrivo del batterio, sono sicuramente elementi da considerarsi fondamentali. Ma non sono sufficienti e non possono essere osservati da un’angolazione temporale così ridotta. Ma è vero che già nel 2010 si tenevano a Bari dei corsi per parlare della Xylella Fastidiosa? Sì, lo stesso IAMB (Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari) aveva promosso dei workshop in cui si sensibilizzava sui danni procurati da questo batterio. Perché non si è intervenuti subito? A meno che non si facciano dei prelievi con degli esami di laboratorio specifici, è difficile dare una diagnosi certa al fenomeno del disseccamento. Per anni, probabilmente, i sintomi sono stati interpretati con la presenza del Rodilegno giallo (Zeuzera pyrina, un insetto parassita già noto da queste parti – ndr), oppure semplicemente non si è ritenuto di mettere a sistema una raccolta di segnalazioni su piante di olivo disseccate presenti nella zona. Adesso, in che fase siamo? A me sembra una fase un po’ confusa, sia per quanto riguarda l’individuazione dell’area focolaio (perimetrata da Galatone-Sannicola a Melissano Casarano, 8mila etteri di territorio ndr), sia per le indicazioni date ai contadini sulle operazioni da eseguire nell’immediato. Inizia il periodo della raccolta, ad esempio: qualcuno ha verificato e spiegato che questo batterio si può trasferire anche tramite l’abbacchiatore? E’ diffusa la pratica di servirsi da terzi per la raccolta, a volte anche noleggiando lo strumento o facendo in modo che lo stesso abbacchiatore che ha lavorato la mattina in un oliveto di Gallipoli, il pomeriggio lavori in uno di un’altra zona. Cosa comporta questo? C’è una profilassi particolare da seguire, qualcuno lo sa? Lo sta dicendo? Questo stesso rischio si può verificare anche con gli strumenti necessari per la potatura, pure così tanto caldeggiata in queste settimane? Certo, si sta indicando agli olivicoltori la potatura immediata o l’abbattimento delle piante malate. Ma con che strumenti, con quale profilassi, e soprattutto chi pensa alle conseguenze sul piano paesaggistico e idrogeologico? Il nostro territorio è profondamente caratterizzato dalla presenza di queste piante e di questi oliveti, la questione è molto delicata. E il rischio, purtroppo, è che la semplificazione proposta per risolvere il problema sia in qualche modo la stessa che l’ha causato. Cosa intende? Il problema non è stato causato da un batterio? Sì, in ultima istanza e se vogliamo guardare la questione da una prospettiva solo emergenziale, è così. Ma noi in questo momento, come in ogni fase di crisi che necessiti di un cambiamento reale per essere superata, dobbiamo avere il coraggio di allargare lo sguardo e osservare la complessità. Per anni l’agricoltura si è completamente piegata alle richieste del mercato, a dettami anche legislativi provenienti da molto lontano. Si è deciso di mortificare la varietà delle nostre colture a vantaggio di un tipo di produzione che assomiglia più a una catena di montaggio che a una filiera (magari corta) che valorizzi al meglio le proprie potenzialità. Anche nell’uso dei diserbanti, ad esempio, l’agricoltura ha subito un’esasperazione a causa di una visione eccessivamente semplificata della coltivazione. E’ stata limitata la biodiversità che invece è indispensabile per un ecosistema che sappia reagire alle difficoltà ambientali che si possono presentare. Le colture promiscue sono una caratteristica del nostro territorio, e sono quasi scomparse. Si è di fatto impoverito il sistema. Com’è arrivato qui questo batterio? Non esiste una risposta a questa domanda, nel senso che ne esistono mille possibili. In un momento in cui i viaggi e gli scambi con gli altri continenti sono continui e frequenti, il batterio può essere arrivato attraverso l’importazione vivaistica, o banalmente con un insetto trasportato durante uno spostamento di persone. Davvero non ha molto senso porsi questa domanda. Ha più senso capire cosa fare da qui in poi. E’ su questo che dobbiamo concentrare tutte le nostre energie. A livello paesaggistico, cosa sta succedendo? Purtroppo il danno rischia di essere enorme: per il Salento e i salentini, l’olivo non rappresenta solo una pianta, ma incarna un valore simbolico molto simile a quello religioso, sicuramente sacro. Purtroppo negli ultimi anni questo attaccamento, soprattutto nelle nuove generazioni che sono al centro di fenomeni di emigrazione verso il nord Italia o verso l’estero, ha rivestito un ruolo quasi esclusivamente evocativo. Pochissimi sono i ragazzi che si sono fermati qui per prendersene cura, per valorizzarlo attraverso studi e innovazione ma anche recupero delle tradizioni, sempre più rare le occasioni in cui i giovani pensano all’olivo e agli oliveti come a un’opportunità di lavoro e di futuro. Di questo dobbiamo farci tutti carico: le istituzioni, la scuola, la politica. L’ulivo rappresenta la nostra storia, il nostro carattere, il nostro presente e futuro. Tutti dobbiamo interessarcene e occuparcene. Se assumiamo per vero che quello che sta succedendo intorno a noi è il risultato di molte cause, che hanno a che fare con forzature produttive, con superficialità, con mancanza di cura e di tempestività, allora dobbiamo assumere come unica via d’uscita possibile quella del profondo cambiamento delle pratiche. E intendo le pratiche di coltivazione ma anche le pratiche culturali, di rapporto con la terra e con il territorio. Ognuno con il proprio ruolo e la propria funzione, attraverso un processo di responsabilità condivisa. Perché la cura non deve essere un concetto sempre e solo legato all’emergenza, ma anche al modo in cui, semplicemente, si fanno le cose.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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