Ancestrali sapori: il vino di melograno

Saper interpretare le risposte sibilline delle donne, per scoprire il segreto di un nettare di alta gradazione. E la necessità di produrlo ancora oggi, nel Salento

Sin da bambina, quando nel mio giardino godevo ancora dell’ultimo sole caldo d’autunno, estasiata dall’odore pungente dei fichi tagliati in due e stesi per l’essiccazione, aspettavo con entusiasmo l’ultima raccolta delle mele per la scorta invernale: melecotogne e melograne. Era una gioia veder arrivare in casa i contadini con cesti colmi di quelle mele esotiche e misteriose. Ogni volta la frase nella consegna era sempre la stessa, in tutte le famiglie, emblematica: -La scorta per l’inverno, chi sa fare fa, fai quello che sai fare. La mia curiosità era tale che ogni autunno assillavo mia nonna di domande: -Che si fa con queste mele? Nonna, tu che sai fare? Mi rispondeva sempre che dalle melecotogne sapeva fare la cotognata, difatti la preparavamo insieme, quella a pezzettoni, buona come non l’ho più assaporata, ma delle melograne non sapeva più che farsene. Dopo varie insistenze da parte mia, mi confidava che anticamente dal melograno si produceva una bevanda, per la scorta invernale e che secondo lei il nome dialettale del frutto ‘la sita’, derivava proprio dal termine ‘la site’, che vuol dire sete. In seguito, quando sposai anch’io la sfida di far rinascere l’etnia salentina, in opposizione ad una cultura che veniva da fuori, si imponeva dall’alto, congelando ogni iniziativa locale, effettuai a setaccio numerose interviste su questa bevanda, non solo in Salento, ma in tutta Italia.

vino melograna

Vino di melograno prodotto in Israele In Sardegna, nell’Italia meridionale e settentrionale, non c’era più memoria della bevanda al melograno già negli anni ’80. Solo a qualche donna salentina, della zona balentina (confine tra le tre province) e del Sud Salento (verso Leuca), era stato tramandato che dal melograno si produceva una bevanda per la scorta invernale, in mancanza di vino. Le risposte sul procedimento per produrre la bevanda al melograno furono molto sibilline -Non so, a me non piacciono i decotti di fichi. -Prova a farti un decotto di fichi. -Prima prima erano diverse le coltivazioni, poi tutto cambiò, cosa dovevamo fare col decotto di fico? Qualcuno sapeva ancora cosa farsene delle melograne, in mancanza di vino, ma non era come quello di prima, ora i contadini stanno togliendo anche gli alberi di melograno.

stata melograna

Sacerdote di Cipro coronato con fiori di melograno Negli anni ’90 non c’era più memoria di questa usanza neanche in queste zone. Così come venne meno l’usanza di avere alberi di melograni nelle campagne. L’illuminazione che da questo frutto si producesse vino, in epoche molto antiche, la ebbi osservando l’altare maggiore della chiesetta di San Vito delle tarante (datata XVI sec, ma l’altare è barocco), a Campi Salentina.

melograna Campi Salentina

L'altare della chiesa di Campi Salentina Proprio in onore di questo santo sincretico gli scalpellini avevano immortalato un melograno da dove usciva un grappolo d’uva, tramandando il vino di melograno legato con i riti tribali di madre terra, nel contesto dei quali il frutto non doveva avere il simbolismo classico della prosperità, ma un simbolismo legato al sangue vivo di Madre Terra. A sostegno di questa tesi mi giunse una notizia del noto etnobotanico ed esperto di psichedelia Giorgio Samorini, il primo ad intuire una simbologia più arcaica del melograno, legata al vino di melograno ed ancestrali rituali. Abbiamo reperti archeologici di questo vino anche nelle tombe dei faraoni, anche se alcuni sostengono che non era prodotto dalla fermentazione solo della melograna, ma da uva e melograna, cosa che personalmente escludo, in quanto in tutte le zone del Caucaso è ancora tradizione produrre vino di melograna, usando solo i chicchi di questo frutto con lo stesso procedimento del vino di uva, ottenendo un vino con gradazione molto bassa. Il procedimento per avere un vino di melograna con alta gradazione lo scopriremo interpretando le risposte sibilline delle nostre donne, capendo il nesso con il fico. Quindi il vino di melograno è una bevanda antichissima, di origine egizia o caucasica, legata ai culti di madre terra. La cosa interessante è che il suo nome in egiziano è shedhe, molto simile al nostro termine dialettale del melograno ‘sita’. Shedhe potrebbe derivare dalla dea egizia di elefantina Satis o Satet, identificata da alcuni nella più antica dea tessitrice Nuit, ciò avvallerebbe la tesi di alcuni storici che la nostra Satura deriva dall’egizia Satis, visto che il Salento è l’unica regione italiana dove ho trovato tracce del vino di melograno. Il nostro termine sita può anche derivare dalla dea indù Sita, madre terra uscita dal solco sacrificale per sposare il re, un mito riconducibile a Persefone, o meglio ancora all’ancestrale Demetra, quando la dea era madre e figlia, come l’antico culto di Egnatia messapica.

Botticelli melograna

Sandro Botticelli, un'immagina della melograna Satis e Sita anche se hanno un nome simile hanno, però, significati diversi, satis ha una radice egizia e vuol dire ‘eiaculazione divina’, sita ha una radice sanscrita e vuol dire ‘solco sacrificale’. In più shedhes potrebbe avere radice comune con sidro, cioè un termine arcaico per indicare il frutto sacro. Abbiamo tanti significati diversi, eppure tutti riconducibili all’antico e comune culto dell’ancestrale dea madre. Poche sono ancora le notizie sul vino di melograno per potervi esporre qui la sua antica simbologia ed il culto associato. Il fine di questo articolo è fare conoscere quest’antica bevanda ed invogliare i salentini a produrla, per poter assaporare ancora divini ed arcaici sapori nell’ebbrezza preistorica.

Sostieni il Tacco d’Italia!

Abbiamo bisogno dei nostri lettori per continuare a pubblicare le inchieste.

Le inchieste giornalistiche costano.
Occorre molto tempo per indagare, per crearsi una rete di fonti autorevoli, per verificare documenti e testimonianze, per scrivere e riscrivere gli articoli.
E quando si pubblica, si perdono inserzionisti invece che acquistarne e, troppo spesso, ci si deve difendere da querele temerarie e intimidazioni di ogni genere.
Per questo, cara lettrice, caro lettore, mi rivolgo a te e ti chiedo di sostenere il Tacco d’Italia!
Vogliamo continuare a offrire un’informazione indipendente che, ora più che mai, è necessaria come l’ossigeno. In questo periodo di crisi globale abbiamo infatti deciso di non retrocedere e di non sospendere la nostra attività di indagine, continuando a svolgere un servizio pubblico sicuramente scomodo ma necessario per il bene comune.

Grazie
Marilù Mastrogiovanni

SOSTIENICI ADESSO CON PAYPAL

------

O TRAMITE L'IBAN

IT43I0526204000CC0021181120

------

Oppure aderisci al nostro crowdfunding

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Info sull'autore

Avatar

Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!