Bilancio partecipativo. La politica fatta dal basso

INCHIESTA. Cittadini ed istituzioni definiscono insieme le priorità di spesa dell'amministrazione. Accade a Troia (Foggia)

di Gabriele Caforio Una qualsiasi amministrazione comunale, attraverso la programmazione annuale del suo bilancio, decide quanto e come spendere i soldi della sua comunità. Solitamente, i cittadini danno un mandato (elettorale) ai propri rappresentanti perché amministrino la “cosa” e i “soldi” pubblici all'insegna delle loro aspettative e dei loro bisogni. Quando ai cittadini non piace una gestione, le urne dovrebbero tornare ad essere il luogo della rigenerazione delle nuove rappresentanze. Da manuale, se il meccanismo non si inceppa per le ormai troppo spesso note cronache di dissesti finanziari e buchi di bilancio, dovrebbe funzionare così. Tuttavia, c'è un luogo in cui questa classica gerarchia di chi gestisce i soldi di un comune può essere messa in discussione. Si chiama Bilancio Partecipativo e si tratta di una forma di bilancio in cui i cittadini e le istituzioni costruiscono insieme una buona parte delle priorità di spesa e di intervento di un'amministrazione. Luigi Panico (musicista degli Officina Zoè e laureato in scienze politiche) lo ha definito, nel suo recente libro “Partecipo, quindi sono – Ipotesi di adozione del Bilancio Partecipativo nel Comune di Andrano” come la “possibilità che ognuno ha di intervenire e programmare, direttamente ed in prima persona, insieme agli amministratori locali che lui stesso ha votato, le priorità e gli interventi che il Comune deve affrontare”. In sintesi, nel bilancio partecipativo, cittadini e amministratori prendono parte, insieme, al processo di gestione delle loro risorse economiche. Una quota variabile del bilancio viene destinata alla programmazione congiunta tra cittadini e amministrazione. Una forma di democrazia diretta, dal basso, nel locale. Prima di conoscere l'origine e la storia di questo istituto diretto di partecipazione, che fortunatamente conta già varie sperimentazioni in giro per l'Italia e all'estero, è utile distinguere tra bilancio partecipativo e partecipato. Perché i termini, soprattutto per tematiche come questa che possono essere facilmente usate in campagna elettorale, sono importanti. Il primo termine (partecipativo), racchiude quei percorsi in cui il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni è effettivo, duraturo e strutturato nei modi e nei tempi. Il secondo termine (partecipato), invece, indica più una partecipazione passiva, da spettatore più che da attore. In Italia l'idea del bilancio partecipativo è arrivata da oltreoceano: da Porto Alegre, in Brasile. Città di circa un milione e quattrocentomila abitanti che dal 1989 vanta l'esperienza forse più famosa di bilancio partecipativo. Tuttavia, la cornice istituzionale fertile perché si diffondessero anche da noi le prime esperienze si è avuta solo tra la fine degli anni novanta e l'inizio del nuovo millennio. In questi anni infatti si è riformata (1993) la legge elettorale che ha portato all'elezione diretta dei sindaci e si è avuto (2000) il nuovo Testo Unico degli Enti Locali che ha posto le basi per delineare strumenti più efficienti e specifici di partecipazione. In città come Roma sono nati i Municipi (le vecchie circoscrizioni) organi con una certa autonomia e rappresentanza al fianco dei vari Consigli di Quartiere delle grosse città. Nello stesso periodo (2001) c'è stata la riforma del Titolo V della Costituzione in un'ottica di maggiore valorizzazione dell'autonomia degli enti locali anche attraverso nuove ed autonome forme di partecipazione. In questa cornice sono tante le amministrazioni che hanno iniziato a parlare di bilanci partecipativi e anche di bilanci sociali. Questi ultimi però, sono dei bilanci (possono essere sia di soggetti pubblici che privati) che prevedono solo un momento puramente informativo sulle loro scelte. A posteriori quindi i soggetti coinvolti dalle scelte di quel bilancio vengono informati oltre che di “quanto” si è speso anche del “come” e di quali ricadute, positive e negative, attese e inattese, ha avuto quella scelta o quella determinata spesa. Il dibattito, tuttavia, è riuscito ad uscire dai semplici proclami da campagna elettorale e le prime sperimentazioni italiane sono partite già nel corso degli anni novanta. Significativo il caso della cittadina di Grottammare (AP) che è partito nel 1994, o quello della sperimentazione del comune di Arezzo, di Modena, di Pieve Emanuele (MI), di Reggio Emilia. In giro per l'Italia se ne contano almeno una ventina, alcune passate, altre ancora in corso. E proprio tra le esperienze ancora in corso c'è n'è una che è tutta pugliese, si tratta della cittadina foggiana di Troia dove, a giugno, circa 8.000 abitanti andranno a votare le proposte di bilancio vincolanti per la loro amministrazione comunale. E a quanto pare si sta rivelando un'esperienza virale.

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