Filomena profumava di vaniglia

Un viaggio in treno ed una pura fatalità. Poi un caffè, la pasticceria… ma non è come sembra

Il mio viaggio ebbe inizio poco prima del sorgere del sole, un mattino qualunque, perché il tempo dell'amore non fornisce date, scadenze, avvisi. Il tempo dell'amore arriva di soppiatto, come un felino che prepara l'agguato. La distanza dell'attesa si misura in gesti, ogni sospiro viene cadenzato e ogni mossa segue con naturalezza perché nel dna, come sostiene Jung. Una gestualità che non abbiamo bisogno di esercitare, quella della ricerca dell'amore. Alcuni, pochi eletti, lo trovano, altri si accontentano di respirare la quotidianità. Il mio viaggio ebbe inizio poco prima del sorgere del sole, un mattino qualunque, quando la rugiada iniziava a lasciare il posto ai primi raggi di un sole stanco e io partivo, come sempre accade, come tutte le volte che dovevo respirare. La compagnia non mancava, la compagnia era delle migliori ed ebbi modo d’appurarla lungo le sette ore che il freccia rossa mi trasportava di malinconia. “La contessa di Lecce”, dell’amica Liliana D’arpe mi regalò continue emozioni, con la sua favolosa capacità di narrare. Il timbro della commediografa lo aveva innato. Filomena profumava di vaniglia e io la incontrai per caso, quella mattina di primavera, ed ero stato io a decidere l'avvento della stagione, dietro la spinta dei battiti del mio cuore, da sempre apatico, distante dalle mie necessità quotidiane. Filomena, femmina procace, aveva occupato il posto di fianco al mio, come se tutto fosse già deciso. Un’entità superiore aveva gestito il tutto, in barba al volere della tecnologia che, nel mio primo tentativo di portare a termine l’acquisto del biglietto online mi aveva assegnato un altro posto in un’altra carrozza. Lei subì una dinamica differente: dovette cambiare di posto per fare un favore a due ragazzi che erano seduti insieme già da due ore. Il mio cuore batteva all’unisono con il suo. Dopo i primi minuti, in cui l’imbarazzo pesava come una coltre di nebbia, il nostro dialogo iniziò con ritmo pressante, le confidenze e gli occhi languidi erano reciproci. Parlammo del più e del meno, fra il rumore delle rotaie e i vicini che ci guardavano imbarazzati. La mia mano strinse la sua e così, presi per mano come due adolescenti, scendemmo dal treno. La mia pausa era il solito caffè, appena fuori dalla stazione. Lungo il tragitto, abbracciati e sorridenti, la annusavo dappertutto. Dei suoi occhi marroni, del suo nevo vicino l’orecchio destro, del suo essere partenopea, io mi ero innamorato d’incanto. Le aprii la porta e un’atmosfera calda e profumata di pasticceria ci avvolse. Io la strinsi di più. Quel caffè aveva il sapore di un sentimento antico. Tutto di lei era mio, tutto di lei mi pulsava e dei suoi occhi, di quegli occhi smarriti dietro la montatura viola, io baciavo il cielo. Un ragazzo, dalla corporatura media, ci venne incontro: la lasci perdere questa ragazza? -mi disse- E io, io mi sentì tradito. -E’ il tuo ragazzo?- le chiesi. Lei mi rispose di no, non senza un che di imbarazzo mal velato. Mi sollevai dal tavolino, arredato da un pesante tessuto damascato, e mi avvicinai al ragazzo. Pochi secondi dopo, il mio pugno diretto e rabbioso si scontrò con il suo viso. Poi entrò suo padre, il padre di lei, padre di lui…

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