Sabbia sahariana a Taranto? Bondi smentito da un video

GUARDA IL VIDEO. Taranto. Se fossero solo sabbia del deserto le polveri del Tamburi non sarebbero nere e non reagirebbero alla calamita

di Gabriele Caforio TARANTO – Il neo commissario dell'Ilva Enrico Bondi, lo scorso 19 giugno, ha dichiarato alle Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive che picchi del periodo gennaio – maggio, al di sopra dei limiti, di polveri sottili (Pm10) che si sono registrati nel quartiere Tamburi sarebbero in gran parte riconducibili alla sabbia sahariana. Affermazione che gli attivisti di PeaceLink non hanno affatto digerito. Per verificarne la fondatezza infatti sono andati al quartiere Tamburi, a casa del signor Peppino Corisi, deceduto di cancro, che ha fatto affiggere sotto la finestra di casa sua una coraggiosissima targa con la scritta “Ennesimo decesso per neoplasia polmonare”. A smentire Bondi è bastata una semplice calamita. Infatti se le polveri del Tamburi fossero solo sabbia del deserto non sarebbero nere e non reagirebbero al campo magnetico della calamita. Ecco il video: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=KaNmrI80vYU Nel video di Luciano Manna compare la moglie del signor Corisi che racconta quando a quattro anni, ora ne ha 64, è andata a vivere in quella casa. Una casa del 1953, anno in cui l'Ilva ancora non esisteva perché è arrivata sette anni dopo. Al suo posto infatti c'era una distesa di ulivi e un piccolo piano di edilizia residenziale ha portato li le prime case. Dove oggi c'è l'Ilva, un tempo ci andavano a giocare i bambini, all'aperto, in campagna. Questo dettaglio continua a smentire la voce, di cui abbiamo parlato anche qualche mese fa, secondo cui sarebbe arrivata prima la fabbrica e successivamente le case del Tamburi a ridosso dell'acciaieria. Marescotti, presidente di PeaceLink, precisa nel comunicato diffuso oggi che l'Arpa ha effettivamente rilevato la presenza di sabbia sahariana. Tuttavia, l'Arpa è in grado di defalcare tale evento dalle rilevazioni del Pm10. Se il vento porta le sabbie dell'Africa a Taranto – continua Marescotti – allora anche l'inquinamento dell'Ilva è un fenomeno “transfrontaliero” perché può essere egualmente trasportato a lunghe distanze, un altro motivo per cui si devono coprire al più presto i parchi minerali dello stabilimento. Proprio sulla copertura dei parchi vengono sollevati nuovi dubbi, soprattutto di carattere economico. Secondo l'associazione, infatti, il piano di Bondi non prevedrebbe la copertura dei parchi. Non sembrerebbe attendibile l'annunciato impegno economico di 1,8 miliardi euro per l'applicazione dell'Aia nel triennio 2013-2015. Secondo Marescotti la sola copertura del parco comporterebbe un costo di circa un miliardo di euro, con gli altri 800 milioni sarebbe difficile portare a termine gli altri interventi previsti per l'area a caldo (quella più inquinante), per le discariche e gli scarichi in acqua dello stabilimento. Intanto sia i venti dal Sahara che quelli da Taranto continuano a soffiare.

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Info sull'autore

Gabriele Caforio

Laureato in Scienze Politiche - Politiche pubbliche. Collabora con PeaceLink e IlCorsaro.info. Quando è serio si interessa soprattutto di sviluppo sostenibile, ambiente e sociale altrimenti è sempre in bici!

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